Tre combattenti delle Unità di Protezione Popolare vicino a Kobane, 20 giugno 2015 (Ahmet Sik/Getty Images)
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  • giovedì 10 ottobre 2019

Chi sono i curdi siriani

Il gruppo attaccato dalla Turchia – e tradito dagli Stati Uniti – è conosciuto in Occidente per avere combattuto contro l'ISIS e per la sua ideologia egualitaria

Tre combattenti delle Unità di Protezione Popolare vicino a Kobane, 20 giugno 2015 (Ahmet Sik/Getty Images)

Mercoledì la Turchia ha attaccato i curdi siriani nel nordest della Siria, iniziando un’offensiva militare di cui si era molto parlato negli ultimi giorni dopo la decisione del presidente statunitense Donald Trump di ritirare i soldati americani dalla regione. Quella tra turchi e curdi siriani nel nord della Siria è in realtà una guerra che va avanti da diversi anni e che è legata per lo più a vicende interne turche: la Turchia infatti considera le milizie curde “terroristi”, nonostante il loro prezioso contributo nella guerra contro lo Stato Islamico (o ISIS) a fianco della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

Ma chi sono davvero i curdi siriani? E perché la Turchia ce l’ha così tanto con loro?

I curdi non sono un blocco monolitico

La prima cosa da sapere è che i curdi sono la quarta etnia più grande del Medio Oriente, sono tra 25 e 35 milioni di persone: e non hanno uno Stato, anche se lo vorrebbero. Oggi la gran parte dei curdi è distribuita in cinque paesi – Iraq, Siria, Turchia, Iran e Armenia – ed è musulmana sunnita, ma c’è grande varietà. Non ha molto senso guardare ai curdi come a un blocco monolitico, perché ogni gruppo nazionale ha le sue priorità e i suoi alleati. Quelli che c’entrano con la guerra in Siria sono tre: i curdi turchi, i curdi siriani e i curdi iracheni, che insieme hanno combattuto contro l’ISIS.

Le zone abitate dai curdi (mappa di BBC)

A differenza dei curdi iracheni, che da diverso tempo hanno una loro regione autonoma all’interno dell’Iraq (il Kurdistan Iracheno), i curdi siriani sono riusciti a ottenere una certa autonomia solo negli ultimi anni, dopo l’inizio della guerra in Siria, rafforzando il loro controllo sulla regione che abitano, il “Rojava”, versione breve di “Rojava Kurdistan” (cioè “Kurdistan occidentale”). Nel momento della loro massima espansione i curdi siriani controllavano buona parte del nord della Siria, da est a ovest, lungo il confine con la Turchia.

Il governo dei territori sotto il controllo curdo è garantito dal Partito dell’Unione Democratica (la sigla in curdo è PYD), un partito che si potrebbe definire di ispirazione “socialista-libertaria” e promuove un’idea di società molto rara nel mondo islamico e simile a quella immaginata da Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori, più noto con la sigla PKK. Gli stretti legami tra curdi siriani e PKK sono proprio il motivo che ha spinto la Turchia a iniziare una nuova operazione militare nel nordest della Siria. Il PKK, infatti, è un partito curdo che da decenni combatte contro il governo turco per ottenere l’indipendenza, attraverso una lotta armata fatta anche di attentati terroristici; e molti membri del PYD sono ex membri del PKK.

I curdi del PKK, e quindi anche i curdi siriani, non sono solo uno dei nemici del governo turco guidato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan; sono il nemico per eccellenza, quello principale e da sconfiggere a ogni costo.

Una donna curda con una bandiera con la faccia di Ocalan a Suruc, sul confine tra Turchia e Siria (Kutluhan Cucel/Getty Images)

L’anti-islamismo, le milizie formate da donne, la guerra contro l’ISIS

Negli ultimi anni i curdi siriani sono diventati oggetto di moltissime simpatie da parte dei paesi occidentali e hanno attirato centinaia di volontari stranieri poi reclutati nelle loro milizie, le Unità di Protezione Popolare (YPG). I motivi sono diversi.

Innanzitutto l’idea di società egualitaria proposta dai leader dei curdi siriani nel Rojava ha affascinato molte persone in Occidente, sia in quegli ambienti di sinistra in cui erano già popolari le idee di Öcalan sia in contesti più ampi, come in diversi movimenti femministi.

Negli ultimi anni sui giornali internazionali si è parlato molto della Costituzione di stampo democratico, pluralista, ecologista, femminista e liberale adottata dal PYD nel Rojava, in cui era enfatizzata l’importanza delle comunità locali nella gestione del potere. E si è parlato anche delle milizie armate formate solo da donne, per esempio l’Unità di Protezione delle Donne (YPJ), una rarità in Medio Oriente: in particolare le immagini delle donne curde a volto scoperto che combattono i miliziani dell’ISIS hanno avuto un grosso impatto in Occidente. In generale, il sistema di governo in Rojava si è sviluppato come molto decentralizzato e senza rigide gerarchie, dove le comunità locali mantengono una forte autonomia. È un sistema, almeno sulla carta, di “democrazia egualitaria”, che non stabilisce la predominanza di una religione o di un’etnia su un’altra, e dove le donne hanno gli stessi diritti e doveri degli uomini. È inoltre un sistema basato su un’economia sostenibile, attenta a non danneggiare l’ambiente.

Considerata l’eccezionalità del progetto politico del Rojava rispetto a quello di molti altri paesi del Medio Oriente – dove la gestione del potere e il ruolo delle donne sono tutt’altra cosa – le critiche ai curdi siriani sono state rare, anche se non sono mancate: per esempio il PYD è stato accusato di discriminare le popolazioni arabe che vivono nel Rojava, e in alcuni casi di allontanarle forzatamente dal proprio territorio.

Il motivo più importante delle simpatie occidentali verso i curdi siriani è stata però la guerra combattuta dalle milizie curde, le YPG, contro l’ISIS. Dal 2013 a oggi i curdi siriani sono stati impegnati a difendere le città curde del nord dagli attacchi dell’ISIS e poi a recuperare i territori che erano finiti sotto il controllo dello Stato Islamico in buona parte della Siria. I curdi hanno combattuto in maniera efficace come unica forza di terra all’interno di una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, e la presenza delle loro milizie al di fuori del Rojava continua a essere considerata ancora oggi preziosa per evitare un eventuale ritorno dell’ISIS.

Mappa aggiornata del nord della Siria: i curdi siriani sono in giallo, i ribelli anti-Assad sono in verde scuro, Assad e i suoi alleati sono in rosso, e Turchia ed Esercito Libero Siriano sono in verde chiaro (Liveuamap)

Poi a un certo punto le cose si sono complicate

Nonostante le simpatie delle sinistre europee e di molti paesi occidentali verso il Rojava, negli ultimi anni i rapporti tra Stati Uniti, curdi siriani e Turchia si sono complicati. Il fatto è che, alleandosi con i curdi siriani, gli Stati Uniti si sono alleati a un gruppo che la Turchia – alleata degli americani e membro della NATO – considera terroristico.

Per molto tempo gli Stati Uniti hanno cercato di mantenere un equilibrio che andasse bene sia ai curdi siriani che al governo turco. Per esempio nel 2015 il governo statunitense favorì la creazione delle Forze Democratiche Siriane (SDF), coalizione anti-ISIS di arabi e curdi in cui i curdi mantenevano una posizione di assoluta predominanza: le SDF servivano a “nascondere” la presenza curda nei territori sottratti all’ISIS ma abitati in prevalenza da arabi, per esempio la città di Raqqa. Lo scorso agosto il governo Trump firmò inoltre un accordo con il governo turco per stabilizzare il confine tra Rojava e Turchia ed evitare un nuovo conflitto (poi, come si è visto, le cose sono andate diversamente).

Per la Turchia, comunque, il problema è sempre stata la presenza dei curdi siriani al di là del suo confine meridionale.

Nell’estate 2016 la Turchia entrò con i carri armati nel nord della Siria, a ovest del fiume Eufrate, e riuscì a prendere il controllo di alcuni territori che erano dell’ISIS e che probabilmente da lì a poco, senza l’intervento turco, sarebbero stati conquistati dai curdi siriani. Nel gennaio 2018 le forze turche iniziarono una nuova operazione militare nel nord della Siria, più a ovest rispetto all’offensiva precedente. Con l’appoggio dell’Esercito Libero Siriano attaccarono la città di Afrin, che da due anni era controllata dai curdi siriani. Dopo due mesi di battaglia, riuscirono a vincere ed estesero il loro controllo sul nord della Siria. Con l’operazione iniziata mercoledì, invece, il governo turco vorrebbe prendere il controllo anche dei territori curdi a est del fiume Eufrate, stabilendo una specie di “corridoio di sicurezza” profondo circa una trentina di chilometri da cui cacciare i curdi e in cui trasferire i profughi siriani che negli ultimi anni sono arrivati in Turchia dopo essere scappati dalla guerra.

È difficile dire che ne sarà ora dei curdi siriani, anche perché non sono del tutto chiare le intenzioni della Turchia.

Per i curdi sembra comunque essere iniziato un periodo molto complicato. Senza la protezione degli Stati Uniti potrebbero provare a rivolgersi al regime di Assad e alla Russia, che finora sono stati a guardare, anche se al momento non sembra essere un’operazione con grandi possibilità di successo. Il governo russo aveva già dato il suo assenso alla Turchia durante l’offensiva militare turca contro Afrin, nel 2018, e potrebbe non avere voglia di immischiarsi nella complicata situazione che attraversano i territori curdi a est del fiume Eufrate. Quella iniziata nel nordest della Siria sembra essere una guerra che non terminerà a breve e che avrà conseguenze importanti sulla stabilità della regione e sul futuro dei curdi siriani.

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