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  • venerdì 13 luglio 2018

È l’anno della tuta

Ma non quelle da ginnastica, bensì le jumpsuit: hanno una storia lunga e affascinante e ora sono tornate molto di moda

1)Gigi Hadid con una tuta della collezione primavera/estate di Balmain (Pascal Le Segretain/Getty Images) 2) Una tuta della collezione Fenty Puma by Rihanna, primavera/estate 2018 (JP Yim/Getty Images for FENTY PUMA By Rihanna) 3) Due modelli con tute di Vetements, dalla collezione primavera/estate 2017 (ALAIN JOCARD/AFP/Getty Images) 4)Kendall Jenner con una tuta della collezione primavera/estate 2018 di Tod’s (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images) 5) Herieth Paul con una tuta della collezione primavera/estate di Balmain (FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images)

Per essere alla moda nell’estate 2018 bisogna avere soprattutto una cosa: una jumpsuit, una tuta, che a seconda dell’occasione può essere abbinata con sneaker bianche, zoccoli o tacchi alti, borsette, borse di tela o gioielli vistosi. Fino a pochi anni fa le tute erano pressoché dimenticate, nessuno le portava più, e la parola indicava soprattutto l’abbigliamento sportivo che univa pantaloni e felpa; chi se le ricordava le associava a quelle scivolose dell’hip hop anni Ottanta o a quelle sbrilluccicanti e aderenti delle discoteche degli anni Settanta. Le tute però hanno una lunga storia iniziata cent’anni fa e fatta di numerosi ritorni, come accade praticamente con tutto nel mondo della moda; la cosa più interessante è il motivo per cui ora funzionano così tanto, dalle passerelle delle sfilate alle strade delle città, come ha raccontato Ellie Violet Bramley sul Guardian.

Le prime tute erano abiti da lavoro maschili chiamate boilersuit: erano in denim o altri tessuti pesanti e servivano a proteggere i vestiti degli operai e i loro corpi da macchie, olii, vernici e altri tipi di unto. Ricoprivano tutto il corpo e di solito avevano una cintura o un elastico in vita, qualche tipo di chiusura ai polsi e alle caviglie, tasche e tasconi in cui infilare gli attrezzi. Erano associate ai proletari e per questo si diffusero tra gli intellettuali e gli attivisti di sinistra degli anni Venti e Trenta, tra cui esponenti del movimento del Bauhaus, e alcuni Repubblicani antifascisti nella Guerra civile spagnola, che le portavano come uniformi. Avevano anche un messaggio di parità di genere e venivano indossate dalle donne marxiste.

È quindi curioso che la prima tuta come vestito da portare tutti i giorni sia stata inventata da un artista futurista italiano, che anni dopo divenne un sostenitore di Benito Mussolini e del fascismo. Si chiamava Ernesto Michahelles ma si faceva chiamare Thayaht, e nel 1919 realizzò un abito dalla forma a T tagliata da un unico pezzo di cotone. La chiamò TuTa e nel suo intento rivoluzionario e moderno doveva essere un capo universale e unisex, una soluzione facile e fai-da-te con sette bottoni, poche cuciture e uno spirito anti-borghese. Le istruzioni per disegnarsi la propria TuTa vennero pubblicate per la prima volta dal giornale fiorentino La Nazione nel 1920. Il nuovo capo, che Thayaht aveva definito «il più innovativo e futuristico mai realizzato nella storia della moda italiana», venne però apprezzato soprattutto dalla buona società fiorentina, che prese a indossarlo rovesciando le intenzioni del suo inventore. Nel 1923 l’artista costruttivista russo Aleksandr Rodchenko e la moglie Varvara Stepanova inventarono un’altra specie di tuta che chiamarono Varst, sempre destinata all’uomo comune. Nel frattempo le tute da lavoro erano diventate la divisa di aviatori, meccanici e piloti automobilistici.

#TuTa #futurismo #thayaht #ernestomichahelles

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La prima tuta da donna fu disegnata nel 1911 dallo stilsita francese Paul Poiret ed era un abito con pantaloni molti ampi e separati in fondo, chiamati “pantaloni harem”, al posto della gonna.

Molto più simili a una tuta moderna furono quelle proposte nei primi anni Trenta dalla rivoluzionaria stilista italiana Elsa Schiaparelli: il modello più famoso era in seta azzurra con cappuccio, arricciata e stretta ai polsi e alle caviglie.

Greta Garbo fu tra le prime attrici e indossare una tuta in un film, in Come tu mi vuoi nel 1932; Katharine Hepburn lo fece nel 1937 in Palcoscenico. Le prime tute da donna, simbolo di indipendenza e anticonformismo, erano portate da pilote, aviatrici e sportive e non fecero in tempo a imporsi nell’elegante società dell’epoca che l’arrivo della Seconda guerra mondiale le riportò alle origini: tornarono a essere capi pratici per lavorare. Compaiono anche in una delle immagini femministe più famose della storia, quella di Rosie the rivetter – Rosie la rivettatrice, incarnazione delle donne che facevano lavori faticosi mentre gli uomini erano in guerra: mostra il bicipite indossando una tuta disegnata nel 1942 dalla stilista Vera Maxwell.

(J. Howard Miller – Westinghouse)

Il termine jumpsuit, quello usato nei paesi anglosassoni per indicare le tute, si diffuse negli Stati Uniti negli anni Quaranta per le divise dei paracadutisti che le usavano, appunto, per i lanci (jump significa salto, in inglese). Sempre durante la Seconda guerra mondiale, il primo ministro britannico Winston Churchill rese popolare la siren suit, chiamata così perché si indossava al volo sui vestiti normali non appena suonava la sirena antiaerea.

WINSTON CHURCHILL in a #boilersuit #Pinstripe #SirenSuit #HomburgHat #PythonSlippers

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Per anni la tuta continuò a essere un capo pratico e comodo e tornò di moda soltanto negli anni Sessanta. La versione per la buona società fu presentata nel 1960 a Palazzo Pitti a Firenze dalla principessa stilista Irene Galitzine, che vestì donne celebri come Sophia Loren, Liz Taylor e Jackie Kennedy: chiamata pigiama palazzo, era una raffinata tuta con pantaloni larghi e morbidi. Fuori dai salotti invece le tute venivano portate con lo stesso spirito rivoluzionario dei movimenti di avanguardia degli anni Dieci. Il successo era legato anche ai primi viaggi spaziali e agli astronauti che indossavano tute di nylon e poliestere, rendendole simbolo di un’allettante era futura; tra gli stilisti che le proposero in tal senso ci fu il francese André Courrèges.

Cassandra Gero, che lavora come assistente alla conservazione del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, spiega che da un lato le tute degli anni Sessanta erano viste come divise democratiche da portare nella vita quotidiana, una specie di capo anti-moda; dall’altro rappresentavano la moda del futuro, e gli stilisti del tempo intuirono che saremmo stati tutti troppo impegnati a fare altro anziché a preoccuparci di cosa avremmo indossato: da qui il successo di un capo unico da mettere al volo senza troppi pensieri. Fu allora che la tuta divenne l’abito della cultura pop, indossato inizialmente da cantanti e celebrità uomini – da Elvis Presley a Mick Jagger – in modelli attillati e fitti di paillettes, e poi dalle donne in una versione più ampia e rilassata. Il suo carattere androgino funzionò anche negli anni Settanta, diventando l’abito dei tempi della disco dance, sensuale e rapido da levare scorrendo la zip.

David Bowie con un costume disegnato dallo stilista giapponese Kansai Yamamoto, 1973
(ANSA/ Victoria & Albert Museum London)

Tra le pop star che avrete visto in tuta: David Bowie nell’alter ego di Ziggy Stardust nel 1972, Freddie Mercury con un modello a scacchi, Mick Jagger con quella disegnata da Ossie Clark, piena di anelli metallici che si surriscaldarono sul palco bruciandogli la pelle; e poi ancora Cher, gli Abba e i tanti famosi dello Studio 54, la leggendaria discoteca di New York, come Diana Ross, Liza Minelli e Bianca Jagger. Al cinema divenne celebre quella verde smeraldo indossata da Farrah Fawcett in Charlie’s Angels, prima di essere rimpiazzata per fama da quella di Uma Thurman in Kill Bill.

Farrah Fawcett in “Charlie’s Angels”

Negli anni Ottanta continuarono ad andare di moda versioni sempre più larghe, colorate e appariscenti, un modo di essere alla moda senza troppi sforzi.

Le tute ricomparvero nei primi anni Duemila: sono famose quella rossa in PVC indossata da Britney Spears in Oops! I Did It Again e quelle leopardate portate spesso dalla Spice Girls Mel C.

Tra le sostenitrici più recenti c’è la stilista Stella McCartney ma, scrive il Guardian, a farle tornare di moda è stata soprattutto Phoebe Philo, l’ex stilista dell’azienda di moda Celine considerata una delle più influenti e chic nel mondo della moda. Philo ne indossò una alla cerimonia di premiazione dei British Fashion Awards, i premi più importanti della moda britannica, nel 2009: da allora in pochi anni le tute sono spuntate agli eventi più mondani ed eleganti, sono state sdoganate alle corse dei cavalli di Ascot nel 2016 e indossate al festival del cinema di Cannes da Kristen Stewart, Jennifer Lawrence e Sophie Marceau.

Soprattutto la tuta è diventata un abito versatile da portare ogni giorno senza pensarci troppo, che sta più o meno bene a tutte le forme del corpo e che può essere reso facilmente più elegante o informale nel corso della giornata. È per questo, scrive il Guardian, che su Asos, uno dei più famosi siti dove comprare abiti, scarpe e accessori online, le vendite sono aumentate del 70 per cento rispetto a un anno fa. Sulla piattaforma di ricerca globale Lyst, le ricerche delle tute sono aumentate del 61 per cento all’anno, a giugno sono cresciute del 46 per cento rispetto a maggio, prova che si tratta soprattutto di un capo estivo. Tanya Gill, la stylist di Jane Fonda (cioè la persona che le consiglia cosa indossare) ha definito la tuta «il compendio del guardaroba della donna moderna», perché ha inaugurato un periodo in cui le donne non perdono tempo a tormentarsi sugli abbinamenti. Potrebbe funzionare anche per gli abiti da sposa, racconta la redattrice di Vogue Ellie Pithers, che riceve sempre più richieste su quale modello scegliere.

Una tuta da sposa
(Whistles)

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