Un tifoso ferito nei disordini allo stadio Hillsborough di Sheffield, dove morirono 96 persone prima della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest (AFP/Getty Images)
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  • sabato 12 gennaio 2019

Come risolsero il problema della sicurezza negli stadi del Regno Unito

In questi giorni in molti parlano di Margaret Thatcher, ma non fu lei ad attuare le riforme seguite alle stragi e ai problemi degli anni Ottanta

Un tifoso ferito nei disordini allo stadio Hillsborough di Sheffield, dove morirono 96 persone prima della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest (AFP/Getty Images)

I gravi disordini che nel giorno di Santo Stefano hanno preceduto la partita di Serie A tra Inter e Napoli — durante la quale ci sono stati peraltro ripetuti cori razzisti e denigratori nei confronti di un giocatore africano e dei tifosi napoletani — hanno riaperto il ciclico dibattito sulla sicurezza legata alle partite di calcio in Italia. Da tempo non se ne parlava con questa intensità, anche perché da tempo non accadevano fatti così gravi come quelli dello scorso 26 dicembre che hanno portato alla morte di un tifoso interista a circa due chilometri dallo stadio Giuseppe Meazza di Milano. Da allora reti televisive, giornali, club e politica stanno chiedendo l’introduzione di misure che possano arginare una volta per tutte le condotte violente e razziste delle tifoserie organizzate, dentro e fuori degli stadi delle città italiane.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il presidente della FIFA Gianni Infantino, diversi dirigenti di squadre di calcio e di recente anche il presidente del CONI, Giovanni Malagò, hanno suggerito fra le altre cose che la strategia da adottare debba essere la stessa usata dal governo britannico di Margaret Thatcher a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. In quel periodo nel Regno Unito sorse l’esigenza di sradicare la violenza degli hooligans e garantire sicurezza, comfort e tranquillità all’interno degli stadi. Tutto questo effettivamente accadde, ma Margaret Thatcher non ne fu l’ideatrice. Anzi, come già ampiamente spiegato in passato, probabilmente furono i danni causati dalle misure repressive adottate dal suo esecutivo a portare all’apprezzata e celebre riforma del calcio inglese.

Le origini della violenza nel calcio inglese

Per l’intera seconda metà del Novecento, ad eccezione dell’ultimo decennio, l’ambiente del calcio inglese fu estremamente rude e violento, con stadi vecchi, spogli e fatiscenti, un pubblico rappresentato perlopiù dalle classi sociali più povere e forme di controllo insufficienti. A partire dagli anni Sessanta in Gran Bretagna si formarono inoltre i gruppi di hooligans, cioè tifosi organizzati e dall’atteggiamento violento e indisciplinato legati ad altre sottoculture britanniche, come quelle degli skinhead e dei rude boy, andando a formare realtà folte e radicate.

Tutto questo, unito alle già citate condizioni precarie di molti impianti, portò a un ulteriore aumento degli episodi di violenza in concomitanza con le partite, che raggiunse il picco il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles. L’impianto della capitale belga ospitò quell’anno la finale di Coppa Campioni tra Liverpool e Juventus, e aveva caratteristiche simili a quelle di molti stadi inglesi. Prima della partita, la calca causata dalle cariche degli hooligans inglesi, che approfittarono delle insufficienti misure di sicurezza, provocarono la morte di trentanove tifosi, trentadue dei quali italiani.

Le misure approssimative del governo Thatcher

La strage dell’Heysel — avvenuta dopo una lunga serie di altri fatti molto gravi in Inghilterra, come l’incendio allo stadio Valley Parade di Bradford, in cui morirono cinquantasei spettatori — ebbe conseguenze durissime per le squadre di calcio inglesi, le quali vennero escluse per cinque anni da tutte le competizioni europee (per il Liverpool la squalifica durò un anno in più).

L’incendio allo stadio Valley Parade di Bradford del 1985 (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Il governo del primo ministro Margaret Thatcher – rieletta due anni prima per il secondo mandato – fu in un certo senso obbligato dalla strage dell’Heysel a prendere dei seri provvedimenti per il calcio nazionale, nonostante le questioni calcistiche fossero state a lungo ignorate: si credeva infatti che il paese fosse alle prese con questioni ben più urgenti, come quella dei sindacati inglesi, protagonisti negli anni precedenti di lunghissimi scioperi e lotte represse dalla polizia, o come la questione separatista nell’Irlanda del Nord.

Il governo agì proibendo le bevande alcoliche negli stadi e rafforzando le barriere e le recinzioni per dividere le tifoserie avversarie. Successivamente fu emanato il Football Spectators Act del 1989, che ebbe lo scopo di identificare gli individui protagonisti di disordini in concomitanza con le partite, sia nel Regno Unito che all’estero. La legge prevedeva originariamente la schedatura dei tifosi, ai quali sarebbe stato concesso una specie di “tessera del tifoso” per assistere alle partite in trasferta soltanto in presenza di alcuni requisiti. Questo sistema, tuttavia, non venne mai attuato nella sua forma completa e fu ritenuto controproducente perché troppo macchinoso.

La strage di Hillsborough

Nello stesso anno le misure introdotte dal governo Thatcher si rivelarono effettivamente approssimative e controproducenti. Il 15 aprile del 1989 si verificò una delle più gravi tragedie nella storia del calcio inglese. Novantasei tifosi del Liverpool morirono schiacciati dalla calca a causa di una cattiva gestione dell’ordine pubblico allo stadio Hillsborough di Sheffield in occasione della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, giocata peraltro in campo neutro.

Migliaia di tifosi del Liverpool si presentarono in ritardo allo stadio e furono indirizzati frettolosamente in un settore di gradinate recintate dell’impianto, troppo piccolo per ospitare tutti. La polizia presente non se ne rese conto e continuò a far entrare tifosi, causando la tragedia. L’ultima sentenza sulla strage ha stabilito definitivamente che la morte dei novantasei tifosi fu causata dalle inadatte misure di sicurezza dello stadio e dalla condotta inefficiente delle forze dell’ordine, e non dal comportamento dei tifosi, come invece il governo e alcuni noti giornali inglesi sostennero all’epoca.

La vera riforma del calcio inglese, di Peter Taylor

In seguito all’ennesima tragedia calcistica, nell’aprile del 1989 il governo incaricò il giudice Peter Taylor di indagare su Hillsborough per realizzare di conseguenza un rapporto dettagliato sull’organizzazione della sicurezza in occasione di eventi sportivi. Il rapporto della commissione presieduta da Taylor uscì nella sua forma completa nel gennaio del 1990. Oltre ad attribuire alla polizia le responsabilità per la strage di Hillsborough, le principali conclusioni del rapporto indicarono che i pericoli più evidenti per la sicurezza provenivano proprio dalla presenza di migliaia di tifosi stipati in piedi in spazi piccoli e recintati. Taylor suggerì l’abolizione dei posti in piedi, l’abbattimento delle barriere e che a ogni biglietto venduto corrispondesse un seggiolino numerato, dove lo spettatore avrebbe avuto l’obbligo di guardare le partite, sempre seduto.

Nel novembre dello stesso anno, quando il rapporto era ancora soltanto una bozza, Thatcher si dimise da primo ministro e da leader del partito conservatore. Solo successivamente le federazioni calcistiche britanniche introdussero regolamenti che imposero a tutti i club delle prime due divisioni nazionali di conformarsi alle raccomandazioni contenute nel rapporto entro l’inizio della stagione del 1994. Le indagini di Taylor sono tuttora considerate all’origine del successo contemporaneo del calcio inglese, in quanto riuscirono a contrastare e isolare in maniera efficace e definitiva la minoranza violenta senza recare danni al resto degli spettatori.

L’incremento delle condizioni di sicurezza negli stadi fu possibile poi grazie ad altre condizioni. In quel periodo, infatti, i club si trovarono fra le mani molti più soldi rispetto al passato, sia a causa del miglioramento dei contratti per i diritti televisivi sia perché il governo mise a disposizione un fondo per sostenere la riqualificazione degli stadi imposta dalla federazione. Quel fondo fu finanziato in parte anche dai proventi del gioco d’azzardo e tuttora il governo inglese sovvenziona a sua discrezione alcuni progetti privati o a gestione mista, mentre la federazione inglese mette a disposizione un fondo annuale di circa una decina di milioni di euro per finanziare progetti di ristrutturazione. L’anno scorso la federazione fu vicina alla vendita dello stadio Wembley per 680 milioni di euro, cifra che secondo le intenzioni dei dirigenti sarebbe stata impiegata in un altro vasto piano di investimenti in strutture sportive.

La Premier League oggi

Inevitabilmente la costruzione e la gestione di impianti del genere ha comportato un notevole aumento dei prezzi dei biglietti nel corso degli anni, che è considerato una misura per fare una rozza “selezione sociale” del pubblico. Nel 1990 assistere dal posto più economico a una partita all’Old Trafford, lo stadio del Manchester United, costava poco più di tre sterline. Nel 2011, adeguando quella cifra all’inflazione, quello stesso prezzo sarebbe stato pari a 6,20 sterline. Nella stagione 2010-2011 il biglietto più economico per l’Old Trafford costava invece 28 sterline (oggi 31 sterline, circa 37 euro), cioè quasi cinque volte tanto. Tuttora la Premier League è il campionato europeo di calcio in cui il costo medio del biglietto più economico è il più elevato.

Lo stadio Den di Milwall, il primo impianto inglese a soddisfare i requisiti di sicurezza imposti dalla federazione (Allsport UK /Allsport)

Per quanto riguarda la responsabilità di ciò che avviene sulle tribune durante la partita, un documento governativo pubblicato nel 1973 e chiamato Guide to Safety at Sports Grounds specifica chiaramente che «la responsabilità della sicurezza degli spettatori è sempre a carico di chi gestisce l’impianto, che normalmente è il proprietario o il locatario dello stesso». Nel caso degli stadi inglesi, quasi tutti privati, parliamo quindi delle società sportive e non dell’autorità pubblica. Il responsabile dell’impianto è tenuto ad assumere degli steward per assicurare «la salute e la sicurezza di chiunque assista alla partita». In caso di partite particolarmente delicate la polizia può scortare alcune tifoserie all’interno dello stadio e presidiare alcune aree all’esterno di esso considerate a rischio. Attualmente, per le leggi britanniche, è reato – fra le altre cose, di cui un elenco si può trovare qui, nell’ultimo documento della pagina – entrare in uno stadio con una bevanda alcolica o con dei petardi, lanciare oggetti in campo e cantare cori razzisti.

Sulla base di una condanna legata a questi reati, oppure su segnalazione della polizia, un tifoso può ricevere dalla federazione un provvedimento restrittivo che gli impedisca di recarsi allo stadio per un periodo compreso fra tre e dieci anni: i provvedimenti sono flessibili e modellabili sulle abitudini del condannato. Dato che lo stadio è privato, però, ciascuna squadra può decidere autonomamente di prendere provvedimenti particolari nei confronti di un proprio tifoso, senza dover consultare l’autorità pubblica.

Di tanto in tanto accade ancora qualche episodio di violenza (nel 2010 la BBC raccontava che stava emergendo una nuova generazione di hooligans, dall’età media inferiore ai vent’anni), dalle invasioni di campo ai frequenti disordini avvenuti allo Stadio Olimpico di Londra in seguito al trasferimento del West Ham. Ma in Inghilterra ora gli arresti per reati collegati alle partite di calcio sono inferiori allo 0,03 per cento degli spettatori totali.

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