Ivan Gazidis, amministratore delegato del Milan, alla presentazione di Stefano Pioli (LaPresse/Mourad Balti Touati)
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  • giovedì 10 Ottobre 2019

Gli ultimi giorni del Milan

Cosa sta succedendo fra il tredicesimo posto in campionato, il fallimento di un progetto tecnico e l'inizio di uno nuovo, entrambi molto discussi

Ivan Gazidis, amministratore delegato del Milan, alla presentazione di Stefano Pioli (LaPresse/Mourad Balti Touati)

Dopo appena sette giornate di campionato il Milan, tredicesimo in classifica, ha esonerato il suo allenatore Marco Giampaolo, assunto appena tre mesi fa per iniziare un nuovo ambizioso progetto tecnico. Con l’esonero di Giampaolo la dirigenza del Milan ha di fatto ammesso di aver fatto un errore. In quello che si è visto nelle prime settimane di campionato, infatti, non c’è stato nulla di promettente: il rischio di trovarsi lontani dalle prime posizioni della classifica a stagione inoltrata è stato ritenuto troppo alto per concedere altro tempo a Giampaolo, nonostante la società avesse ribadito più volte di aver intrapreso un progetto tecnico che avrebbe richiesto del tempo.

Giampaolo, che ha 52 anni e una lunga carriera alle spalle in varie squadre minori, era stato assunto la scorsa estate con un progetto a medio-lungo termine incentrato sulla valorizzazione dei giocatori promettenti della rosa e sulla ricerca di un gioco più brillante e propositivo rispetto a quello della precedente gestione, affidata a Gennaro Gattuso. Lo scorso giugno, durante la sua presentazione a Milano, a un giornalista che gli aveva chiesto di rispondere al «testa bassa e pedalare» detto da Antonio Conte nella presentazione come nuovo allenatore dell’Inter, Giampaolo aveva ribattuto scherzando: «testa alta e giocare a calcio».

Il Milan era per Giampaolo il primo incarico in una grande squadra di Serie A, un compito ben diverso, per richieste, pressioni e impegno, da qualsiasi altro nel campionato italiano. Fin qui nella sua carriera aveva dimostrato di avere idee intelligenti e interessanti, ed era noto per essere studiato e quasi venerato dagli altri allenatori, che lo considerano un eccellente esperto di tattica: Arrigo Sacchi, considerato l’allenatore più influente nella storia del calcio e diventato celebre proprio nel Milan, lo aveva definito «un direttore d’orchestra».

Il problema di Giampaolo è che finora aveva espresso il suo gioco solo in squadre di livello medio-basso. Il fallimento al Milan conferma una volta di più che in una grande squadra è indispensabile garantire subito concretezza e risultati, anche a costo di ritardare o snaturare in parte le proprie idee di gioco, e che saper gestire aspettative ed esigenze di giocatori ambiziosi e affermati richiede doti particolari. Non ci si può permettere di iniziare male la stagione e raramente nella storia si sono viste dirigenze difendere strenuamente le idee più o meno ambiziose di un loro allenatore in netta difficoltà.

(LaPresse/Spada)

L’inizio di stagione del Milan di Giampaolo è stato effettivamente uno dei peggiori nella storia recente del club: per la prima volta in ottant’anni di campionato la squadra ha iniziato l’annata con quattro sconfitte in sei partite. La mancanza di risultati non si può attribuire soltanto agli scarsi progressi sul piano del gioco, piatto e sterile come pochi altri in Serie A (nelle prime sei giornate il Milan è stata la squadra che ha tirato meno in porta di tutte, pur avendo il secondo miglior possesso palla). Ci sono state diverse altre complicazioni, specialmente nella gestione dei giocatori, che hanno spinto la società a interrompere il progetto sul nascere.

L’inserimento dei nuovi acquisti, per esempio, è stato più complicato del previsto, e anche per questo Giampaolo era stato molto criticato. In attacco il croato Ante Rebić ha giocato appena un’ora in cinque partite. A centrocampo il bosniaco Rade Krunić  ha giocato solo un tempo contro la Fiorentina mentre Ismael Bennacer – uno degli acquisti più interessanti, considerato uno dei migliori giovani della scorsa Serie A – è stato lasciato in panchina tre volte su sette. Ci si aspettava molto dal terzino francese Theo Hernandez, che però si è infortunato durante la preparazione estiva e sta entrando in forma soltanto ora.

Secondo alcuni, i problemi di Giampaolo sono iniziati intorno a metà agosto, quando nel giro di una settimana ha dovuto integrare nei propri schemi i giocatori arrivati in ritiro con un mese di ritardo perché acquistati nelle ultime fasi del calciomercato o perché a luglio erano stati impegnati in competizioni internazionali, come il centrocampista ivoriano Franck Kessié e soprattutto il brasiliano Lucas Paquetá, forse il giocatore più talentuoso di tutta la rosa nonché l’acquisto più caro degli ultimi anni.

Giampaolo aveva scelto di inserire i nuovi arrivati in maniera graduale, preferendo a loro i giocatori che aveva avuto a disposizione sin da subito, a costo di schierarli fuori ruolo. Il risultato è che nella prima partita di Serie A contro l’Udinese c’erano almeno quattro giocatori che coprivano posizioni con cui avevano scarsa familiarità. Il Milan aveva concluso la partita senza mai tirare in porta.

Nelle dichiarazioni successive alla partita Giampaolo era suonato particolarmente allarmato: «Faccio riflessioni sulle capacità dei tre davanti di fare ciò che chiedo loro», disse a Sky Sport. Il riferimento era diretto soprattutto a Suso, un giocatore che gli analisti definiscono contemporaneamente la principale fonte di gioco del Milan e il suo problema più evidente. Suso dispone di un ottimo piede sinistro e di un dribbling particolarmente efficace, e nelle ultime stagioni – anche per via del livello non eccelso della propria rosa – il Milan si è spesso affidato ai suoi guizzi per risolvere le partite: negli ultimi due campionati di Serie A Suso ha realizzato 13 gol e 19 assist, tantissimi per un giocatore del suo ruolo.

Il problema è che Suso può giocare quasi esclusivamente nella posizione in cui è stato impiegato, cioè esterno nell’attacco a tre: non ha le caratteristiche fisiche, tattiche e tecniche per essere piazzato altrove. Tutti i predecessori di Giampaolo si erano arresi all’evidenza e avevano lasciato che Suso giocasse lì, aspettandosi da lui la giocata risolutrice: cosa che però alla lunga ha reso la fase d’attacco del Milan piuttosto prevedibile. Nelle ultime due stagioni il Milan è stata la squadra che ha fatto meno gol fra quelle che si sono qualificate per una coppa europea.

Per tutta l’estate Giampaolo ha provato a far giocare Suso da trequartista, un ruolo centrale nel suo sistema di gioco e che in passato è stato ricoperto soprattutto da giocatori polivalenti e forti fisicamente. L’esperimento sembrava procedere per il meglio – Suso realizzò persino un bel gol contro il Manchester United a inizio agosto – ma nelle prime partite ufficiali contro Udinese e Brescia Suso ha ricominciato spontaneamente a gravitare verso la zona del campo che gli era più familiare, cioè l’angolo in alto a destra. Ormai era tardi per acquistare e integrare un vero trequartista, e Giampaolo aveva deciso allora di snaturare il proprio sistema di gioco per consentire a Suso di giocare nella sua posizione.

Suso e il suo classico movimento a rientrare sul piede sinistro (Marco Luzzani/Getty Images)

A causa dei meccanismi ancora imperfetti e della parallela e pressante esigenza di fare risultati positivi, nelle successive partite contro Verona e Inter Giampaolo aveva deciso di affidarsi ai giocatori più esperti dello spogliatoio, convinto del fatto che avrebbero tenuto in piedi la squadra in attesa che i meccanismi iniziassero a ingranare. Il regista Lucas Biglia, il terzino Ricardo Rodriguez e la mezz’ala Hakan Çalhanoğlu sono stati schierati titolari in entrambe le partite, dove sono risultati però fra i peggiori in campo. Nelle successive due partite contro Torino e Fiorentina, dopo le molte pressioni che lo spingevano a far giocare i nuovi acquisti, Giampaolo ha schierato Bennacer titolare al posto di Biglia: l’algerino ha causato due rigori, entrambi contro la Fiorentina, e si è smarrito nella confusione generale.

L’unico nuovo acquisto che ha fatto una buona impressione in queste settimane è stato il talentuoso attaccante portoghese Rafael Leao, il cui utilizzo è stato collegato però alle difficoltà del centravanti polacco Krzysztof Piatek, la rivelazione della passata stagione ma rivelatosi poco adatto allo stile di gioco richiesto da Giampaolo, che impone ai centravanti di partecipare moltissimo al gioco d’attacco e non solo di finalizzarlo. Dopo i trenta gol dell’anno scorso, in questo inizio di stagione Piatek ne ha segnati soltanto due – entrambi su rigore – e nell’ultima partita contro il Genoa è stato sostituito a inizio secondo tempo, proprio da Leao.

Leao era stato inserito fra i titolari soltanto nel derby contro l’Inter: nelle prime partite della stagione il titolare nel ruolo di seconda punta/esterno sinistro era stato occupato da Samuel Castillejo, un esile esterno spagnolo probabilmente inadatto alla Serie A, che però Giampaolo aveva definito bizzarramente «quello che meglio interpreta quello che chiedo, fra i tre attaccanti».

(LaPresse/Spada)

Il rapido fallimento del progetto affidato a Giampaolo ha inevitabilmente portato l’attenzione sulle scelte della dirigenza. La scorsa estate le dimissioni del direttore sportivo Leonardo erano state probabilmente un segnale premonitore della situazione attuale. Leonardo si era dimesso in disaccordo con le decisioni dell’amministratore delegato Ivan Gazidis, il quale ha impostato la nuova strategia del club sull’acquisto e la valorizzazione di giocatori con meno di 25 anni per favorire il risanamento del bilancio societario, dopo che in estate era stato chiuso un contenzioso con la UEFA che aveva escluso il Milan dall’Europa League nella stagione corrente. Leonardo avrebbe preferito investire su giocatori esperti e già competitivi per riportare subito la squadra fra le prime quattro del campionato, un obiettivo che nella passata stagione era stato sfiorato per appena un punto durante la rocambolesca ultima giornata (in cui l’Atalanta vinse in rimonta contro il Sassuolo rimasto in 9 giocatori, e in cui l’Inter batté di misura l’Empoli con un gol all’81esimo minuto).

Il ramo sportivo della dirigenza del Milan, che opera seguendo le linee decise dall’amministratore delegato e quindi della proprietà, il fondo statunitense Elliott, è ora composto dal direttore tecnico Paolo Maldini, dal direttore sportivo Frederic Massara e dal Chief Football Officer Zvonimir Boban. Fino a due settimane fa, Maldini e Boban hanno difeso Giampaolo spiegando che ci volevano tempo e pazienza per realizzare il gioco dell’allenatore. In poco tempo la direzione è decisamente cambiata, come ha spiegato ai giornalisti lo stesso Maldini: la dirigenza ha deciso di terminare un progetto a medio-lungo termine per continuare la stagione con un allenatore di seconda fascia apprezzato più per capacità gestionali e pragmatismo che per un particolare stile di gioco, nella speranza che inizi da subito a valorizzare i giovani in rosa.

Il sostituto di Giampaolo non è un allenatore di primo piano, e difficilmente avrà un compito a lungo termine: è Stefano Pioli, che ha raggiunto l’apice della sua carriera nel 2015 con un terzo posto ottenuto in campionato con la Lazio. L’unica esperienza di Pioli in un grande club è stata la mezza stagione passata con l’Inter tra il 2016 e il 2017, iniziata alla grande ma conclusa con un esonero. Il suo ultimo incarico alla Fiorentina, invece, è terminato a inizio 2019 con le dimissioni nel girone di ritorno e la squadra in decima posizione. Molti tifosi del Milan hanno accolto il suo arrivo con scetticismo.

Con la sosta autunnale per le partite delle nazionali, Pioli avrà due settimane di tempo per svolgere i primi allenamenti in vista della partita di campionato contro il Lecce del 20 ottobre. Ha firmato un contratto biennale e nella conferenza stampa di presentazione ha detto che l’obiettivo della squadra sarà qualificarsi per la Champions League. Al momento però i quattro posti che qualificano per la competizione sono occupati da squadre decisamente più avanti del Milan, soprattutto dal punto di vista del progetto tecnico. L’Inter ha trovato una identità tattica grazie all’arrivo di Antonio Conte e a meno di sorprese si giocherà lo scudetto con la Juventus; il Napoli sta vivendo un momento di difficoltà ma ha probabilmente la rosa più forte del campionato dopo quella della Juventus; l’Atalanta, infine, gioca ormai a memoria e nel campionato italiano sembra spesso difficilmente battibile. In più ci sono la Roma, che attraversa anche lei una stagione di ricostruzione ma sembra più avanti rispetto al Milan, e la Lazio, sempre piuttosto discontinua ma in grado di giocare a sprazzi molto bene.

Pioli ha anche spiegato che per lui Suso è un giocatore «di qualità indiscutibile», che va messo «nelle condizioni di fare l’uno contro uno», lasciando intendere che continuerà ad impiegarlo nel suo ruolo naturale.