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  • venerdì 9 marzo 2018

La camicia hawaiana non è più da sfigati

Che poi, "hawaiana" per modo di dire: è un incrocio di tante mode portate da immigrati giapponesi, filippini, portoghesi e tahitiani

Jeff “Chunk” Cohen nei Goonies, 1985

Forse la parola Hawaii vi fa pensare a un paradiso cartonato con turisti panciuti e di mezza età, attorniati da ragazze con ghirlande e gonnellini: è una scena realistica ma antiquata, e dovrete presto aggiornarla visto che Honolulu e dintorni stanno tornando di moda. Lo stereotipo è cambiato negli ultimi anni, a partire dagli Stati Uniti: un po’ perché è lì che ha passato molte vacanze il presidente Barack Obama, dato che ci è nato, un po’ grazie al nuovo avventuroso viaggio nel 2013 della Hōkūle‘a, una famosa canoa da viaggio polinesiana inaugurata nel 1975, un po’ ancora per l’apertura di nuovi locali e ristoranti che hanno reso Honolulu «improvvisamente cool», scrisse GQ nel 2017, e anche per il successo del poke (si legge po-kay), un piatto hawaiano fatto di riso e pesce crudo che ora si mangia in tutto il mondo.

Mago Merilno in una scena di La spada nella roccia

Tutto questo ha comportato anche un ritorno della camicia hawaiana, in inglese anche detta aloha shirt, che negli ultimi anni è stata riproposta da grosse catene di abbigliamento come Zara, da marchi del lusso come Valentino che ci ha stampato sopra enormi ananas, Gucci e Saint Laurent, che ha scelto invece palme e piccole station wagon; per le donne tra le prime a proporla fu Stella McCartney nel 2012, anche se il successo arrivò con la versione del 2016. Con l’avvicinarsi della primavera e dell’estate la vedrete sempre più spesso nelle vetrine dei negozi e indossata non più da nonni e bonari signori, ma da ragazzi più o meno alla moda.

La camicia hawaiana è ampia e comoda, ha le maniche corte e il colletto basso e largo (tecnicamente: senza solino, cioè senza la parte rigida), ha spesso spacchetti laterali, un taschino a sinistra, ed è riconoscibile per le stampe floreali, colorate e spiritose. È il prodotto tessile più esportato delle Hawaii: le versioni indossate dai locali hanno decorazioni più sobrie e geometriche, le altre sono solitamente tropicali, con gli ultimi modelli ricoperti di loghi, auto, bevande e altri disegnini dai colori vivaci.

Negli anni sono diventate simbolo di uno stile di vita rilassato e informale, ma la loro storia è interessante e racconta un mondo più complesso: da una parte la cultura multietnica dell’isola, e dall’altra la sua storia con gli altri Stati Uniti, che la trattarono come una riserva turistica. Il sito Racked l’ha raccontata partendo dalle diverse teorie sulla sua nascita: secondo gli hawaiani i primi a portarle furono studenti delle scuole private di Honolulu, che se le facevano confezionare su misura; altri raccontano che fu l’attore di Hollywood John Barrymore a chiedere alla sarta Dolores Miyamoto una camicia apposita; per altri ancora fu merito dei ragazzi delle spiagge di Waikiki, abituali frequentatori del bar Rathskeller (per un periodo venne chiamata anche camicia Rathskeller).

Leonardo DiCaprio in una scena di Romeo + Juliet

Sia come sia, la camicia hawaiana è il curioso risultato di un crogiolo culturale: il taglio ricorda la palala, una camicia di cotone pesante indossata dai lavoratori delle piantagioni e ispirata alle camicie dei marinai occidentali; il tessuto, il kabe crêpe, era inizialmente usato per i kimono da donna, e fatto da sarti giapponesi e cinesi immigrati; veniva infine portata come un barong tagalog, una camicia di mussola filippina tenuta fuori dai pantaloni. Questa mescolanza nasce dalla necessità degli immigrati che lavoravano sottopagati nelle piantagioni, soprattutto filippini, giapponesi, cinesi e portoghesi, di arrotondare servendosi di quello che avevano: le macchine da cucire portate con sé da casa. I colori accesi arrivano invece dalla moda locale: gli hawaiani indossavano abitualmente la kapa, un vestito fatto con un tessuto ricavato dalla corteccia dell’albero di gelso e tinto di rosso o giallo derivato da bacche e frutti. Quest’abito tradizionale venne lentamente abbandonato in parte per l’influenza dei missionari cristiani, che spinsero per un vestiario più modesto e meno appariscente, in parte perché diventò segno dell’incapacità di assimilarsi alla nuova cultura occidentale; i colori vivaci riaffiorarono nelle camicie hawaiane, mescolandosi con i disegni floreali presi dai parei dei tahitiani, anche loro immigrati nelle piantagioni.

Il successo della camicia hawaiana va di pari passo con quella del turismo statunitense nell’isola, che si intensificò negli anni Venti del Novecento, quando chi arrivava in crociera le ordinava ai sarti locali per sé e per gli amici, finché finirono per venderle anche i negozi. Sempre in questo periodo si diffuse l’espressione “aloha shirt”, con aloha che indicava l’atmosfera generale del posto. Il 28 giugno del 1935 Musa Shiya “il Sarto” mise un annuncio sul giornale Honolulu Advertiser che pubblicizzava «camicie aloha, alta sartoria, bei disegni, colori vivaci». Nel 1936 l’uomo d’affari locali Ellery J. Chun registrò il nome “aloha shirt”, rendendolo comune, e facendolo dipingere sulle vetrine del suo negozio di abbigliamento a Honolulu.

In quegli anni vennero aperte le prime fabbriche di camicie hawaiane, come Branfleet poi chiamata Kahala Sportswear, Kamehameha e la Royal Hawaiian Manufacturing Company. Tra gli hawaiani solo i ricchi potevano permettersi vestiti che non fossero da lavoro, così le aziende puntavano soprattutto sui turisti. Dale Hope, ex produttore di camicie hawaiane e autore di Aloha Shirt: Spirit of the Islands, scrive che «nel 1937 la vendite delle camicie hawaiane e altri capi in cotone negli Stati Uniti toccò i 128 mila dollari: ogni anno capi sportivi prodotti nelle Hawaii dal valore di più di 600 mila dollari erano spediti nei negozi americani; il settore impiegava 450 persone».

Un turista in camicia hawaiana a uno spettacolo di danza tradizionale nella spiaggia di Waikiki, nelle Hawaii, nel 1953
(Orlando /Three Lions/Getty Images)

Il bombardamento di Pearl Harbor sancì l’entrata degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, sospese le importazioni di tessuti e le esportazioni di camicie, ma non stroncò la fortuna della camicia hawaiana. Da un lato iniziarono a portarle gli abitanti, visto che eccedevano nei negozi per mancanza di turisti, dall’altro molti soldati rientrarono a casa, a guerra finita, indossandole con orgoglio e in opposizione alle grigie e rigide divise. Fu in quel momento di ripresa che la camicia hawaiana conobbe il suo periodo d’oro, dalla fine degli anni Quaranta per tutti gli anni Cinquanta, quando i turisti che arrivavano dagli Stati Uniti passarono da 50 mila a 250 mila all’anno. Prima della guerra l’industria della moda hawaiana fatturava 50 mila dollari, nel 1947 era arrivava a 2,5 milioni. Contribuì anche la ricostruzione dell’identità hawaiana, celebrata nelle annuali Aloha Week, la prima nel 1947, e poi con la Operation Liberation del 1962, quando il sindacato dei lavoratori nella camoda delle Hawaii regalò a ogni membro della Camera e del Senato due camicie hawaiane. Infine nel 1966 si inventò l’Aloha Friday, che invitava a vestirsi in modo più informale in ufficio, cambiando lentamente le rigide regole di abbigliamento sul lavoro in modi che vediamo tuttora nei Casual Friday e negli uffici della Silicon Valley.

Don Draper con camicia hawaiana in Mad Men

All’epoca intanto la camicia hawaiana era indossata da tutti: soldati, turisti, atleti come il nuotatore olimpico Duke Kahanamoku, attori come Montgomery Clift in Da qui all’eternità (1953) ed Elvis Presley nel film Blue Hawaii (1961), e persino presidenti come Harry Truman e Dwight D. Eisenhower. Contribuì anche l’intuizione dell’industriale tessile Alfred Shaheen, che assunse grafici e illustratori per disegnare le stampe delle sue camicie hawaiane: «volevo che le mie fossero diverse da tutte le altre. Non volevo stampe incasinate e pasticciate, evitavo i colori brillanti e appariscenti. Volevo che le mie camicie si intonassero con un paio di pantaloni da uomo o sotto una gonna o giacca da donna». È sua per esempio la camicia indossata da Elvis Presley sulla copertina del disco Blue Hawaii.

La camicia hawaiana non era più soltanto un capo o un souvenir, ma era diventata il simbolo di uno stile di vita e un’icona culturale, nostalgia e affermazione di una vita rilassata e a proprio agio. Negli anni Sessanta a renderla attraente furono i surfisti californiani, mentre nell’entroterra iniziavano ad aprire le prime aziende che le fabbricavano, spesso con pattern ancora più fantasiosi e stampate dall’interno, un modello tuttora molto diffuso tra gli hawaiani.

Il presidente americano Harry Truman con una camicia hawaiana sulla copertina di Life nel 1951. Sottotitolo: The evolution of a wardrobe, l’evoluzione di un guardaroba

Negli anni Ottanta e Novanta – quando era indossata da Leonardo Di Caprio in Romeo + Giulietta o The Beach – le aziende locali iniziarono a soffrire la concorrenza di quelle dell’entroterra e grandi catene come Costco e Walmart esportarono modelli più economici ma scadenti, finendo così per svalutarle. Fu così che la camicia hawaiana entrò in crisi, cristallizzandosi in un capo senza fascino portato da vecchi bonari e nostalgici. Come tutto nella moda, ha conosciuto ciclici momenti di successo e dimenticanza, che nel suo caso sono stati più lunghi del solito: è stato necessario che quell’immagine poco accattivante sbiadisse nelle teste dei nuovi adolescenti perché la guardassero con occhi nuovi scoprendola desiderabile. E quel tempo oggi è finalmente passato.

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