La Spagna vuole contare di più in Europa

E potrebbe riuscirci, per merito del primo ministro Pedro Sánchez e per demeriti di altri paesi, Italia compresa

Pedro Sanchez, Chiclana de la Frontera, Spagna, 18 novembre 2018 (CRISTINA QUICLER/AFP/Getty Images)

Da quando il primo ministro spagnolo è il socialista Pedro Sánchez, diversi giornali e osservatori internazionali hanno iniziato a raccontare di un presunto nuovo ruolo della Spagna in Europa; è vero che Sánchez sta rivendicando un peso maggiore per il suo paese nell’UE a fianco di Germania e Francia, e secondo molti sta trovando più spazio anche a causa del grave deterioramento avvenuto invece nei rapporti con l’Italia, da quando il presidente del Consiglio italiano è Giuseppe Conte e il governo è guidato da due partiti apertamente euroscettici.

La complessa relazione di alcuni paesi membri con l’Europa è vista come la principale ragione degli spazi che si stanno aprendo in Europa e che la Spagna starebbe cercando di occupare, come ha spiegato tra gli altri Politico. Il Regno Unito uscirà ufficialmente dall’Unione Europea il prossimo 29 marzo; il governo italiano è in un momento di rapporti freddi con Bruxelles, soprattutto dopo che la Commissione Europea ha concluso che la legge di bilancio potrebbe violare i parametri europei sulla riduzione del debito. Poi c’è la Polonia: da tempo l’Unione Europea accusa il governo di destra guidato da Diritto e Giustizia di voler portare avanti un progetto autoritario.

«La Spagna deve reclamare il suo ruolo», ha detto Sánchez a Politico. E ancora: «Mi dichiaro un militante europeista. Credo che la sfida per l’UE sia scrivere un nuovo contratto sociale che non saremo in grado di costruire o scrivere a livello di stati membri, ma che dobbiamo fare a livello congiunto (…) In questo senso, con la sventura di Brexit, con l’anti-europeismo che l’Italia, il governo italiano, sta mostrando in questo momento, credo che l’asse che dovrebbe essere articolato sia quello Berlino-Parigi-Madrid, a cui aggiungerei anche Lisbona».

Le ambizioni di Sánchez sulla scena europea contrastano però con la sua fragilità politica a livello nazionale: guida un governo con un risicato sostegno parlamentare e non ha mai vinto le elezioni (in giugno è diventato primo ministro grazie al meccanismo della “mozione costruttiva”, che impone di indicare un primo ministro quando si sfiducia quello in carica). Il Partito Popolare spagnolo e i liberali di Ciudadanos stanno mettendo sotto pressione il suo governo, che ha dovuto mettere in discussione anche molte promesse fatte al momento dell’entrata in carica. Infine c’è la questione della Catalogna, sulla quale il primo ministro spagnolo ha scelto un approccio più morbido rispetto a quello del suo predecessore Mariano Rajoy, ma che resta comunque un punto delicato e irrisolto. Tutta questa situazione potrebbe dunque mettere in dubbio la capacità di Sánchez di ottenere qualcosa di significativo in Europa, anche se su alcune questioni ha dimostrato di avere un peso e ha saputo prendere posizioni ben precise: su Brexit, per esempio, e sulla questione dei migranti.

Prima non era molto chiaro perché Rajoy, primo ministro della Spagna per più di sei anni, fosse così cauto in Europa: alcuni ipotizzano per la crisi economica del paese, altri ancora per la questione della Catalogna; i suoi oppositori dicono dipendesse dal suo disinteresse generale o dalle sue difficoltà con la lingua inglese e dal suo evidente disagio di fronte alla stampa internazionale. È invece molto chiaro che Sánchez non sente queste difficoltà. Ha vissuto a New York, si è laureato in Economia a Bruxelles, ha lavorato come assistente al Parlamento europeo e come consulente per l’alto rappresentante delle Nazioni Unite in Bosnia. Se Emmanuel Macron, presidente della Francia, ha occupato la scena europea con un’agenda molto ampia e ambiziosa, Sánchez ha saputo sfruttare alcuni specifici momenti, in modo molto positivo.

Per esempio, Sánchez ha scelto alcuni ministri che hanno avuto importanti incarichi in Europa: Josep Borrell, ministro degli Esteri, nel 2004 è stato eletto presidente del Parlamento europeo e dal 2010 al 2012 è stato presidente dell’Istituto Universitario Europeo a Fiesole, vicino a Firenze; la ministra dell’Economia è Nadia Calviño, dal 2014 direttrice generale del Bilancio della Commissione europea, uno degli incarichi più importanti occupati da un cittadino spagnolo a Bruxelles. La nomina di Calviño era stata definita una «buona notizia» dalla Commissione europea ed era stata accolta con soddisfazione anche da Ana Botín, presidente del Banco Santander, una delle banche più grandi della Spagna.

Poco dopo essere entrato in carica a giugno, Sánchez ha annunciato che la Spagna avrebbe accolto più di 600 migranti rimasti bloccati a bordo dell’Aquarius, dopo che Malta e l’Italia li avevano respinti. Poi ha criticato l’Austria, che fino alla fine del 2018 detiene la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, per essersi rifiutata di firmare il patto globale non vincolante delle Nazioni Unite per una migrazione sicura, controllata e disciplinata (il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, GCM), il primo accordo mondiale per definire un approccio comune alla migrazione internazionale: «Mi sembra un errore», ha detto. Sánchez sostiene la necessità di una cooperazione più forte in materia di migrazione.

Su Brexit – un tema sul quale la Spagna ha molto in gioco – ha dimostrato posizioni moderate ma ferme, presentandole come nell’interesse sia dell’Europa che del proprio paese: ha consigliato a Theresa May di indire un altro referendum e qualche giorno fa ha minacciato di votare “no” all’accordo raggiunto da Regno Unito e Unione Europea se non sarà modificato un articolo del trattato che riguarda Gibilterra, il territorio britannico che si trova nel sud della Spagna. Sanchez pretende maggiori garanzie sul fatto che l’accordo raggiunto privatamente con il Regno Unito su Gibilterra prevalga su quello più ampio concordato dal governo britannico con l’UE. Tecnicamente, la Spagna non ha il potere di veto sull’accordo, che dovrà essere approvato dalla maggioranza qualificata dei 27 leader dei rimanenti paesi dell’UE, ma è improbabile che il testo venga approvato senza il consenso di tutti. Se l’attuale accordo non verrà modificato, ha detto Sanchez, la Spagna voterà contro.

La situazione dell’Italia sta infine offrendo alla Spagna un’altra buona occasione: Sánchez ha già dichiarato di essere dalla parte della Commissione Europea e non del governo italiano o di altri che criticano l’UE, facendo notare che le regole di bilancio applicate dalla Commissione sono quelle che l’Italia stessa ha contribuito a redigere: «Alla fine, queste regole non furono imposte all’Italia o alla Spagna. Ce le siamo date a vicenda… dobbiamo quindi rispettarle». La Spagna potrebbe insomma prendere il posto dell’Italia quale principale interlocutore dell’Europa del sud sulle riforme dell’Europa stessa. A questo va aggiunto il fatto che la Germania, con cui la Spagna di Sánchez ha ereditato buoni e solidi rapporti dal governo precedente, ha avuto difficoltà interne alla coalizione sulla questione dei migranti e affronterà presto un grande cambiamento, con la fine del cancellierato di Angela Merkel. Anche la Francia potrebbe essere un diretto alleato della Spagna in Europa: Macron e Sánchez, secondo alcuni osservatori, «mostrano una vicinanza su diversi temi europei e condividono lo stesso stimolo per una unione più efficace (…) Creare un asse Parigi-Madrid è una necessità assoluta per cercare di pesare un po’ contro un’Europa divisa».

Insomma, praticamente da un giorno all’altro, vista la penuria di alternative, Sánchez è diventato il più importante politico socialdemocratico d’Europa, insieme al primo ministro portoghese António Costa e allo svedese Stefan Löfven. Politico gli ha chiesto se senta la responsabilità di questa sua leadership, e lui ha risposto: «Non ci sono dubbi». Per quanto riguarda il declino del centrosinistra in tutta Europa, Sánchez ha detto che «non dobbiamo mai smettere di credere nelle nostre idee. La socialdemocrazia è più viva che mai in Europa nonostante il numero dei governi socialdemocratici sia diminuito». L’anno prossimo potrebbero svolgersi le elezioni politiche, in Spagna, e sarebbero l’occasione per Sánchez di legittimare con il voto la propria posizione: i sondaggi, per ora, dicono che potrebbe vincere.

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