(ANSA/CLAUDIO PERI)

Che fine fa il taglio dei parlamentari?

Mancava un solo voto alla sua approvazione definitiva, ma con le dimissioni di Conte i lavori parlamentari vengono bloccati: se ne riparlerà se si forma un nuovo governo

(ANSA/CLAUDIO PERI)

Il prossimo 9 settembre la Camera avrebbe dovuto votare il quarto e ultimo passaggio parlamentare della legge costituzionale che taglierà il numero dei parlamentari (come tutte le leggi costituzionali deve essere approvata due volte dal Senato e due dalla Camera). Fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle, la riforma ridurrebbe i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 eletti a 200. Ma con le dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è bloccato tutto e non è chiaro se e quando il processo di approvazione potrà continuare.

Per tradizione, infatti, quando un governo si dimette i lavori parlamentari vengono limitati se non completamente bloccati. Un po’ per permettere ai deputati e senatori di concentrarsi sulla soluzione della crisi di governo, un po’ perché con un governo dimissionario e in carica solo per il cosiddetto “disbrigo degli affari correnti” non viene ritenuto corretto che il Parlamento rimanga attivo se non per sbrigare questioni molto secondarie o urgenti (nel 2018, ad esempio, il governo dimissionario di Gentiloni approvò e presentò alle Camere il DEF, il documento di programmazione economica che va inviato alla Commissione Europea entro il 30 aprile di ogni anno).

La votazione sulla riduzione dei parlamentari potrà essere considerata nuovamente soltanto se e quando si formerà una nuova maggioranza e se sarà votata la fiducia a un nuovo governo. Dopo gli eventi di ieri, l’unica maggioranza ancora possibile sembra quella tra PD e Movimento 5 Stelle; Matteo Renzi, uno dei dirigenti PD più attivi nel cercare l’accordo con il Movimento in questi giorni, ha già detto in diverse occasioni di non avere pregiudizi nei confronti dell’approvazione della riforma.

I giornali scrivono comunque che il PD potrebbe chiedere una riforma diversa e complessiva, obbligando la legge costituzionale a ricominciare il suo percorso dall’inizio (fino ad ora il PD era stato tra i pochi partiti a votare contro il taglio). In ogni caso, anche quando approvata per la quarta volta, una riforma costituzionale può essere soggetta a una richiesta di referendum confermativo se non viene approvata dai due terzi del Parlamento, come fu nel 2016 per la riforma costituzionale portata avanti dal governo di Matteo Renzi.

Se invece si dovesse andare ad elezioni anticipate, la riforma sarà completamente cancellata. Le leggi lasciate in sospeso non si “portano” da una legislatura all’altra, quindi non c’è la possibilità di riunire la nuova Camera dopo le elezioni e votare l’ultimo passaggio del taglio dei parlamentari. A quel punto, l’unica soluzione sarebbe presentare nuovamente la legge e iniziare una seconda volta l’iter della sua approvazione.

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