Com’è messa l’informazione online

Ora anche le testate più giovani e solo digitali sono in difficoltà, licenziano e cercano modelli alternativi a quello della pubblicità, che rende sempre meno

di Emanuele Menietti – @emenietti

BuzzFeed e Vice, tra i siti di informazione statunitensi più innovativi e di successo degli ultimi anni, hanno annunciato nelle scorse settimane il licenziamento di centinaia di giornalisti e dipendenti, con l’obiettivo di riorganizzare le loro attività e ridurre le spese. La notizia è stata molto ripresa e ha aggiunto nuovi elementi alle riflessioni sul futuro del giornalismo, tema che di fatto è dibattuto da quando esistono i giornali, ma che nell’ultimo decennio è diventato centrale non solo per capire il futuro di un intero settore, ma anche delle nostre democrazie.

Due libri, rispettivamente degli ex direttori del New York Times e del Guardian, hanno aggiunto ulteriori temi di discussione e interessanti prospettive sulle cause e le conseguenze dei cambiamenti nell’industria dei giornali, e non solo negli Stati Uniti, con una riduzione stimata del personale nelle redazioni del 23 per cento negli ultimi 10 anni. Solo nelle ultime settimane, circa duemila posti di lavoro sono spariti nel settore dei media negli Stati Uniti: e i casi di Buzzfeed e Vice sono la dimostrazione più evidente che non è più solo una questione che riguardi i giornali di carta e i media tradizionali.

I tagli di BuzzFeed
BuzzFeed ha annunciato il licenziamento del 15 per cento dei propri dipendenti: circa 200 persone sulle oltre 1.450 che impiega negli Stati Uniti e in diversi altri paesi del mondo, con redazioni locali e iniziative commerciali di vario tipo. È uno dei tagli più consistenti mai realizzati da BuzzFeed e si accompagna a un progetto di riorganizzazione interna per ottimizzare le risorse, rivedere parte dei piani editoriali e naturalmente ridurre le spese.

Nato come una sorta di osservatorio per scoprire e sfruttare i cosiddetti “contenuti virali” (ciò che emerge dall’indistinto rumore di fondo del Web e diventa molto condiviso in pochissimo tempo), BuzzFeed nel 2011 ha affiancato alla produzione di liste di ogni tipo e innumerevoli foto di gattini una sezione più seriamente giornalistica, BuzzFeed News, dedicata alle notizie vere e proprie e diretta da Ben Smith, che arrivava da Politico. Smith ha impostato da subito la propria direzione chiedendo il massimo sforzo ai giornalisti, con l’ambizioso obiettivo di avere “almeno uno scoop al giorno”. L’idea era che i contenuti virali di BuzzFeed, che producevano molte visualizzazioni e quindi più ricavi derivanti dalla pubblicità, potessero sostenere la nuova più costosa testata dedicata al giornalismo di qualità.

I contenuti virali funzionavano molto bene sui social network, a cominciare da Facebook, che metteva spesso in evidenza i post di BuzzFeed sulle pagine dei propri iscritti, offrendo una grande quantità di traffico al sito di Smith. Negli ultimi due anni le cose sono però cambiate: travolto dallo scandalo sulle interferenze russe nelle presidenziali statunitensi del 2016 e accusato di avere favorito la diffusione di notizie false, Facebook ha drasticamente ridotto la presenza dei contenuti provenienti dalle pagine di informazione nelle sezioni Notizie degli utenti (“News feed”), tagliando buona parte del traffico verso i siti dei giornali, sia più tradizionali sia sperimentali e ibridi come BuzzFeed.

Le modifiche alla sezione Notizie hanno avuto pesanti conseguenze proprio per quei siti come BuzzFeed che più facevano affidamento su Facebook. Se prima un articolo otteneva circa 200mila visite dal social network, ora è tanto se ne ottiene 20mila, secondo le informazioni raccolte da DigiDay (e confermabili dall’esperienza del Post). E meno visite implicano minori annunci pubblicitari mostrati, con minori ricavi per l’azienda e difficoltà nel sostenersi. Soprattutto per un progetto come Buzzfeed che rivendicava da sempre il modello basato sui grandi numeri di traffico e sui ricavi derivanti dalla pubblicità “display” (quella di banner e video sul sito).

Anche se a fatica, BuzzFeed ha concluso il 2018 con ricavi intorno ai 300 milioni di dollari, in linea con le aspettative degli analisti, ma insufficienti per essere in attivo. I costi aziendali, soprattutto legati al personale, hanno continuato a pesare molto e da qui è venuta la decisione di ridurre il numero degli impiegati del 15 per cento. Il CEO della società, Jonah Peretti, ha spiegato che oltre ai tagli ci sarà la riorganizzazione di diverse sezioni che finora avevano lavorato separatamente.

BuzzFeed Originals, che si occupa della produzione di quiz e altri contenuti più frivoli, BuzzFeed Media Brands, che produce i video per i social di cucina, BuzzFeed Market, che si occupa degli articoli con i consigli su cosa acquistare, e BuzzFeed Branded Production and Publishing, per le sponsorizzazioni, saranno accorpate in un unico gruppo dedicato ai contenuti, con risorse interne condivise per risparmiare. I licenziamenti e la riorganizzazione prevedono inoltre un ridimensionamento delle redazioni di BuzzFeed fuori dagli Stati Uniti, come quelle attive in Spagna, Australia e nel Regno Unito, dove sarà licenziata metà dei dipendenti.

Nonostante le dichiarazioni di Peretti sui piani per continuare a innovare, le notizie sui tagli indicano la volontà di tenere sotto controllo i costi e di essere molto più cauti nella sperimentazione di nuovi modi per fare informazione. BuzzFeed può contare su circa 500 milioni di dollari dai fondi di investimento che continuano a scommettere sul suo successo, anche se non riesce ancora a sostenersi. Meno personale nelle redazioni implica meno contenuti giornalistici, con un maggiore interesse a investire nelle iniziative commerciali e nelle sponsorizzazioni per far quadrare i conti.

Vice e i nuovi licenziamenti
La notizia dei licenziamenti decisi da BuzzFeed è stata seguita pochi giorni dopo da una decisione analoga annunciata da Vice Media, altra grande società digitale indipendente che negli ultimi anni ha attirato grandi investimenti, favoriti da un approccio aggressivo e informale e dalla capacità di attrarre soprattutto lettori giovani solitamente poco interessati alle notizie. Vice licenzierà il 10 per cento dei suoi dipendenti, circa 250 persone, sempre nell’ambito di una riorganizzazione interna tesa a risparmiare risorse. I tagli riguarderanno tutte le attività “non essenziali” dell’azienda, comprese le divisioni che si occupano di moda e di sport.

Vice esiste in varie forme da 25 anni e ha raccolto nel complesso oltre 1,4 miliardi di dollari dai fondi d’investimento, suscitando l’interesse di aziende più tradizionali come Disney, che ci ha investito 400 milioni di dollari. Oltre al sito di notizie, con alcune sue versioni internazionali, Vice produce documentari e altri contenuti per televisioni via cavo e servizi in streaming, alcuni dei quali hanno ricevuto numerosi riconoscimenti e premi. Negli anni, la linea editoriale molto aggressiva e spregiudicata è stata rivista, anche se lo stile di alcuni articoli – come “Ho provato a corrompere il maggior numero possibile di persone in cinque giorni” – non tradisce le origini della testata.

Nel 2018 Vice ha prodotto tra i 600 e i 650 milioni di dollari di ricavi, mancando di almeno 50 milioni di dollari le aspettative degli analisti. Le cose sono comunque andate meglio rispetto al 2017, quando mancò di 100 milioni di dollari le previsioni (Vice non è quotata in borsa, quindi non è tenuta a rendere pubbliche cifre ufficiali). I visitatori mensili sono diminuiti del 16 per cento rispetto al 2017, con una media di 66 milioni di visitatori. Anche in questo caso, minori visite hanno portato a una riduzione dei ricavi derivanti dalla pubblicità, complicando i conti.

Nel complesso, Vice ha avuto finora un’organizzazione interna meno strutturata rispetto a quella di BuzzFeed, con autonomie delle sue divisioni internazionali che non sempre hanno portato a benefici per l’azienda. La nuova riorganizzazione, che inciderà pesantemente sulle divisioni all’estero, dovrebbe rendere più omogenea la gestione aziendale, soprattutto nell’ottica delle produzioni originali da vendere alle televisioni e ai servizi in streaming.

HuffPost
Verizon Media Group, divisione dell’operatore di telefonia statunitense Verizon, ha avviato il licenziamento del 7 per cento dei suoi dipendenti, pari a 800 persone circa. La società ha il controllo di numerosi siti d’informazione compresi Engadget, TechCrunch, Yahoo! e HuffPost, una delle prime e più famose testate completamente digitali. Nato nel 2005 e considerato un modello del nuovo modo di fare informazione, negli ultimi anni HuffPost (già Huffington Post) ha perso la propria rilevanza, faticando a innovarsi e ad adattarsi ai vari passaggi di proprietà. I nuovi tagli potrebbero incidere ulteriormente sull’azienda, così come sulle altre testate del gruppo.

Entro il 2021, Verizon confida di risparmiare almeno 10 miliardi di dollari attraverso una profonda riorganizzazione, tesa a tagliare numerosi posti di lavoro e ottimizzare le spese. La società ha seri problemi con la sua divisione legata ai media, che si sta rivelando meno redditizia di quanto inizialmente stimato. Anche in questo caso a complicare i conti ci sono la scarsa resa della pubblicità online, acuita dalla mancanza di sistemi di ricavi alternativi come quelli messi in piedi in questi anni da BuzzFeed e Vice per differenziare.

I giornali locali negli Stati Uniti
Mentre alcuni editori tradizionali statunitensi sono riusciti a reinventare buona parte dei loro modelli di business, come Washington Post e New York Times con i loro sistemi di abbonamento, altri faticano a trovare soluzioni sostenibili e si vedono costretti a tagliare i posti di lavoro. Il problema è soprattutto sentito dalle testate locali più piccole, dove i costi per il mantenimento delle redazioni non sono compensati dalle vendite. Gannett, uno dei più grandi editori di testate locali statunitensi (oltre che del nazionale USA Today), ha avviato il licenziamento di circa 400 persone nelle sue redazioni per ridurre i costi, aggravando il fenomeno della riduzione dell’offerta su base locale.

In uno sterminato articolo sul New Yorker, Jill Lepore scrive che tra il 1970 e il 2016 almeno 500 testate censite dall’American Society of News Editors hanno smesso di esistere. Altre centinaia di giornali hanno smesso di pubblicare giornalmente, o hanno ridotto il numero di pagine o ancora hanno smesso di stampare il giornale offrendone solamente una versione online. I giornali nazionali, con maggiori risorse e capacità di offrire abbonamenti digitali, hanno prevalso, rendendo sempre più marginali le testate locali.

La mancanza di giornalismo nelle città di medie e piccole dimensioni, nelle contee distanti dalle grandi metropoli statunitensi, sta facendo sparire un pezzo importante per raccontare e capire gli Stati Uniti, e per informare i suoi 325 milioni di abitanti. Certo, gli inviati e i corrispondenti delle grandi testate si occupano dei fatti più rilevanti a livello nazionale, ma non hanno la stessa capacità di approfondire e seguire a lungo una storia, con le sue evoluzioni e implicazioni.

Facebook, Google e l’appiattimento dell’offerta
Nel suo libro da poco uscito e discusso, Merchants of Truth, l’ex direttrice del New York Times, Jill Abramson, identifica molti problemi attuali dell’informazione nel rapporto complice e solo talvolta conflittuale che si è creato negli anni tra testate e grandi aziende di Internet, come Facebook e Google. Con i loro servizi hanno messo per molto tempo sullo stesso piano tutti i siti d’informazione, aggregandoli e offrendo agli utenti una prateria sterminata di informazioni da cui attingere, senza una particolare cura editoriale.

Soprattutto sui social, siti dai contenuti più frivoli (come BuzzFeed) avevano prevalso sottraendo traffico a chi produceva un’offerta informativa tradizionale, talvolta più impegnata. Erano gli anni in cui la pubblicità online rendeva ancora a sufficienza e, per non perdere i ricavi basati sulle pagine viste, diverse testate più tradizionali avevano seguito l’esempio dei nuovi arrivati, proponendo più contenuti leggeri e spendibili sui social network.

Tra quelli che avrebbero ceduto sui contenuti, nel libro viene citato il Washington Post, tra i più importanti giornali statunitensi, fino a qualche anno fa in declino e risollevato grazie all’acquisizione da parte di Jeff Bezos, il CEO di Amazon, e a numerose innovazioni nel suo stile e nella stessa tecnologia del sito. Secondo Abramson, il giornale sarebbe riuscito ad aumentare notevolmente i propri lettori online proprio grazie alle tecniche impiegate per avere successo sui social network: contenuti più leggeri, titoli a effetto e che promettono cose che spesso non si trovano negli articoli.

Nel libro viene fatto l’esempio del passaggio ai video (“pivot-to-video”) per mostrare come Facebook abbia influenzato i piani editoriali dei giornali. Tre anni fa il social network puntò moltissimo sui video, più redditizi per la pubblicità, convincendo e in alcuni casi finanziando i grandi giornali perché ne realizzassero in grandi quantità, con la garanzia di finire in bella evidenza su Facebook. Sembrava l’inizio di una nuova era per il giornalismo online, o almeno così la raccontavano Mark Zuckerberg (il CEO di Facebook) e alcune testate, da BuzzFeed al New York Times. Il pivot-to-video si rivelò una bolla sopravvalutata, che scoppiò rapidamente in un paio di anni, portando diversi giornali a ridimensionare gli investimenti e a chiudere intere sezioni da poco aperte nelle redazioni proprio per produrre i video che avrebbero dovuto salvarli.

Come nota Heidi N. Moore sul Guardian nella sua recensione del libro, talvolta Abramson si lascia andare a valutazioni eccessivamente dure e ingenerose, soprattutto nei confronti dei giornali e meno di quanto si meriti nei confronti di Facebook. Il social network ha portato per anni grandi quantità di traffico verso i siti dei giornali, sfruttando i loro contenuti nella sezione Notizie dove mostra la pubblicità, poi li ha sostanzialmente abbandonati riducendo enormemente la loro presenza tra le cose che mostra ai propri iscritti. E al tempo stesso ha assorbito – assieme a Google – enormi quote del mercato pubblicitario con un’offerta sterminata di spazi a basso prezzo, abbassandone il valore e i ricavi per i siti di news.

In seguito alla pubblicazione del libro, Abramson ha ricevuto numerose critiche non solo per i toni sprezzanti utilizzati nel trattare Vice, ma anche per avere commesso numerosi errori sul conto dei giornalisti e degli impiegati che lavorano per la testata, sbagliando anche il genere di alcuni di loro nel descriverli. Abramson è stata inoltre accusata di avere plagiato diversi articoli, dai quali avrebbe attinto interi paragrafi, cambiando solo qualche parola, ma lasciando intatta la loro struttura e l’esposizione dei fatti. In molti hanno contestato che un libro che difende la carta stampata, indicata in più capitoli come più accurata e affidabile del giornalismo online, contenga così tanti errori e trascuratezze.

Rivoluzione digitale e fake news
Ridurre le cause dei problemi che stanno affrontando i giornali in questi anni al solo ruolo di Facebook, Google o di Internet in generale sarebbe comunque sbagliato e trascurerebbe molti altri pezzi di una storia estremamente più complessa. Nel suo ultimo libro Breaking News, l’ex direttore del Guardian Alan Rusbridger racconta come siano cambiati i giornali e l’informazione durante la cosiddetta “rivoluzione digitale”, resa possibile dalla progressiva diffusione dell’informatica. La ventennale direzione di Rusbridger, tra il 1995 e il 2015, è coincisa con quel periodo di grandi trasformazioni, che nel caso del Guardian hanno portato un rispettato giornale nazionale a farsi conoscere fuori dai confini del Regno Unito, con un sito che ora viene consultato giornalmente da milioni di persone in tutto il mondo.

Il Guardian con Rusbridger è stato tra i primi a intuire le opportunità offerte dal Web, in un periodo in cui gli editori erano ancora molto scettici nei confronti delle cose online, per non parlare di buona parte dei giornalisti che consideravano degradante impegnare il loro lavoro sul sito del giornale. Oltre ad avere unificato la redazione eliminando le distinzioni tra cartaceo e online, il Guardian ha avviato da anni un sistema ibrido tra abbonamenti e donazioni, sfruttando la propria popolarità e la fedeltà dei suoi lettori più affezionati. È un modello che altri giornali tradizionali e testate online stanno ora provando a imitare, con alterni successi: ma la maggior parte – a differenza del Guardian – lo associa a un paywall che impedisce la lettura di parte o di tutti gli articoli a chi non contribuisce.

Il Guardian in questi anni si è schierato su numerose posizioni, da quelle ambientaliste per mantenere l’attenzione sui rischi del riscaldamento globale ai temi su Brexit, cosa che ha funzionato nel fidelizzare ulteriormente i lettori, ma con il rischio di alienarne altri. Il fenomeno ha interessato, su scale di intensità maggiori, altri giornali e ha portato a quello che Rusbridger definisce “viewspaper”: “[Brexit] è un tema sul quale noi, come giornale, abbiamo un’opinione molto forte. La nostra opinione sarà molto evidente in buona parte di ciò che facciamo e non vi disturberemo con altre opinioni. Faremo un po’ di resoconti sulla campagna, ma la nostra copertura sarà in buona parte sulle personalità invece che sui temi”.

Questo approccio, che è stato riprodotto su molti altri argomenti, da quello sui migranti alle elezioni statunitensi del 2016, ha reso secondari i fatti rispetto alle opinioni e ha esposto più facilmente noi tutti alle manipolazioni, come quelle effettuate dalla Russia su Facebook per favorire l’elezione di Donald Trump. Per Rusbridger, molti media sono stati corresponsabili di questo meccanismo, con i social network che hanno poi amplificato il fenomeno. Da un lato Internet ha offerto mezzi e strumenti per condividere le informazioni come mai prima, dall’altro ha reso possibile una capacità “di diffondere bugie senza precedenti nella storia del mondo”.

Notizie false e democrazia
Il paradosso è che in un periodo in cui prosperano falsificazioni e propaganda il giornalismo dovrebbe godere di ottima salute, essendo proprio nato per contrastare queste dinamiche e raccontare pezzi di mondo per quello che sono, o almeno provarci. In un recente editoriale sul New York Times, Farhad Manjoo scrive che negli ultimi anni questa condizione ha in effetti portato a un’abbondanza di investimenti, soprattutto negli Stati Uniti dove molti investitori hanno speso centinaia di milioni di dollari nella speranza di finanziare la prossima nuova grande testata del XXI secolo. Il problema è che anche i finanziatori più danarosi si devono scontrare con una realtà per ora insormontabile: l’oligopolio che è stato creato da Facebook e Google.

Manjoo fa l’esempio di BuzzFeed e delle sue recenti difficoltà;

Più di chiunque altro nei media, il fondatore di BuzzFeed Jonah Peretti aveva scommesso sulle simbiosi con le piattaforme tecnologiche. Pensava che i giganti della tecnologia continuassero a rafforzarsi, ma per lui questa era una qualità, non un problema. Creando contenuti che si agganciavano ai loro algoritmi, aveva pensato che BuzzFeed sarebbe diventato sempre più grande – e ricco – insieme a loro. I licenziamenti suggeriscono che il modo di pensare di Peretti fosse folle. Google e Facebook non hanno nessun incentivo economico per sostenere le simbiosi; tutto ciò che BuzzFeed può fare per loro può essere fatto anche dalle orde di produttori di contenuti online che lo fanno gratuitamente.

Tra i giornalisti che si occupano di tecnologia negli Stati Uniti, Manjoo è da tempo il più critico delle posizioni di forza che hanno assunto Google e Facebook, formando nella sostanza monopoli nei loro rispettivi campi d’interesse: le ricerche online e i social network. Sono società enormi, con fatturati che superano il valore del prodotto interno lordo di intere nazioni, e attirano gli investimenti pubblicitari più di qualsiasi altra azienda. Le persone sono su Google e Facebook (e le sue altre proprietà come Instagram), quindi è lì che conviene mostrare le pubblicità sfruttando i loro sistemi, più semplici e intuitivi di altri. Gli editori sono rimasti schiacciati in mezzo: alcuni come BuzzFeed hanno pensato di sfruttare sinergie e complicità, nell’illusione di estendere il loro pubblico, ma uscendone nei fatti impoveriti.

I giornali che riusciranno a costruirsi un pubblico fedele e disposto a pagare per i loro articoli, come il New York Times e il Guardian, in questo contesto avranno più possibilità di sopravvivenza. Altre testate potranno sperare nel salvifico arrivo di miliardari interessati a rilanciarli, come è avvenuto con Bezos e il Washington Post. Ma resta il problema di fondo: riuscire a trovare un modo per i media digitali di produrre ricavi e al tempo stesso offrire i propri contenuti alla masse. Il fatto che nemmeno BuzzFeed sia riuscito a farlo in questi anni, scrive Manjoo, è per lo meno preoccupante.

Non tutto è perduto
Come in ogni cosa di questo mondo, anche nella complicata storia delle difficoltà di sopravvivenza delle testate digitali ci sono eccezioni. Vox Media, che pubblica testate come The Verge, Vox e Recode, ha concluso il 2018 in attivo, per la prima volta. Sul risultato ha inciso la capacità dell’azienda di differenziare, soprattutto nel campo della produzione video, con un accordo per creare una serie di brevi documentari su Netflix. Vox ha inoltre ottenuto buoni risultati nella produzione di podcast e delle conferenze, su temi di tecnologia e innovazione, gestiti da Recode. Lo scorso anno i ricavi dell’azienda sono aumentati del 20 per cento rispetto al 2017, per un totale di 185 milioni di dollari.

Axios, sito d’informazione fondato nel 2016 da un gruppo di giornalisti usciti da Politico, compreso il suo cofondatore Jim VandeHei, è ancora in perdita, ma confida di concludere il 2019 in attivo. Nel 2018 ha prodotto ricavi per 24 milioni di dollari e le perdite sono state di 56mila dollari, molto basse e quindi un risultato promettente per l’anno da poco iniziato. Axios ha costi relativamente bassi e una struttura più snella rispetto a BuzzFeed, quindi non sarebbe corretto un confronto diretto tra le due testate. Parte dei suoi ricavi deriva dalle newsletter sponsorizzate, molto apprezzate e che hanno reso per una parte dei suoi lettori non essenziale finire sul sito della testata vero e proprio.

Le buone notizie per il New York Times
Negli anni del passaggio al digitale, il New York Times è stato uno dei giornali che più hanno sperimentato per assicurarsi che il sito e i suoi servizi online potessero compensare i ricavi in calo dovuti alla minor vendita dell’edizione cartacea. In questo senso non può quindi essere paragonato alle testate nate direttamente su Internet, ma i risultati finanziari pubblicati il 6 febbraio mostrano comunque come la strategia seguita dal New York Times stia funzionando. Nel 2018 i ricavi derivanti dal digitale sono stati pari a 709 milioni di dollari, a un passo dagli 800 milioni di ricavi fissati come obiettivo per il 2020.

Se si sommano gli abbonamenti alla versione digitale e a quella cartacea, il New York Times può contare su 4,3 milioni di iscritti. Nel complesso, la sua società editrice ha prodotto ricavi nel 2018 per 1,7 miliardi di dollari, con il digitale che ha quindi contribuito per il 40 per cento al risultato finale. Se l’andamento sarà confermato nei prossimi mesi, a metà 2020 potrebbe per la prima volta ricavare più dal digitale che dagli abbonamenti al cartaceo. Il giornale impiega 1.600 giornalisti e ha a disposizione 826 milioni di dollari in cassa, che potrebbe utilizzare per nuovi investimenti e acquisizioni.

E in Italia?
I giornali italiani stanno faticando molto, soprattutto nel mantenere stabili le vendite dei cartacei e nel raccogliere pubblicità, in un mercato che da tempo soffre di un pesante sbilanciamento degli investimenti pubblicitari verso la televisione. Ancora negli ultimi cinque anni tutti i più grandi quotidiani nazionali hanno perso grandi quantità di lettori, come dimostrano i dati sulla loro diffusione. Il Corriere della Sera, la Repubblica e Il Sole 24 Ore hanno subìto una riduzione di oltre il 40 per cento, mentre La Stampa che in proporzione vendeva meno copie ha perso quasi il 34 per cento, sempre in termini di diffusione. I dati comprendono le copie digitali, cioè le versioni in PDF o tramite app tali e quali al cartaceo, mentre non comprendono l’andamento dei siti dei rispettivi giornali.

I siti dei quotidiani tradizionali faticano a sostenersi con il solo modello della pubblicità: da qui l’offerta di soluzioni ibride che prevedono la possibilità di abbonarsi per accedere a contenuti altrimenti non visibili. Negli ultimi due anni Repubblica ha spinto sugli abbonamenti con un’offerta di maggior valore e originalità destinata alla parte a pagamento del sito e cercando di mobilitare i propri lettori affezionati con comunicazioni sul proprio ruolo, come fanno da qualche anno grandi testate internazionali. Il Corriere ha scelto invece una deriva più popolare e “virale” nei suoi contenuti, tesa ad aumentare le pagine viste e di conseguenza le pubblicità mostrate, avendo maggiori limiti di identità e competitività dei contenuti per incentivare gli abbonamenti.

Parlando del Corriere della Sera, l’editore Urbano Cairo ha di recente spiegato che RCS produce ricavi dal digitale per “160 milioni di euro su poco meno di 980 milioni di euro di fatturato”. Cairo ha detto che il Corriere conta 133mila abbonamenti digitali, senza chiarire quali tipologie di abbonamento siano comprese nel calcolo: dati ufficiali sugli abbonati al sito non ne esistono, né per Repubblica e la Stampa, che a sua volta sta di recente aumentando molto la quota di articoli leggibili solo a pagamento.

Il problema per tutti, giornali tradizionali online o nuove testate che esistono esclusivamente su Internet, continua a essere la resa minore della pubblicità che non rende sostenibile il modello gratuito, salvo rare eccezioni (lo stesso Post, dopo aver raggiunto il pareggio per due anni consecutivi, è tornato a costare più di quel che ricava). Mentre i siti dei giornali tradizionali applicano formule miste di abbonamento, che spesso comprendono il loro cartaceo come incentivo per i lettori abituali, le testate che esistono solo online sono molto caute nello sperimentare sistemi a pagamento e che limitino l’accesso ai contenuti per chi non si iscrive (“paywall”), e che quindi porterebbero a un’ulteriore riduzione dei ricavi derivanti dalla pubblicità con l’incognita di riuscire a colmarli e superarli con gli abbonamenti.

Condé Nast, grande editore internazionale con una forte presenza anche in Italia, sperimenta da diversi anni il “paywall” sui siti statunitensi di alcune testate come il New Yorker, Wired e Vanity Fair. A fine gennaio, la società ha annunciato di volere estendere il sistema a pagamento anche a Vogue e GQ, mentre non ha dato informazioni sulle sue testate all’estero, comprese quelle italiane che finora hanno offerto i loro contenuti usando il modello della pubblicità.

Open, il giornale fondato da Enrico Mentana e che esiste da poco meno di due mesi, ha rivendicato da subito il sistema della pubblicità e non ha in programma di passare a un modello a pagamento o di investire in altre forme di ricavo. Lo stesso Mentana, presentando il progetto, ha detto di volere mantenere gratuito Open e di volerlo mantenere con propri fondi e la pubblicità, fornita dalla concessionaria di Urbano Cairo, che detiene anche la proprietà di La7.

Il Post negli ultimi anni ha visto costantemente crescere il numero dei suoi lettori e delle pagine viste (grazie), ma ha comunque sofferto dei problemi che stanno interessando gli altri giornali online in Italia come all’estero. La raccolta pubblicitaria non è più sufficiente a coprire i costi di gestione del giornale, che ha quindi avviato numerosi progetti per differenziare le proprie fonti di ricavo. I progetti comprendono l’organizzazione di festival e incontri, corsi di giornalismo, articoli sponsorizzati (dove è sempre chiara ed esplicitata la relazione commerciale con i soggetti che si vogliono promuovere) e il rapporto con interlocutori nel settore aziendale per fornire conoscenze e servizi: questo tipo di diversificazione ha portato i ricavi non pubblicitari del 2018 vicino al 20 per cento del totale.

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