Due soldati turchi al confine tra Turchia e Siria (AP Photo/Lefteris Pitarakis)
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  • lunedì 7 ottobre 2019

Il tradimento di Trump verso i curdi, spiegato

Gli Stati Uniti hanno scaricato i curdi siriani dopo anni di guerra comune contro l'ISIS e dopo avergli promesso amicizia e protezione: come siamo arrivati fin qui?

di Elena Zacchetti
Due soldati turchi al confine tra Turchia e Siria (AP Photo/Lefteris Pitarakis)

Domenica sera gli Stati Uniti hanno annunciato un cambiamento molto importante della loro strategia in Siria, che negli ultimi anni era stata finalizzata per lo più alla sconfitta dello Stato Islamico (o ISIS). Hanno detto che ritireranno i loro soldati dal nordest del paese, dove si trovano i curdi siriani, per permettere alla Turchia di invadere quel pezzo di Siria e creare una specie di “safe zone”, una zona di sicurezza, tra il confine turco e quello siriano. L’annuncio della Casa Bianca è arrivato in maniera inaspettata, anche se da diverso tempo si ipotizzava uno scenario simile: il motivo per cui sta creando sconcerto e delusione è che nel nordest della Siria si trovano i curdi siriani, cioè i principali alleati degli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS ma anche i principali nemici del governo turco, che li considera “terroristi”.

Da tempo si diceva che prima o poi gli Stati Uniti avrebbero dovuto scegliere con chi stare, e ora l’hanno fatto: hanno scelto la Turchia, e hanno tradito i curdi.

Che rapporti ci sono tra curdi, Turchia e Stati Uniti
Partiamo dalla Turchia. Dall’inizio della guerra in Siria, nel 2011, la Turchia combatté sia il regime siriano di Bashar al Assad, con l’obiettivo di instaurare in Siria un regime islamista sunnita amico di quello turco (Assad è allineato con gli sciiti), sia i curdi siriani, con l’obiettivo di tenerli lontani dal proprio confine meridionale. Nel 2014, però, il governo turco cominciò a concentrarsi sempre di più sui curdi siriani, visti come una minaccia alla propria sicurezza nazionale mentre diventavano sempre più forti in Siria grazie alle vittorie ottenute contro l’ISIS.

Il governo turco considera le principali milizie armate curde, le YPG (Unità di Protezione Popolare), un gruppo terroristico. Crede che siano in realtà la continuazione del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), partito politico curdo che opera in Turchia e che per decenni ha combattuto contro il governo turco per creare un proprio stato indipendente.

La situazione in Siria si complicò alla fine del 2014, quando gli Stati Uniti cominciarono la guerra contro l’ISIS, che in quel momento controllava buona parte del paese. Il governo statunitense, allora guidato da Barack Obama, non voleva impegnarsi con le proprie truppe di terra e aveva bisogno di alleati che combattessero al posto suo. I curdi siriani si erano dimostrati molto abili in battaglia ed erano interessati a recuperare i territori del nord della Siria abitati in prevalenza da curdi, e in quel momento sotto il controllo dell’ISIS. Speravano inoltre che avere l’appoggio di un paese così potente e importante li potesse aiutare nella loro causa per la creazione di uno stato curdo, o per lo meno di un territorio in Siria con grande autonomia dal governo centrale.

Questa alleanza fu dal principio un grosso problema nei rapporti tra Turchia e Stati Uniti, tra loro alleati ed entrambi membri della NATO: la Turchia stava infatti combattendo il gruppo che era diventato indispensabile nella guerra statunitense contro l’ISIS. Molti analisti sostenevano che sarebbe stata una questione di tempo prima che la situazione precipitasse e gli Stati Uniti fossero costretti a decidere da che parte stare.

Le incursioni turche in Siria e la situazione attuale
La Turchia non si limitò solo a qualche azione ostile di confine contro i curdi siriani.

Nell’estate 2016, mentre i curdi erano impegnati nella guerra contro l’ISIS, la Turchia entrò con i carri armati nel nord della Siria, a ovest del fiume Eufrate, e riuscì a prendere il controllo di alcuni territori che erano dell’ISIS e che probabilmente da lì a poco, senza l’intervento turco, sarebbero stati conquistati dai curdi siriani. L’incursione turca fu appoggiata dall’Esercito Libero Siriano, un gruppo di ribelli sunniti che fino a quel momento aveva combattuto praticamente solo il regime di Assad. Fu una specie di azione preventiva: era stata decisa per evitare che i curdi siriani conquistassero i territori vicini al confine meridionale della Turchia. E fu un successo.

Nel gennaio 2018 le forze turche iniziarono una nuova operazione militare nel nord della Siria, più a ovest rispetto all’offensiva precedente. Con l’appoggio dell’Esercito Libero Siriano attaccarono la città di Afrin, che da due anni era controllata dai curdi siriani. Dopo due mesi di battaglia, riuscirono a vincere ed estesero il loro controllo sul nord della Siria.

Da allora la situazione è rimasta più o meno stabile: i territori a ovest del fiume Eufrate sono controllati dalla Turchia e dai loro alleati, mentre quelli a est dai curdi siriani.

Una mappa aggiornata del nord della Siria. I verdi sono le forze alleate della Turchia, i gialli sono i curdi siriani, i rossi sono il regime di Assad e alleati. La Turchia vorrebbe creare una “safe zone” nei territori oggi in giallo, a est del fiume Eufrate (Liveuamap)

Perché si parla di tradimento di Trump
«Tradimento» è il termine più usato in queste ore da esperti e analisti per descrivere la decisione di Trump, e non solo per l’aiuto fondamentale che i curdi siriani hanno dato agli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. Soltanto ad agosto Stati Uniti e Turchia avevano firmato un accordo per “stabilizzare” il confine meridionale turco, che prevedeva la creazione di una “safe zone”, una “zona cuscinetto”, che avrebbe dovuto dividere le forze turche da quelle curde. Tra le altre cose, l’accordo prevedeva che i curdi siriani si ritirassero dagli avamposti di confine, di fatto rinunciando a un’importante linea di difesa in caso di attacco turco. In cambio, il governo statunitense avrebbe garantito ai curdi protezione e sicurezza. Alla fine di agosto i curdi avevano iniziato a ritirarsi.

Il problema è che, dopo avere garantito sicurezza e protezione ai curdi siriani, e dopo che i curdi siriani di conseguenza si sono ritirati, gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro. Domenica hanno annunciato il ritiro dei propri soldati (qualche centinaia) dalle zone curde del nord della Siria, togliendo l’ultimo ostacolo a un’eventuale invasione turca. L’annuncio è stato fatto dopo una telefonata tra Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha espresso «frustrazione» per i mancati progressi dell’accordo di agosto.

Per Erdoğan la creazione di una “zona cuscinetto” nel sud della Turchia è molto importante, e non solo per ragioni di sicurezza nazionale: l’idea del governo turco è spostare nei nuovi territori migliaia di profughi siriani che negli ultimi anni si sono rifugiati in Turchia, dopo avere lasciato il loro paese a causa della guerra. Da parte sua, Trump non sembra avere fatto molti calcoli sulla questione: potrebbe avere deciso semplicemente perché condizionato dalla sua volontà di disimpegnarsi dalla Siria, oppure perché persuaso dalla telefonata di Erdoğan (è già successo).

Non è chiaro se i curdi siriani fossero a conoscenza della decisione di Trump prima che fosse resa pubblica. Mustafa Bali, capo dell’ufficio stampa delle Forze Democratiche Siriane (coalizione anti-ISIS di arabi e curdi) nel nord della Siria, ha scritto: «Non ci aspettiamo che gli Stati Uniti proteggano il nordest della Siria. Ma le persone si meritano una spiegazione sull’accordo relativo al meccanismo di sicurezza [quello firmato ad agosto], sulla distruzione degli avamposti e sul fallimento degli Stati Uniti nell’onorare i loro impegni».

La decisione di Trump è stata criticata anche da membri dell’amministrazione del governo e da diversi politici Repubblicani. Lunedì, per esempio, il Repubblicano Lindsey Graham ha annunciato la sua intenzione di presentare una risoluzione in Senato per obbligare Trump a rivedere la sua decisione, se il piano del governo andrà avanti. Anche il senatore Marco Rubio ha definito la scelta di Trump un errore.

Che conseguenze avrebbe l’invasione turca
Nel comunicato diffuso domenica sera dalla Casa Bianca si parlava con toni certi di un’invasione turca nel nord della Siria, ma non si specificavano i tempi dell’operazione e la stessa Turchia non ha dato altri dettagli. Trump ha detto che discuterà del tema direttamente con Erdoğan quando i due si incontreranno di persona, all’inizio di novembre. L’esito dell’offensiva dipenderà in parte dai territori coinvolti: non è chiaro infatti se l’operazione riguarderà solo il pezzo di Siria compreso tra Tell Abiad e Ras al Ain, da tempo nelle mire della Turchia, o se coinvolgerà tutti i territori del nord fino ad arrivare ad al Hol, dove si trova un enorme campo profughi gestito dai curdi siriani, vicino al confine con la Turchia.

È una distinzione importante, e non solo perché nel secondo caso la Turchia dovrà impiegare più uomini e risorse. Ad al Hol ci sono circa 70mila profughi, tra cui migliaia di familiari di miliziani dell’ISIS. Secondo l’intelligence statunitense, il campo è diventato nel corso del tempo un luogo piuttosto fertile per la diffusione dell’ideologia dell’ISIS e non è chiaro che intenzioni avrà la Turchia se arriverà a prendere il controllo di quel pezzo di Siria.

Il problema non riguarda solo il campo di Al Hol, ma anche gli oltre 10mila miliziani dell’ISIS in custodia nelle prigioni curde. Trump ha annunciato che la Turchia si farà carico di questi miliziani, ma non è chiaro come. Uno dei problemi maggiori potrebbe diventare la gestione dei cosiddetti “foreign fighters”, i combattenti stranieri, che negli ultimi anni sono stati al centro di diverse controversie tra curdi, americani e paesi europei. Martin Chulov, giornalista del Guardian, ha scritto che né il Regno Unito né la Francia – due tra i paesi europei con più miliziani dell’ISIS – sapevano della decisione di Trump annunciata domenica.

La conseguenza più rilevante di un’invasione turca nel nordest della Siria riguarda però l’ISIS, che non è ancora stato completamente sconfitto, né in Iraq né in Siria. Nonostante da diversi mesi non esista più il Califfato, l’ISIS è tornato a organizzarsi in piccole cellule, riattivando le sue reti di finanziamento e ricominciando a reclutare nuovi membri, soprattutto nel campo profughi di Al Hol.

Michael Weiss, analista ed esperto di ISIS, ha scritto sul Daily Beast che il primo effetto immediato di una guerra tra Turchia e curdi siriani sarebbe uno spostamento di miliziani curdi dalle linee più a sud verso quelle più a nord, verso il fronte con i turchi. Il problema è che finora le forze a sud sono servite per impedire il ritorno dell’ISIS nelle zone di Raqqa e Deir Ezzor, particolarmente vulnerabili. Il rischio è che l’ISIS sfrutti il caos che si verrebbe a creare nel nord della Siria per riorganizzarsi e rafforzarsi, in maniera più rapida ed efficiente di quanto non succeda già oggi. Il secondo effetto, ha scritto Weiss, sarebbe una rapida sconfitta dei curdi, soprattutto per la mancanza della copertura aerea statunitense, e il rischio di una «pulizia etnica» contro i curdi nei territori riconquistati dalla Turchia.

C’è poi un ultimo rischio che il governo statunitense ha deciso di assumersi annunciando il ritiro dei propri soldati dal nordest della Siria: quello di perdere la propria reputazione come alleato affidabile. Chi sarà disposto in futuro ad allearsi con un paese che prima promette e garantisce amicizia e fedeltà, e poi fa marcia indietro senza pensarci due volte?

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