(Ahmet Sik/Getty Images)
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  • domenica 28 giugno 2015

Chi sono i curdi siriani

Hanno difeso Kobane e sono tra i principali nemici dell'ISIS: nel nord della Siria hanno creato uno stato autonomo con un sistema politico radicale

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
(Ahmet Sik/Getty Images)

All’alba del 25 giugno alcune automobili che portavano una trentina di miliziani islamisti con addosso divise curde sono entrati a Kobane, la città curda nel nord della Siria che lo scorso anno ha resistito per tre mesi all’assedio dell’ISIS (o Stato Islamico). Intorno alle sei di mattina, una delle auto si è staccata dal convoglio e si è diretta verso il checkpoint al confine con la Turchia, dove il suo autista si è fatto esplodere con la bomba che portava nel bagagliaio. I miliziani sulle altre auto hanno iniziato a sparare contro i civili che camminavano lungo le strade. Altri si sono messi in cerca dei comandanti delle milizie curde locali, cercando di ucciderli nel sonno insieme alle loro famiglie per poi disperdersi nella città. I curdi hanno impiegato tre giorni a riprendere il controllo di Kobane. Più di duecento persone sono state uccise o ferite nei combattimenti. Nel pomeriggio di giovedì l’ISIS ha rivendicato l’attacco.

La notizia si è diffusa rapidamente nel mondo. A causa delle informazioni confuse arrivate durante le prime ore molti media, soprattutto in Italia, hanno scritto che l’ISIS era riuscita a sconfiggere i curdi e a riconquistare la città: per la propaganda dell’ISIS è stato un enorme successo. Il suo obiettivo non era conquistare Kobane, ma infliggere una ritorsione simbolica a quelli che fino ad ora si sono dimostrati i loro più tenaci avversari. Proprio due settimane fa, l’ISIS aveva subìto la peggiore sconfitta militare degli ultimi sei mesi quando le milizie curde – note con la sigla YPG – con l’aiuto degli aerei della coalizione militare guidata dagli Stati Uniti e dei ribelli siriani moderati dell’Esercito Libero Siriano hanno occupato Tal Abyad, una città siriana al confine con la Turchia. Da qui l’ISIS contrabbandava petrolio e faceva entrare in Siria armi e volontari stranieri. Raqqa, la “capitale” dello Stato Islamico in Siria, dista soltanto cento chilometri da Tal Abyad: ora che il valico è stato occupato dai curdi, l’unico modo che l’ISIS ha di comunicare con la Turchia e il mondo esterno è attraverso il valico Jarabulus, che da Raqqa dista quasi duecento chilometri di territorio conteso ed esposto ai bombardamenti americani.

“Ovest”
I curdi siriani sono stati finora molto abili nel combattere l’ISIS, come dimostra la mappa delle loro conquiste territoriali ottenute nei primi sei mesi del 2015. La loro è una storia che si inserisce a fatica nella narrazione semplificata del complicato conflitto in Siria, cioè quella di una guerra etnica e di religione tra un regime repressivo e milizie di estremisti islamisti. I curdi siriani non sono né l’una né l’altra cosa. Sono guidati da un movimento laico e accolgono anche arabi, cristiani e assiri. Sono tra i due e i quattro milioni e oggi governano di fatto una striscia di territorio che occupa gran parte della Siria settentrionale, dove abitano anche moltissimi arabi e centinaia di migliaia di profughi arrivati dal resto della Siria e dall’Iraq.

L’espansione territoriale del “Rovaja” tra dicembre 2014 e giugno 2015: l’immagine si ingrandisce con un clic
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I curdi chiamano questa regione “Rojava”, la versione più breve di “Rojava Kurdistan”, cioè “Kurdistan occidentale”. Il governo del Rojava è controllato dal PYD, un partito che si potrebbe definire di ispirazione “socialista-libertaria”. Una grande importanza viene data però all’autogoverno delle comunità locali. Il Rojava è diviso in tre “cantoni”, un nome preso in prestito dalla Svizzera che è una specie di modello di autogoverno locale per i curdi. La conquista di Tal Abyad ha consentito ai curdi di unire territorialmente i cantoni di Kobane e Jazira, mentre Kobane ed Efrin sono ancora separate dall’ultima striscia di territorio che l’ISIS controlla al confine con la Turchia. Circa il 60 per cento delle riserve petrolifere della Siria si trova nel Rojava ed è l’unica fonte di guadagno per il governo locale. Il PYD non impone tasse ai suoi cittadini e scuole e ospedali sono costruiti con i proventi del petrolio o grazie allo sforzo delle comunità locali.

Il Rojava ottenne la sua indipendenza di fatto nel corso del 2011. All’inizio della rivoluzione siriana, i curdi decisero di restare neutrali nei confronti del regime, nonostante i decenni di discriminazione a cui erano stati sottoposti. Per mesi la situazione tra milizie di curdi e soldati del governo che presidiavano la regione fu molto tesa con scontri sporadici e morti da entrambe le parti. Ma il Rojava rimase comunque una delle zone più tranquille del paese e il dittatore siriano Bashar al Assad decise di ritirare pacificamente le truppe per inviarle nelle aree dove gli scontri erano più intensi. Oggi il regime siriano controlla ancora due città all’interno del territorio del Rojava: Qamishli, la capitale della regione, e Hasakah, che è stata attaccata il 25 giugno insieme a Kobane e dove le truppe del regime combattono tuttora insieme all’YPG contro l’ISIS.

A Qamishli vige una strana tregua con le truppe del regime confinate all’interno delle caserme, mentre sulla maggior parte dei palazzi governativi sventola la bandiera curda. È una situazione che ha attirato sui curdi accuse di complicità con il regime. Loro hanno risposto che la tregua in corso è soltanto una questione di opportunità. Anwar Muslim, un politico del PYD e sindaco di Kobane, ha detto che «il regime ha oramai perso il treno di un accordo pacifico con i curdi e il Rojava tratterà la sua futura autonomia soltanto con le forze di opposizione che sconfiggeranno il regime». La tregua, hanno spiegato i curdi, è soltanto una soluzione tattica: il regime non li attacca e quindi loro non attaccano il regime. Anche perché se c’è una cosa che ai curdi siriani non manca sono i nemici.

YPG
Il petrolio, i valichi di confine con la Turchia e un territorio ancora relativamente intatto e pieno di profughi che sono un importante bacino di reclutamento hanno reso il Rojava un obiettivo interessante per chiunque. Dall’estate del 2012 i curdi hanno combattuto con quasi tutte le fazioni coinvolte nella complicata guerra siriana. Dopo mesi di scontri minori, i curdi hanno raggiunto una tregua precaria con il regime e si sono alleati con alcune formazioni di ribelli moderati, mentre continuano a combattere contro l’ISIS e le altre formazioni di ribelli islamisti. A questo bisogna aggiungere l’ostilità del governo turco, che teme un Rojava forte e indipendente in grado di creare problemi con la grande minoranza di curdi che vive invece in Turchia. La sopravvivenza del Rojava è stata garantita soprattutto alla sua milizia, l’YPG, le cosiddette “Unità di protezione del popolo”.

I circa cinquantamila soldati dell’YPG, uomini e donne, sono spesso confusi con i peshmerga, il nome che indica le forze armate del governo regionale del Kurdistan iracheno. I peshmerga sono un esercito professionale, stipendiati e organizzati più o meno come qualunque altra forza militare della regione. L’YPG somiglia più a un movimento di liberazione uscito dal Novecento. È formato da volontari che al momento dell’arruolamento si impegnano a restare nubili o celibi. Oltre ad addestrarsi all’uso delle armi, seguono corsi di formazione in storia e filosofia e vengono educati al credo politico del PYD. Le donne che ne fanno parte parlano tanto di difendere l’indipendenza del Rojava quanto di lottare contro «l’istituzione del patriarcato». Nassrin Abdalla, una comandante dello YPG di Kobane, ha detto: «YPG non è soltanto portare un’arma: è un sistema e un’ideologia». Alla domanda se un giorno immagina l’YPG diventare qualcosa di simile ai peshmerga, una forza armata regolare alle dipendenze di un governo locale, Abdalla ha risposto: «No: nessun governo, nessuno stato potrà mai garantire la difesa di un popolo. L’YPG resterà per sempre il guardiano della gente».

Alla fine del 2012, Danny Gold, inviato di Vice nella Siria settentrionale, scrisse che l’YPG era ancora un’organizzazione misteriosa i cui membri preferivano non parlare con la stampa occidentale e concedevano poche interviste persino a quella curda. Da allora molte cose sono cambiate e l’YPG ha iniziato a usare i media in maniera strumentale alla causa del Rojava. Negli ultimi mesi sempre più giornalisti hanno visitato la regione accompagnati dai miliziani dell’YPG, mentre delegazioni del PYD viaggiano per le capitali europee, tengono incontri, raccogliendo fondi presso le comunità curde locali e chiedendo aiuti finanziari e militari all’Europa. Abdalla fa parte di una di queste delegazioni e dopo aver parlato alla Camera dei Deputati a Roma andrà a Bruxelles dove interverrà al Parlamento europeo.

Dove andrà il Rojava
I politici del PYD, il partito che di fatto governa il Rojava, raccontano a chiunque sia disposto ad ascoltarli che il loro obiettivo non è l’indipendenza. Non vogliono una Siria divisa, ma vogliono essere “principi a casa loro”. Il futuro che immaginano è quello di una Siria federale, in cui sia garantita la loro autonomia e soprattutto il loro peculiare sistema politico: una strana eccezione in un Medio Oriente, che sembra sempre più diviso da confini etnici e religiosi. Al momento sembra che le cose stiano andando bene ai curdi siriani. Nonostante l’attacco di Kobane, l’YPG ha vinto tutte le battaglie nelle quali si è impegnato e i confini del Rojava sembrano sicuri. In Turchia un partito vicino al PYD, il partito curdo HDP, ha appena ottenuto un risultato elettorale storico e questo potrebbe migliorare le complicate relazioni con la Turchia.

Anche in Occidente, dove fino a un anno fa YPG e PYD erano sigle sconosciute, la simpatia per il movimento sta crescendo e questo potrebbe significare aiuti finanziari e militari nel prossimo futuro. Quella del Rojava è un’ideologia per certi aspetti radicale, ma i politici del PYD usano un linguaggio prudente che sembra fatto apposta ad attirare gli interessi occidentali. Ad esempio Muslim, il sindaco di Kobane, dice che dopo la guerra il Rojava sarà aperto a tutti: «Anche agli investimenti petroliferi di italiani, francesi e americani, purché vengano qui e rispettino le nostre regole, i diritti dei nostri lavoratori e il nostro ambiente». Ma quella che porta a un Rojava pacifico e democratico è una strada ancora lunga. Con l’attacco di Kobane l’ISIS ha dimostrato di essere ancora molto pericoloso e l’YPG dovrà affrontare anche le altre fazioni islamiste come il Fronte al Nusra – il gruppo che “rappresenta” al Qaida in Siria – che non vedono affatto di buon occhio un Rojava autonomo. La vittoria militare sarà probabilmente soltanto un primo passo, perché l’obiettivo più grande resta quella di creare uno stato democratico e rispettoso delle minoranze. Un esperimento che negli ultimi dieci anni è stato ipotizzato diverse volte in tutto il Medio Oriente, e fino ad ora è sempre fallito.

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