Il primo ministro britannico Theresa May al Consiglio Europeo del 18 ottobre. (BEN STANSALL/AFP/Getty Images)

L’Unione Europea dovrebbe ammorbidire la sua posizione su Brexit?

È arrivato il momento di fare delle concessioni al Regno Unito e chiudere l'accordo per il bene di tutti, sostiene lo Spiegel

Il primo ministro britannico Theresa May al Consiglio Europeo del 18 ottobre. (BEN STANSALL/AFP/Getty Images)

Il settimanale tedesco Spiegel ha pubblicato un editoriale di Peter Müller, il corrispondente a Bruxelles del settimanale, in cui spiega perché è arrivato il momento in cui l’Unione Europea dovrebbe fare delle concessioni al Regno Unito su Brexit.  Mancano quattro mesi e mezzo alla formalizzazione dell’uscita del Regno Unito e circa il 90 per cento dell’accordo di recessione è pronto (resta da risolvere soprattutto il problema del confine irlandese). Eppure nelle ultime settimane non ci sono stati progressi significativi, nemmeno all’ultimo Consiglio europeo. La prima ministra britannica Theresa May viene attaccata quotidianamente sui giornali per lo stallo dei negoziati, ma secondo Müller arrivati a questo punto sta all’Unione Europea fare un passo verso il Regno Unito, per il bene di tutti.

Secondo Müller, anche l’Unione Europea avrebbe molto da perdere nel caso di una hard Brexit, cioè un’uscita drastica del Regno Unito da tutti i trattati e le istituzioni dell’Unione Europea, senza alcun tipo di accordo. Sappiamo da tempo che in assenza di un accordo ci saranno grandissimi disagi nel trasporto di persone e merci dall’Unione Europea al Regno Unito, che all’entrata dei principali porti europei si formeranno file lunghissime, e che da un giorno all’altro i britannici dovranno richiedere visti e permessi di soggiorno per entrare nei territori dell’Unione. Si parla spesso dei danni economici gravissimi che il Regno Unito potrebbe subire nei primi anni successivi a un’uscita drastica dell’Unione, ma meno dei contraccolpi che subirebbe anche l’UE: per esempio dovrebbe sostituire da un giorno all’altro un partner commerciale che da solo vale l’8 per cento degli scambi commerciali dell’Unione, e trovare una soluzione per non tagliare i rapporti con la borsa europea più potente, quella di Londra.

Per varie ragioni l’assenza di un accordo, scrive Müller, non conviene a nessuna della due parti. Anche perché, sebbene lascerà l’Unione Europea, il Regno Unito in futuro farà comunque parte dell’Europa “geografica” e della NATO: anche dopo Brexit, Londra rimarrà un partner indispensabile per la lotta contro il terrorismo e per la difesa comune del continente, per citare due temi su cui sono tutti d’accordo. I negoziatori hanno ottenuto buona parte di quello che volevano, ad esempio sui soldi che il Regno Unito continuerà a versare nei prossimi anni all’UE, che in definitiva dovrebbe essere meno intransigente. Questo non significa acconsentire a ogni richiesta di May o dei suoi alleati di governo, ma forse entrambe le parti dovrebbero smetterla di creare ulteriori ostacoli e chiudere l’accordo.

Secondo Müller, inoltre, il timore che Brexit inneschi una reazione a catena che porti all’uscita di altri stati membri dall’Unione è stato scongiurato, e quindi i negoziatori europei non hanno più l’esigenza di mostrarsi inflessibili. Oggi, argomenta Müller, neanche i governi più ostili a Bruxelles hanno intenzione di lasciare l’Unione Europea: anzi, riescono a perseguire meglio i loro obiettivi da dentro che da fuori.

È il caso della Polonia e dell’Ungheria, due paesi che beneficiano enormemente dei fondi europei nonostante siano guidati da governi semi-autoritari. Qualche settimana fa il Parlamento Europeo ha avviato nei confronti dell’Ungheria la cosiddetta “opzione nucleare” accusandola di non rispettare lo stato di diritto: di fatto la procedura non avrà alcuna conseguenza sul governo, che potrà continuare a comportarsi più o meno come gli pare. Da qualche mese anche la Polonia è soggetta alla procedura, senza che ci siano state conseguenze concrete.

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