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  • mercoledì 14 novembre 2018

La conferenza sulla Libia non è stata un successo

Ci sono state assenze importanti e si è deciso il minimo sindacale, al contrario di quel che rivendica il governo Conte

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e l'inviato dell'ONU per la Libia Ghassan Salame (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Martedì si è conclusa la conferenza sulla Libia a Palermo, voluta e organizzata dal governo italiano di Giuseppe Conte e sostenuta dall’ONU. Conte e l’inviato speciale per la Libia dell’ONU, Ghassan Salamé, hanno parlato ai giornalisti elencando i risultati degli incontri, tra cui l’organizzazione di una conferenza nazionale in Libia, probabilmente nel gennaio 2019, e l’accordo su nuove elezioni libiche legislative e presidenziali, da tenersi entro la primavera dello stesso anno. Nonostante i due abbiano parlato di «successo», però, molte cose avvenute a Palermo negli ultimi due giorni fanno pensare diversamente: l’impressione è che la conferenza sia stata un mezzo fallimento, soprattutto per la scarsa partecipazione di alcuni dei più importanti leader mondiali.

Alla conferenza non hanno partecipato né il presidente statunitense Donald Trump né quello russo Vladimir Putin, nonostante Conte l’avesse messa in calendario cercando di facilitare la presenza di entrambi. Erano assenti anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha confermato che non sarebbe andata a Palermo solo poche ore prima dell’inizio dell’evento, e il presidente francese Emmanuel Macron, che negli ultimi mesi ha avviato una competizione piuttosto intensa con l’Italia per avere il ruolo di guida delle politiche europee nei confronti della Libia. Ma soprattutto non ha partecipato ai lavori Khalifa Haftar, il generale libico che controlla tutta la Libia orientale.

Haftar è in effetti arrivato a Palermo lunedì sera, dopo che erano circolate molte voci contrastanti sulla sua eventuale presenza. Ha incontrato Conte ma ha detto chiaramente che era lì per altro, che non aveva «niente a che fare» con l’evento organizzato dal governo italiano. Un po’ a sorpresa ha comunque presenziato a un incontro che si è tenuto a margine della conferenza, a cui hanno partecipato diversi leader mondiali vicini o alleati di Haftar, tra cui il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, il primo ministro russo Dmitri Medvedev e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. All’incontro c’era anche il primo ministro libico Fayez al Serraj, il capo del governo libico riconosciuto internazionalmente e appoggiato dall’Italia, oltre che principale rivale di Haftar in Libia. Haftar e Serraj si sono fatti fotografare mentre si stringevano la mano, alla presenza di Giuseppe Conte.

Secondo diversi osservatori, tra cui il giornalista del Foglio Daniele Raineri, la sola stretta di mano tra Haftar e Serraj non può però far parlare di successo della conferenza di Palermo, per diverse ragioni.

Oltre all’assenza di importanti leader mondiali e di Haftar, uno dei problemi della conferenza è stato l’abbandono improvviso della delegazione turca, indignata per essere stata esclusa dall’incontro informale tra Conte, Medvedev, Sisi, Haftar, Serraj e gli altri. Il vicepresidente turco Fuat Oktay ha detto di essere stato «profondamente deluso» dall’esclusione e ha accusato la comunità internazionale di non avere saputo creare unità. La Turchia, scrivono i giornali, non era stata voluta proprio da Haftar, perché in Libia i turchi appoggiano varie milizie islamiste che combattono contro le forze dello stesso Haftar.

Al termine della conferenza non è stato prodotto alcun documento ufficiale vincolante, firmato cioè da tutti i partecipanti e che preveda l’obbligo di rispettare impegni precisi. È stata stabilita una road map di massima che include due degli obiettivi che si era data l’ONU prima dell’inizio della conferenza: l’organizzazione di una conferenza nazionale in Libia e un accordo su una nuova data per le elezioni, dopo che la proposta precedente voluta dalla Francia e osteggiata dall’Italia – elezioni il 10 dicembre – era stata scartata per vari motivi. Non sono state però fissate le date per questi due eventi e non si è affrontato seriamente il problema che finora ne ha impedito la realizzazione, cioè le insufficienti condizioni di sicurezza nel paese.

Anche a Palermo, come era successo in diversi altri eventi simili in passato, uno dei problemi principali è stata la mancanza degli attori libici che non riconoscono l’autorità dei più importanti politici del paese a negoziare a nome loro. Tra gli esclusi, oltre alle milizie che controllano pezzi di Libia, ci sono per esempio i governanti di alcune città libiche molto importanti, che per la loro autonomia vengono chiamate anche “città stato”, ha raccontato Francesco Semprini sulla Stampa: è il caso per esempio di Zintan, città della Libia occidentale, e Misurata, dove comanda il vice di Serraj, Ahmed Maitig, considerato vicino all’Italia. La conferenza di Palermo non è quindi riuscita a superare il problema della rappresentanza delle varie fazioni che si combattono in Libia e a trovare un accordo vincolante sui prossimi appuntamenti politici ed elettorali che si dovrebbero tenere nel paese nel 2019.

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