Lo sciopero dei minatori britannici, che finì 30 anni fa

La storia di una delle lotte sindacali più famose di sempre, contro il governo conservatore di Margaret Thatcher

Il 3 marzo di trent’anni fa, nel 1985, un congresso straordinario del sindacato dei minatori del Regno Unito (NUM) votò a strettissima maggioranza per mettere fine a uno degli scioperi più lunghi e famosi nella storia del paese contro il governo conservatore di Margaret Thatcher. Qualche giorno dopo nelle maggior parte delle regioni che avevano aderito allo sciopero si ricominciò a lavorare. Il risultato di un anno di lotte, spesso violentemente represse e a cui avevano partecipato attivamente anche moltissime donne, fu deludente: il sindacato ne uscì molto indebolito e Margaret Thatcher, che era stata da poco rieletta per un secondo mandato come primo ministro, vinse su quello che aveva definito «il nemico interno» e poté proseguire e consolidare il proprio programma.

Prima dell’inizio
La chiusura generalizzata dei pozzi di carbone, la privatizzazione delle industrie di proprietà dello stato e la liberalizzazione del mercato erano punti essenziali nella strategia del Partito Conservatore fin dal governo del primo ministro Edward Heath (1970-1974). Quando il sindacato dei minatori ottenne proprio in quegli anni importanti vittorie e quando alle elezioni il Partito Laburista ottenne 2 seggi in più dei Conservatori, Heath si dimise e Harold Wilson costituì un governo laburista di minoranza. Per Heath si posero problemi anche all’interno del partito: quando si decise di votare un nuovo segretario, al secondo turno si candidò Margaret Thatcher, che vinse e assunse la guida dei conservatori (4 febbraio 1975).

All’opposizione, guidati da Margaret Thatcher, i conservatori compilarono un documento, il cosiddetto “rapporto Ridley”, che conteneva le linee guida e gli interventi di un loro futuro governo: molti riguardavano l’ampio settore pubblico da riformare con la chiusura delle aziende che non garantivano profitto e con l’apertura di quelle che rendevano ai capitali privati. Nel documento venivano citati la casa automobilistica British Leyland, i ferrovieri, i lavoratori del servizio delle acque e, ovviamente, i minatori. Nel 1979, Margaret Thatcher venne eletta primo ministro e il programma del “rapporto Ridley” cominciò a essere applicato.

L’inizio
L’industria estrattiva britannica, una delle più importanti d’Europa insieme a quella della Germania ovest, amministrava a quel tempo quasi 180 pozzi nel paese e impiegava 120mila dei circa 180mila occupati nel settore: il tutto grazie anche a corposi sussidi e vantaggi garantiti dallo Stato, a fronte dell’esistenza di settori energetici concorrenti più economici e produttivi. All’inizio del 1984 venne annunciata la chiusura della miniera di carbone di Cortonwood, nello Yorkshire, come primo atto che avrebbe riguardato altri venti siti estrattivi che occupavano circa 20 mila persone.

Il 5 marzo del 1984 lo sciopero iniziò nello Yorkshire; il giorno dopo si unirono i minatori di altre regioni, chiamati dai sindacati regionali. L’8 marzo la commissione nazionale esecutiva del sindacato nazionale dei minatori (NUM), presieduto da Arthur Scargill, approvò diverse iniziative promettendo il suo sostegno futuro a tutte le regioni che intendevano aderire. Il 12 marzo manifestanti provenienti dalle regioni già in sciopero (Yorkshire, Scozia, Kent, Durham) spinsero altre zone a partecipare alla lotta. Circa 8 mila agenti cominciarono a essere inviati nei luoghi delle dimostrazioni e cominciarono gli scontri: il 15 marzo morì il primo minatore: David Jones, 24 anni.

La lotta
Alla fine di marzo circa tre quarti dei pozzi che dipendevano dall’Ufficio nazionale del carbone erano fermi. Fin dall’inizio i minatori ebbero il sostegno dei dirigenti dei sindacati di ferrovieri, trasportatori, scaricatori e siderurgici che si accordarono, ma solo temporaneamente e a intermittenza, per impedire i trasporti di carbone; ebbero il sostegno dei sindacati di altri paesi (tra cui Francia, Spagna, Belgio, Svizzera, Germania, Polonia) e quello dei giovani del movimento operaio e di varie organizzazioni che collegarono le loro battaglie a quella dei minatori costruendo vari gruppi, raccogliendo fondi e marciando con loro e il loro adesivo giallo sulle giacche (il film Pride, uscito nel 2014, racconta per esempio l’appoggio delle lesbiche e degli omosessuali di Londra).

Le donne svolsero durante tutto lo sciopero un ruolo molto importante. Non si limitarono infatti a organizzare raccolte di fondi o distribuzione di viveri, ma convinsero molti minatori a partecipare allo sciopero e organizzarono molte iniziative. Il primo raduno di donne avvenne il 12 maggio a Barnsley – parteciparono circa 10 mila persone – ma la manifestazione più grande fu quella di Londra dell’11 agosto 1984, con almeno 20 mila donne provenienti da tutte le regioni minerarie in sciopero. Furono appoggiate dalle donne del Partito Laburista e da quelle, naturalmente, di altre organizzazioni femministe.

Ci furono molte violenze, minacce e intimidazioni: sia da parte della polizia contro i minatori in sciopero, sia da parte dei minatori in sciopero contro quelli che non intendevano scioperare. Mentre proseguivano le lotte, gli arresti e gli scontri (celebri quello del 18 giugno 1984 a Orgreave), proseguivano anche i negoziati tra l’Ufficio nazionale del carbone (NCB) e il Sindacato nazionale dei minatori (NUM). A livello politico i minatori non ricevettero un reale appoggio: il congresso del Partito Laburista decise di sostenere la protesta ma il segretario Neil Kinnock denunciò le violenze dei manifestanti. La Confederazione dei sindacati britannici (Trade Unions, TUC) mantenne un atteggiamento attendista ed era divisa sul tema. L’azione del governo non si limitò alla repressione ma anche a multe e azioni legali. Scargill e il NUM vennero citati in tribunale, fu ordinato il sequestro di tutti i fondi del sindacato, l’NCB promise un premio ai minatori (stanchi e senza paga) che avessero ricominciato a lavorare; un politico conservatore venne nominato amministratore dei fondi del NUM, si cercò di organizzare movimenti paralleli, come quello delle “spose contro lo sciopero” o altri ancora all’interno della stessa comunità dei minatori.

La fine
Il 19 febbraio del 1985 i dirigenti della Confederazione dei sindacati si incontrarono con Margaret Thatcher e negoziarono un accordo per mettere fine allo sciopero. Tre giorni dopo un congresso straordinario del NUM respinse all’unanimità l’accordo: ma dopo un anno senza paga e senza aver ottenuto niente, il 3 marzo 1985 Scargill venne costretto da un voto a strettissima maggioranza a dichiarare la fine dello sciopero. Una minoranza ristretta continuò a protestare per ottenere il reintegro dei lavoratori licenziati durante lo sciopero ma la maggior parte dei minatori rientrò a lavorare, in corteo e accolta da bande e striscioni di solidarietà. In un anno ci furono due morti tra i minatori, 710 licenziamenti, 10 mila procedimenti giudiziari: e una montagna di articoli, storie, canzoni e film, da lì e per gli anni a venire. In poco tempo quasi tutte le miniere del Regno Unito furono chiuse.

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