Un iraniano brucia la bandiera statunitense durante una manifestazione antiamericana a Teheran (Saeid Zareian/picture-alliance/dpa/AP Images)
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  • domenica 21 luglio 2019

La crisi tra Iran e Stati Uniti, spiegata bene

Come siamo arrivati agli attacchi contro le petroliere, alle minacce e agli ordini di guerra sospesi all'ultimo minuto, per chi vuole capirlo una volta per tutte

di Elena Zacchetti
Un iraniano brucia la bandiera statunitense durante una manifestazione antiamericana a Teheran (Saeid Zareian/picture-alliance/dpa/AP Images)

Lo scorso 20 giugno gli Stati Uniti sono andati vicinissimi ad attaccare l’Iran. Dopo avere approvato un’operazione militare come ritorsione per l’abbattimento di un drone statunitense, il presidente Donald Trump ha cambiato idea all’ultimo minuto, annullando un bombardamento che avrebbe potuto portare a una rapida e significativa escalation nella regione del Golfo Persico. Si è discusso molto sul perché della decisione di Trump, ma al di là di come siano andate davvero le cose, quello del 20 giugno è stato il momento di massima tensione nella crisi in corso tra Iran e Stati Uniti, ma non l’unico.

È una storia che dura da diversi mesi, che coinvolge in maniera diretta molti paesi del mondo, tra cui quelli europei, e che non sembra avere di fronte una facile via d’uscita e che continua ad avere sviluppi, come nel caso della petroliera britannica sequestrata venerdì nello stretto di Hormuz. È iniziata l’8 maggio 2018 con un annuncio non così inaspettato di Donald Trump: gli Stati Uniti si ritiravano dall’accordo sul nucleare iraniano, la cui firma era stata considerata da molti come uno dei successi più importanti dell’amministrazione di Barack Obama. Per capire quello che sta succedendo oggi bisogna partire da lì, dall’accordo sul nucleare, dai motivi dei suoi sostenitori e dei suoi critici e dalle aspettative e incomprensioni delle parti coinvolte.

Cos’è l’accordo sul nucleare e perché è così importante?
L’accordo sul nucleare iraniano fu firmato nel luglio 2015 alla fine di lunghi e faticosi negoziati tra l’Iran e i paesi del cosiddetto “5+1”, cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania. Fu definito fin da subito “storico” dalla grande maggioranza dei giornalisti e degli analisti di tutto il mondo. Si basava infatti su un’idea che non aveva mai trovato davvero applicazione dalla Rivoluzione in Iran del 1979, che aveva rovesciato un regime amico dell’Occidente: che fosse meglio dialogare e fare accordi con i religiosi iraniani, anche se intransigenti e ostili, invece che fare loro la guerra sotto forma di minacce e sanzioni internazionali.

Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, durante un incontro sul nucleare iraniano a Teheran, il 16 aprile 2016 (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

L’accordo si basava su uno scambio: l’Iran avrebbe ridotto in maniera significativa la sua capacità di arricchire l’uranio, privandosi così della possibilità di costruire la bomba nucleare, mentre gli altri paesi firmatari si impegnavano a rimuovere le sanzioni imposte negli anni precedenti a causa del presunto programma nucleare militare iraniano. Il governo iraniano avrebbe anche accettato di ricevere ispezioni regolari in tutte le sue centrali nucleari, un tema che era stato oggetto di grande discussione durante i negoziati.

Il principale fautore dell’accordo era stato l’allora presidente statunitense Barack Obama, i cui obiettivi erano due: da una parte costringere l’Iran a rinunciare ai suoi progetti militari sul nucleare senza usare le maniere forti, che si erano rivelate poco efficaci fino a quel momento; dall’altra rinforzare l’ala più moderata del regime iraniano, che aveva fortemente voluto l’accordo – molto popolare in Iran – e che faceva capo al presidente Hassan Rouhani e al ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. L’ala più moderata del regime era anche quella più disposta in generale ad avere rapporti meno conflittuali con l’Occidente, a differenza dell’ala più conservatrice, guidata da Ali Khamenei, la Guida suprema, cioè la carica politica e religiosa più importante in Iran.

Il ministro degli Esteri iraniano e principale negoziatore dell’accordo sul nucleare, Mohammad Javad Zarif, celebrato al suo ritorno a Teheran il 3 aprile 2015 (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

I critici dell’intesa – tra cui il governo di Israele e da subito Donald Trump, influenzato dalle idee dei politici statunitensi più conservatori – accusavano invece Obama di avere concluso un pessimo accordo, nonché sfavorevole agli interessi statunitensi. In particolare sostenevano due cose: che l’accordo andasse rivisto, perché con i profitti ottenuti dal commercio di beni non più sotto embargo l’Iran avrebbe continuato a sviluppare il suo programma missilistico e a finanziare le campagne militari in altri paesi del Medio Oriente; e che avvicinarsi all’Iran avesse danneggiato i rapporti degli Stati Uniti con alcuni dei suoi alleati tradizionali più importanti della regione, come Israele e l’Arabia Saudita, contrari all’intesa. Per Obama, comunque, erano rischi che valeva la pena correre pur di stabilizzare l’area.

C’è una cosa importante da tenere a mente: l’accordo non risolveva le ostilità tra Stati Uniti e Iran, e più in generale tra Occidente e Iran. Prendeva uno dei temi che più avevano alimentato quelle ostilità – il presunto programma nucleare militare iraniano – e lo regolava per un certo periodo di tempo. Rimanevano fuori molte altre questioni importanti, per esempio l’appoggio iraniano a gruppi terroristici (come il libanese Hezbollah) e regimi avversari degli Stati Uniti (come il regime siriano di Bashar al Assad).

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo, e l’inizio dei guai
Fin dal suo insediamento alla Casa Bianca, Trump fu molto critico nei confronti dell’accordo firmato da Obama, anche se nei primi mesi di presidenza non sembrò avere l’intenzione di far saltare tutto. L’8 maggio 2018, però, annunciò che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’accordo, nonostante non ci fosse stata alcuna violazione dei termini del trattato da parte dell’Iran. Tre mesi dopo comunicò la reintroduzione delle sanzioni che erano state rimosse da Obama, tra moltissime proteste degli altri paesi firmatari tra cui Germania, Francia e Regno Unito.

Il presidente statunitense Donald Trump mostra l’ordine esecutivo appena firmato che stabilisce un aumento delle sanzioni all’Iran, il 24 giugno 2019 (AP Photo/Alex Brandon, File)

Non è semplice decifrare le scelte di politica estera di Trump, che difficilmente hanno dietro una precisa strategia.

La decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare fu probabilmente condizionata da diverse cose: tra le altre, la convinzione che il trattato del 2015 non fosse davvero vantaggioso per gli Stati Uniti e la volontà di indebolire la legacy di Obama, cioè la sua eredità politica. In generale, l’impressione di molti è che Trump fosse convinto – o si fosse lasciato convincere – che il governo iraniano avrebbe ceduto presto alla pressione delle sanzioni statunitensi e che avrebbe chiesto al governo americano di tornare a trattare per arrivare a un nuovo accordo, che questa volta sarebbe stato più favorevole agli Stati Uniti. Secondo alcuni, l’obiettivo di Trump in realtà era ancora più ambizioso: favorire un cosiddetto regime change, un cambio di regime, che trasformasse l’Iran in un paese non più nemico degli Stati Uniti.

Trump si fece anche influenzare dai leader dei due più importanti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, fortemente contrari all’accordo: Israele e Arabia Saudita.

Israele, tradizionalmente molto vicino ai Repubblicani statunitensi, aveva protestato in ogni modo possibile contro l’accordo, perché sosteneva che non avrebbe impedito all’Iran di ottenere l’arma nucleare nel lungo periodo e al tempo stesso gli avrebbe permesso di rinforzarsi senza più le sanzioni. Nel marzo 2015 il primo ministro israeliano, il conservatore Benjamin Netanyahu, pronunciò un discorso molto duro di fronte al Congresso americano, proprio su invito dei Repubblicani, e la questione del nucleare divenne il motivo più rilevante, anche se non l’unico, della crescente inimicizia tra lui e Barack Obama. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca le cose cambiarono radicalmente e Netanyahu cominciò a sfruttare gli storici rapporti di amicizia con i Repubblicani per influenzare le politiche mediorientali di Trump, allora come oggi non particolarmente strutturate.

Trump decise di ritirarsi dall’accordo anche a causa delle pressioni dell’Arabia Saudita, che aveva timori simili a quelli israeliani e in generale si opponeva alle esportazioni di petrolio iraniano che sarebbero ricominciate con la rimozione delle sanzioni. Come era successo con Netanyahu, anche i rapporti tra Obama e la leadership saudita erano rovinati da un pezzo e subirono una svolta con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Stupendo un po’ tutto il mondo, Trump fece il suo primo viaggio ufficiale fuori dagli Stati Uniti proprio in Arabia Saudita, rafforzando così un’alleanza che sarebbe diventata in seguito una delle più importanti della sua politica estera.

Donald Trump insieme al re saudita Salman e al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi a Riyadh, in Arabia Saudita, durante l’inaugurazione di un nuovo “centro per la lotta alle ideologie estreme”. La foto, che è diventata virale, mostra Trump toccare una sfera luminosa che in realtà è una specie di pulsante usato per accendere simbolicamente gli schermi del nuovo centro (Saudi Press Agency via AP)

In altre parole, Trump iniziò la sua presidenza con l’idea di fare tutto il contrario di quanto aveva fatto Obama negli otto anni precedenti in molti ambiti, tra cui l’accordo sul nucleare iraniano.

L’escalation con l’Iran
Dopo la reintroduzione delle sanzioni statunitensi all’Iran, i rapporti tra i due paesi peggiorarono. Gli incidenti più gravi sono iniziati a metà del 2019, con frequenza e intensità preoccupanti.

Il 12 maggio quattro petroliere sono state attaccate al largo degli Emirati Arabi Uniti, vicino allo stretto di Hormuz, dove passa un terzo del commercio mondiale di petrolio: gli Stati Uniti hanno incolpato l’Iran, che un mese prima aveva detto che se gli Stati Uniti avessero bloccato tutte le esportazioni iraniane avrebbe interrotto il flusso di petrolio nello stretto. Due giorni dopo due stazioni di pompaggio del petrolio saudite sono state colpite in un attacco di droni rivendicato dai ribelli yemeniti houthi, alleati dell’Iran e nemici dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti.

Il 13 giugno, circa un mese dopo, c’è stato un altro attacco a due petroliere nel Golfo dell’Oman, che collega il mar Arabico con lo stretto di Hormuz: il governo statunitense ha diffuso video e immagini che sembrano incolpare i soldati delle Guardie Rivoluzionarie, la forza militare più potente dell’Iran, considerata molto vicina agli ambienti ultraconservatori iraniani e definita un gruppo terroristico dagli Stati Uniti. Una settimana dopo, il 20 giugno, le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato di aver abbattuto un drone spia americano nel loro spazio aereo (non è chiaro se il drone fosse davvero nello spazio aereo iraniano), provocando la reazione del governo statunitense, che, come detto, è andato a un passo dalla ritorsione militare.

I momenti di tensione sono andati avanti anche a luglio. All’inizio del mese tre navi iraniane hanno provato a impedire il passaggio di una petroliera britannica nello stretto di Hormuz, mentre pochi giorni dopo il Regno Unito ha bloccato una petroliera a Gibilterra perché trasportava petrolio iraniano. Venerdì 19 luglio, infine, le navi delle Guardie rivoluzionarie hanno sequestrato nello stretto di Hormuz la Stena Impero, una petroliera britannica con un equipaggio interamente straniero. La nave è stata accusata di aver ver infranto tre leggi marittime: aver spento il GPS, essere entrata nello stretto di Hormuz nel tratto di mare sbagliato, e aver ignorato gli avvertimenti. Ma il sequestro è evidentemente collegato alle tensioni precedenti e in particolare al blocco della petroliera iraniana a Gibilterra.

L’Iran ha inoltre violato per la prima volta l’accordo del 2015, in due occasioni: prima superando il limite di riserve di uranio arricchito previsto dall’intesa, e poi iniziando a produrre uranio arricchito oltre il 3,67 per cento. Gli altri paesi firmatari hanno considerato finora le violazioni iraniane non sufficienti per far saltare l’accordo, perché non avvicinano davvero l’Iran alla costruzione dell’arma nucleare: sono parte di un gioco, hanno sostenuto diversi analisti, in cui ognuno fa una mossa e poi aspetta di vedere la mossa degli altri.

I rischi di questo gioco però sono molti. Il più grande è che la mossa di una parte sia male interpretata dall’altra, e che una semplice provocazione possa portare a una vera risposta militare, facendo iniziare una guerra non voluta da nessuno: è lo scenario a cui siamo andati molto vicini prima che Trump cambiasse idea e fermasse l’attacco contro l’Iran pochi minuti prima del suo inizio, il 20 giugno scorso.

I tentativi dell’Europa di salvare il salvabile
Nonostante gli ultimi mesi di grandi tensioni, l’accordo sul nucleare del 2015 è rimasto in piedi per tutti i paesi che l’avevano firmato, a eccezione degli Stati Uniti, anche se non con poche difficoltà: gli stati europei non hanno reintrodotto le sanzioni che avevano cancellato con l’accordo, e l’Iran non è venuto davvero meno ai suoi impegni in materia di nucleare. Potrebbe però non durare e c’è un ma.

Quello che si chiedono in molti da mesi è: l’accordo sul nucleare, cioè il massimo risultato di un nuovo modo di approcciarsi al regime teocratico iraniano, può sopravvivere senza Stati Uniti? Non c’è una risposta definitiva, ma da quello che si è visto una cosa si può dire: che probabilmente non può sopravvivere con l’opposizione degli Stati Uniti.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, il terzo da sinistra, a una riunione a Parigi con l’allora ministro dell’Economia francese Emmanuel Macron, 27 gennaio 2016 (AP Photo/Christophe Ena)

Il governo Trump ha fatto di tutto per far saltare l’accordo. Lo scorso aprile, per esempio, non ha rinnovato le esenzioni concesse a otto paesi per continuare a importare petrolio iraniano, la più importante fonte di entrate per l’Iran. Reintroducendo le sanzioni, inoltre, ha di fatto reso molto rischioso per le aziende europee continuare a fare affari in territorio iraniano. Le sanzioni statunitensi sono infatti particolari: oltre a una componente primaria, diretta a società e individui statunitensi, hanno anche una componente “extraterritoriale”, che si rivolge ai soggetti non americani. Questa componente prevede che qualsiasi società, ovunque abbia la sede, debba rispettare le sanzioni americane quando vengono usati i dollari per compiere le transazioni – cioè quasi sempre – e quando le stesse aziende hanno succursali negli Stati Uniti o sono controllate da americani.

Francia, Germania e Regno Unito, i tre paesi europei firmatari dell’accordo, hanno provato a mettere in piedi un meccanismo finanziario per aggirare l’extraterritorialità delle sanzioni americane e trovare una soluzione allo strapotere del dollaro: da qualche settimana hanno avviato INSTEX (sigla di Instrument in Support of Trade Exchanges), che però ha già mostrato tutti i suoi limiti. Finora è stato possibile usarlo solo per i trasferimenti di prodotti umanitari, comunque non sottoposti alle sanzioni statunitensi, mentre sembra improbabile che verrà esteso al commercio di beni sotto embargo, come per esempio il petrolio. Uno dei motivi è che le aziende europee che operano in questi settori hanno preferito non rischiare di essere colpite dalle sanzioni americane e si sono già ritirate dal mercato iraniano.

Il problema è che l’Iran ha già minacciato più volte di ritirarsi definitivamente dall’accordo se l’Europa non troverà un modo per garantire un certo volume di commercio e la sostenibilità delle transazioni.

«Donald Trump sta forzando l’Europa a confrontarsi con le sue debolezze», ha scritto il giornalista Tom McTague sull’Atlantic, parlando delle difficoltà dell’Europa a trovare una soluzione all’extraterritorialità delle sanzioni americane: «l’euro non può essere un’alternativa credibile al dollaro come moneta di riserva fino a che non sarà radicalmente riformato, e senza una moneta di riserva credibile il sistema finanziario europeo potrebbe non riuscire a pareggiare quello statunitense». In altre parole: nel caso dell’Iran, i paesi europei non sembrano avere gli strumenti per poter sviluppare una politica estera autonoma dagli Stati Uniti.

Ma almeno la strategia di Trump sta funzionando?
Non si direbbe, al momento, per diverse ragioni. La «massima pressione» che il governo statunitense dice di stare esercitando sul regime iraniano con le sanzioni e con l’escalation di tensione degli ultimi mesi non ha portato finora né a un regime change né a nuovi negoziati.

La strategia di Trump – se di strategia si può parlare – si basa infatti su una scommessa: che il regime iraniano collassi oppure che si convinca che la cosa migliore sia tornare a negoziare alle condizioni americane, nonostante abbia detto e ripetuto che non lo farà. Diversi analisti – tra cui Philip Gordon, funzionario che nell’amministrazione Obama si occupava di Medio Oriente e che contribuì alla stesura del testo dell’accordo sul nucleare – sostengono che il governo Trump stia cercando disperatamente un segnale che dica che la strategia americana in Iran sta funzionando. Martedì scorso, per esempio, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha sostenuto che l’Iran si era detto disponibile a negoziare «per la prima volta» sul suo programma missilistico: sembrava fin da subito una concessione enorme da parte iraniana, ed estremamente improbabile arrivati al punto in cui siamo ora, ma che era stata ripresa immediatamente da diversi commentatori filo-Trump per sostenere che il governo americano era sulla strada giusta. Pompeo però aveva travisato le parole del ministro degli Esteri iraniano, che lo aveva smentito poco dopo.

Secondo i più critici, oltre a sovrastimare l’efficacia delle sanzioni, strumento con cui le precedenti amministrazioni americane avevano ottenuto ben poco dall’Iran, Trump avrebbe fatto i conti male su altre due cose: sulla difficoltà a gestire l’escalation di tensione nel Golfo, e sul rafforzamento degli ultraconservatori in Iran, cioè quella fazione meno incline a negoziare con l’Occidente.

Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, con alle spalle una foto di Ruhollah Khomeini, leader della Rivoluzione del 1979 (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)

Per quanto riguarda il primo punto, ha scritto Erin Cunningham, giornalista del Washington Post esperta di Iran, gli alleati di Trump nell’area del Golfo Persico non hanno una posizione comune sul cosa fare in caso di conflitto con l’Iran. Molti di loro, e non solo i più piccoli, hanno già mostrato di voler continuare a fare affidamento sugli Stati Uniti per la propria sicurezza e per la sicurezza delle navi che transitano attraverso lo stretto di Hormuz. La loro non è solo una questione di mancanza di volontà: come ha spiegato lungamente sull’Atlantic Andrew Exum, che lavorò per la Difesa sotto l’amministrazione Obama, gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico non hanno mai sviluppato una capacità militare all’altezza dell’enorme quantità di armi che i governi americani hanno venduto loro per anni: «Nel caso di una guerra con l’Iran, è probabile che chiederemmo ai nostri partner del Golfo di non mettersi in mezzo e stare alla larga».

Il problema però è che Trump ha fatto capire in più di un’occasione di non essere più disposto a pagare di tasca propria per la sicurezza degli alleati (lo ha detto e ripetuto per esempio riferendosi alla NATO).

Trump non è un esperto di politica estera: non conosce nulla dei processi diplomatici, pensa che il modo migliore di risolvere crisi complesse sia usare l’approccio personale e soprattutto ha posizioni molto isolazioniste e nazionaliste, nonostante nella sua amministrazione ci siano diversi “falchi”, cioè politici con idee molto aggressive, come il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il segretario di Stato Mike Pompeo. Come ha scritto il New York Times dopo l’annullamento dell’attacco contro l’Iran dello scorso 20 giugno, Trump ha già esitato più volte «a premere il grilletto: nonostante la sua personalità pubblica sia belligerante e conflittuale, è successo che Trump si tirasse indietro dall’uso della forza, convinto che gli Stati Uniti abbiano sprecato troppe vite e troppi soldi in inutili guerre in Medio Oriente, e timoroso di ripetere gli errori compiuti dai suoi predecessori».

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo, a sinistra, e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, alla Casa Bianca il 7 giugno 2018 (AP Photo/Susan Walsh)

Il rischio quindi è che l’escalation con l’Iran finisca per infilare Trump in una situazione complicata, e lo costringa a fare una scelta che in nessun caso avrebbe conseguenze positive per il suo governo: o scaricare i propri alleati nel Golfo – e finora Trump ha fatto di tutto per tenerseli vicini, come ha dimostrato l’intero caso Khashoggi – o farsi carico della loro sicurezza, scenario però completamente in contrasto con le sue idee e che potrebbe far arrabbiare i suoi sostenitori più isolazionisti. Per il momento Trump non si è ancora tirato indietro, e sembra intenzionato a rafforzare la presenza militare statunitense in Arabia Saudita in funzione anti-Iran. È difficile però dire fino a che punto sia disposto ad arrivare.

Il presunto secondo errore di calcolo di Trump, dicono i critici del presidente, riguarderebbe invece i rapporti di potere all’interno del regime iraniano. In sintesi: ritirarsi dall’accordo sul nucleare avrebbe rafforzato la diffidenza verso gli Stati Uniti degli iraniani, anche dei più moderati, e avrebbe dato argomenti ai settori più ultraconservatori per sostenere che il governo americano non è un interlocutore affidabile e credibile (in generale ritirarsi da un accordo internazionale senza che ci sia alcuna violazione delle altri parti non è un buon biglietto da visita per la credibilità di uno stato). In ulteriore sintesi: la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo avrebbe indebolito il governo di Rouhani, moderato, e avrebbe rafforzato gli ultraconservatori più intransigenti e radicali, che di negoziare un nuovo accordo non ne vogliono proprio sapere. Gli ultraconservatori sono gli stessi responsabili delle recenti azioni più aggressive dell’Iran, come gli attacchi alle petroliere e l’arresto della ricercatrice franco-iraniana Fariba Adelkhah.

La situazione attuale è quindi il risultato di mesi di politiche aggressive sia degli Stati Uniti che dell’Iran, decise da leadership più conservatrici di quelle che avevano negoziato l’accordo sul nucleare del 2015. Per Trump il ritiro dall’accordo è stata una scommessa molto rischiosa, sostenuta dagli ambienti più guerrafondai della sua amministrazione e probabilmente fatta senza valutare tutti i rischi del caso. Finora non ha ottenuto i risultati sperati, anzi, ha irrigidito ulteriormente le posizioni della leadership iraniana, da decenni divisa tra un’anima più moderata e una più radicale. In generale non è chiaro come si potrà uscire da questa situazione, e la speranza di molti è che Iran e Stati Uniti siano in grado di gestire la tensione, per evitare di arrivare a uno scontro armato.

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