Militari iracheni durante un'operazione anti-ISIS a Taramiyah, Iraq (AP Photo/Hadi Mizban)
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  • domenica 1 settembre 2019

L’ISIS sta tornando

Senza più il territorio del Califfato, ma con attacchi, estorsioni e rapimenti ripetuti sia in Siria che in Iraq

Militari iracheni durante un'operazione anti-ISIS a Taramiyah, Iraq (AP Photo/Hadi Mizban)

Cinque mesi fa lo Stato Islamico (o ISIS) perse l’ultimo territorio che controllava in Siria, nella città di Baghuz, dopo che era già stato sconfitto militarmente in Iraq da una coalizione di forze governative e milizie sciite appoggiate dagli Stati Uniti. La fine del Califfato fu celebrata in particolare dal presidente americano Donald Trump, che in più occasioni parlò di «sconfitta definitiva» dell’ISIS, proponendo allo stesso tempo un ritiro progressivo delle truppe statunitensi presenti in Siria. Oggi, sostengono molti analisti e diversi membri dell’esercito e dell’intelligence degli Stati Uniti, l’ISIS sta tornando e sta acquistando nuova forza, sia in Iraq che in Siria.

Il New York Times ha raccontato che negli ultimi cinque mesi l’ISIS ha riattivato le sue reti di finanziamento e ha ricominciato a reclutare nuovi membri soprattutto in un campo di rifugiati nel nordest della Siria.

Secondo alcune stime, in Iraq e in Siria sono ancora attivi 18mila miliziani dell’ISIS, molti dei quali membri di piccoli gruppi che si attivano periodicamente per compiere attacchi, rapimenti e omicidi contro forze di sicurezze e leader delle comunità locali. Le operazioni sono finanziate con parte del denaro che la leadership dell’ISIS è riuscita a mettere in sicurezza nonostante la fine del Califfato Islamico, e che è stimato in circa 400 milioni di dollari. Molti esperti, ha scritto il New York Times, ritengono che il denaro sia stato reinvestito in diverse attività, come la piscicoltura, il commercio di automobili e la coltivazione di cannabis. Come succedeva durante gli anni del Califfato Islamico, inoltre, l’ISIS continua a tenere in piedi una diffusa ed estesa rete di estorsioni, che è una delle sue principali fonti di finanziamento.

Uno degli aspetti che più preoccupa funzionari governativi locali e stranieri è la ripresa dell’attività di reclutamento dell’ISIS, gruppo che continua ad avere una grande capacità di “attrazione” soprattutto in posti dove non esiste una forte autorità centrale e dove la mancanza di controllo genera disordine e caos.

Negli ultimi mesi, l’ISIS è riuscito a fare nuove reclute soprattutto nei campi profughi del nordest della Siria, che accolgono circa 70mila persone, tra cui diverse migliaia di familiari di miliziani dell’ISIS. Questi campi sono gestiti dai curdi siriani, i principali responsabili della sconfitta dell’ISIS in Siria. Funzionari dell’intelligence statunitense hanno parlato al New York Times della particolare situazione del campo profughi di Al Hol, dove i curdi siriani riescono a garantire a malapena standard minimi di sicurezza. In un documento diffuso dal ministero della Difesa statunitense, si sostiene che nel campo di Al Hol l’ISIS abbia iniziato a essere sempre più presente, sfruttando la mancanza di autorità e ordine per diffondere la propria ideologia.

Oltre che nei campi profughi, l’ISIS continua a essere attivo anche in diverse zone rurali della Siria e dell’Iraq, dove operano piccoli gruppi organizzati per compiere operazioni mirate contro obiettivi locali e stranieri.

In Iraq le aree più a rischio sono quelle in cui l’ISIS riuscì a diffondersi fin dall’inizio degli anni Duemila, cioè le province settentrionali e occidentali del paese, a maggioranza sunnita. Nei primi sei mesi dell’anno, in queste province (Nineveh, Salahuddin, Kirkuk, Diyala e Anbar) sono state uccise 274 persone, di cui la maggior parte civili. Secondo il ministero della Difesa statunitense, inoltre, tra aprile e giugno l’ISIS ha mostrato segnali di riorganizzazione anche in Siria, paese oggi controllato in parte dal regime del presidente Bashar al Assad e in parte dai curdi siriani. Un documento del Comitato antiterrorismo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite diffuso a luglio sostiene che i leader dell’ISIS «si stiano adattando, consolidando e stiano creando le condizioni per un’eventuale rinascita».

Diversi esperti, analisti e funzionari governativi ritengono che per il momento la creazione di un nuovo Califfato Islamico sia improbabile, anche perché le sconfitte militari degli ultimi anni hanno lasciato molti gruppi di miliziani senza comandanti e hanno indebolito la leadership dell’organizzazione. Gli sviluppi più recenti sono però visti con parecchia preoccupazione, che potrebbe aumentare se il governo statunitense decidesse di ritirare definitivamente i suoi soldati dalla Siria, lasciando all’ISIS più possibilità di raggrupparsi e riorganizzarsi.

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