(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Che cosa può succedere adesso

Ecco tutti gli scenari possibili, ora che si è aperta ufficialmente la crisi di governo

(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Dopo un discorso in Senato insolitamente duro, ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato le sue dimissioni, sancendo così la fine del suo governo. Poco dopo l’annuncio, Conte ha formalmente comunicato la sua decisione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che tra oggi e domani svolgerà le consultazioni per verificare se esiste la possibilità di una nuova maggioranza in Parlamento: incontrerà i partiti più grandi solo domani (qui trovate il calendario dettagliato). Ma come siamo arrivati fino a qui e quali sono adesso gli scenari più probabili?

Promemoria: l’Italia è una Repubblica parlamentare: gli italiani eleggono il Parlamento, non il governo; ed è il Parlamento che decide di dare la propria fiducia a questo o quel governo. Si va a votare alla fine della legislatura – ma questa finirà soltanto nel 2023 – o quando il Parlamento non è più in grado di esprimere una maggioranza a sostegno di un governo. Durante le consultazioni il presidente della Repubblica cercherà di capire se esiste quindi una maggioranza in Parlamento; a questo scopo, dopo un primo giro di consultazioni, potrebbe anche decidere di dare più tempo ai partiti, oppure affidare a chi ricopre una carica istituzionale – per esempio il presidente della Camera Roberto Fico – il compito di proseguire le consultazioni. Questi sono tutti gli scenari possibili.

PD-M5S
È lo scenario che oggi sembra più probabile, e quello che ha preso in contropiede Matteo Salvini facendo saltare i suoi piani. Diversi dirigenti del PD, come l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini, sono da tempo esplicitamente favorevoli all’alleanza; ultimamente i giornali hanno fatto spesso anche il nome del presidente del partito, Paolo Gentiloni. Il segretario Nicola Zingaretti – che è anche presidente del Lazio, dove governa grazie ai voti del M5S – era considerato favorevole a questa possibilità, ma avrebbe preferito perseguirla dopo le nuove elezioni e quindi sulla base di nuovi equilibri parlamentari. Oggi sembra un po’ più freddo, e non è chiaro se per una strategia interna al PD (nuove elezioni vedrebbero probabilmente il partito crescere rispetto al 2018 e gli permetterebbero di scegliere parlamentari a lui più fedeli degli attuali scelti da Renzi) o per cercare di alzare il prezzo dell’accordo con il M5S (il partito che da nuove elezioni avrebbe più da perdere).

Oggi, durante la riunione della direzione nazionale del partito, i dirigenti hanno approvato all’unanimità un ordine del giorno, presentato da Zingaretti, in cui si autorizza il segretario a trattare con il Movimento 5 Stelle per formare un governo che duri l’intera legislatura. Per acconsentire a questo accordo, l’ordine del giorno fissa cinque punti molto generici: impegno del nuovo governo a mantenere l’appartenenza all’Unione Europea, riconoscimento di valori democratici, un nuovo programma per la crescita, un nuovo atteggiamento verso l’immigrazione e infine una svolta sui temi economici e sociali. Il Movimento 5 Stelle ha diffuso una nota ancora più generica, ma che contiene una frase – “ci affidiamo senza esitazioni al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che segnerà la strada da seguire” – che secondo alcuni allude a una disponibilità generale a negoziare per dare un nuovo governo al paese, ipotesi che sarebbe preferita da Mattarella al voto in autunno.

Lega-M5S
Esiste ovviamente la possibilità, per quanto remota, che Lega e M5S risolvano i loro attriti, mettano da parte gli attacchi, gli insulti e la sfiducia accumulata in questi giorni e riescano a formare un nuovo governo, su premesse nuove. Secondo giornalisti e retroscenisti questa prospettiva sarebbe ben vista da Salvini, che resterebbe al governo (e quindi con la possibilità di decidere ancora quando farlo cadere) con un alleato debole e ricattabile, e piacerebbe anche a una parte del Movimento (quella vicina a Di Maio e più ostile al PD), ma dopo quello che è accaduto ieri viene considerata da quasi tutti gli osservatori come un’eventualità remota.

PD-M5S-FI
La cosiddetta “coalizione Ursula”, cioè quella composta dai partiti che al Parlamento europeo hanno votato a favore della nomina di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione. I partiti in questione avrebbero varie ragioni per prendere in considerazione questa ipotesi: sia Forza Italia che il Movimento 5 Stelle andrebbero incontro a un grosso ridimensionamento in caso di elezioni, mentre solo il PD potrebbe sperare di aumentare i propri seggi. Se il PD e il M5S dovessero trovare un accordo, però, i voti di Forza Italia non sarebbero essenziali; e le dichiarazioni di ieri in Senato hanno mostrato una certa indulgenza di Forza Italia nei confronti della Lega e di Matteo Salvini, col quale peraltro governano in moltissime regioni e comuni italiani. Fare un simile sgarbo alla Lega, peraltro in un momento di estrema fragilità come quello che sta attraversando Forza Italia, renderebbe molto più complicate le trattative nel centrodestra quando si tornerà a votare. Nei giorni scorsi comunque questa prospettiva ha ricevuto il sostegno di Romano Prodi, ex presidente del Consiglio ancora piuttosto influente nel centrosinistra.

Un governo tecnico o “neutrale”
Le elezioni anticipate il prossimo autunno sono ancora una seria possibilità, anche se sgradita a molti. Al di là delle singole ragioni di questo o quel partito, votando alla fine di ottobre diventerebbe molto complicato approvare la legge di bilancio entro la fine dell’anno. Se nessuna nuova maggioranza dovesse emergere dalle consultazioni, il presidente Mattarella sarebbe costretto a sciogliere le camere e mettere in moto il processo che porta a nuove elezioni. A quel punto però, secondo molti giornalisti, Mattarella potrebbe comunque decidere di nominare un nuovo presidente del Consiglio, destinato a non ottenere la fiducia ma a rimanere in carica da “sfiduciato” per l’ordinaria amministrazione, così da evitare che le procedure elettorali siano curate dall’attuale governo dimissionario (sempre secondo i giornali a preoccupare Mattarella sarebbe soprattutto la presenza di Salvini al ministero dell’Interno, che ha proprio il compito di organizzare il voto e sorvegliare sulla sua regolarità) ed eventualmente provare a portare in Parlamento una legge di bilancio col minimo indispensabile. Sarebbe la prima volta in cui un presidente della Repubblica ritiene il governo dimissionario così inaffidabile e litigioso da nominarne uno nuovo per occuparsi dell’ordinaria amministrazione.

Elezioni a ottobre
Negli ultimi giorni funzionari ministeriali e membri di altri organi amministrativi hanno iniziato a suggerire che lo scenario di un voto a ottobre non sarebbe poi così grave. Dino Pesole, l’esperto di finanza pubblica del Sole 24 Ore, ha scritto ieri che la Ragioneria generale dello stato ha già messo a punto un decreto legge che consentirebbe di far slittare il temuto aumento automatico dell’IVA (uno dei principali timori di chi vuole evitare il voto in autunno) dal primo gennaio alla fine di aprile 2020. Senza approvare la legge di bilancio l’Italia andrebbe probabilmente in esercizio provvisorio, una pratica un tempo utilizzata molto di frequente e considerata normale, ma negli ultimi anni ritenuta sempre più spesso una potenziale minaccia alla reputazione internazionale del paese.

La Costituzione prevede che le elezioni politiche debbano essere fissate dopo almeno 45 giorni dallo scioglimento delle camere, e dopo non più di 70, ma per organizzare il voto all’estero servono 60 giorni. Supponiamo che le consultazioni durino molto poco e che non ci sia nessuna alternativa alle elezioni anticipate: teoricamente il presidente Mattarella potrebbe sciogliere le camere già tra giovedì 22 e venerdì 23 agosto. Facendo qualche facile conto, e prendendo in considerazione il limite dei 60 giorni, questo vuol dire che la prima data utile per votare sarebbe domenica 27 ottobre. Le nuove camere si riunirebbero a metà novembre, eleggerebbero i rispettivi presidenti, e poi comincerebbero le nuove consultazioni. Nel migliore dei casi l’Italia avrebbe un governo alla fine di novembre. Ma servirebbe che le elezioni avessero un esito univoco e chiaro: nel 2018 le consultazioni durarono quattro mesi.

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