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  • martedì 3 luglio 2018

Perché Chris Froome può correre il Tour de France

L'ennesima storia di doping e ciclismo, che andava avanti da mesi e riguardava il più forte ciclista da corse a tappe in attività, è finita in modo discusso e rocambolesco

di Gabriele Gargantini
(JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)

Il 7 luglio inizierà il Tour de France, la più importante corsa ciclistica al mondo. Il ciclista britannico Chris Froome proverà a vincerlo per la quinta volta, dopo aver vinto il Tour de France del 2017, la Vuelta di Spagna del 2017 e il Giro d’Italia del 2018: insomma, è da un anno che quando si corre un Grande giro, lo vince lui. Froome ci proverà dopo che il primo luglio l’ASO, l’associazione che organizza il Tour, aveva deciso di escluderlo dalla corsa visto che dalla fine del 2017 Froome era sotto indagine sportiva a causa di risultati anomali in un test antidoping. Il giorno dopo, il 2 luglio, la federazione internazionale di ciclismo (UCI) lo ha pienamente assolto, vanificando la decisione dell’ASO.

È una storia complicata, come tutte quelle che stanno nel ciclismo e hanno in qualche modo a che fare con il doping, vero o presunto: in questo caso, poi, riguarda il più forte ciclista da corse a tappe in attività, che da mesi gareggiava mentre era in corso un’indagine su di lui, e che è stato scagionato a pochi giorni dalla partenza della più importante corsa ciclistica al mondo. Le motivazioni dell’assoluzione di Froome non sono ancora state diffuse ma la decisione sta già facendo discutere gli appassionati e gli addetti ai lavori, e per comprenderla bisogna conoscere innanzitutto i fatti.

Settembre 2017
Il 10 settembre 2017 Froome vinse davanti a Vincenzo Nibali la sua prima Vuelta di Spagna. Quella vittoria fu possibile anche grazie al primo posto ottenuto da Froome nella 18ª tappa, corsa il 7 settembre, con arrivo in salita sull’Alto de Santo Toribio de Liébana. Il giorno prima Froome aveva avuto un po’ di problemi in salita ed era arrivato con 42 secondi di ritardo da Nibali: una giornalista spagnola scrisse anche che un compagno di squadra aveva detto di aver sentito Froome tossire molto nella notte prima di quella tappa, quella tra il 5 e il 6 settembre.

Come succede spesso a un corridore, specie se vince, dopo l’arrivo della tappa del 7 settembre Froome fu sottoposto a un test delle urine. Il controllo fu fatto dal CADF (Cycling Anti-Doping Foundation) un organo indipendente a cui l’UCI delega la vigilanza antidoping. Il 20 settembre a Froome e alla Sky – la sua squadra, la più forte e ricca al mondo – fu notificato un AAF (Adverse Analytical Finding o “risultato analitico avverso”) relativo al controllo del 7 settembre. Nelle urine di Froome era stato trovato un valore di salbutamolo (un broncodilatatore) che era doppio rispetto a quello consentito dai regolamenti. Nelle urine di Froome furono trovati 2.000 nanogrammi per millilitro (ng/ml) di salbutamolo; il limite consentito dalla WADA (l’associazione mondiale antidoping) è circa 1.000. In quella Vuelta Froome fu sottoposto ad almeno altri 20 test delle urine: nessuno presentò valori anomali.

Come è noto da anni, Froome ha l’asma: di tanto in tanto quindi usa un inalatore che contiene Ventolin, un antiasmatico che contiene salbutamolo. L’asma è più diffusa tra i ciclisti professionisti perché, semplificando, fanno sforzi prolungati e li fanno per diversi giorni di fila, all’aria aperta e per strada. Non è che chi ha l’asma si mette a fare ciclismo, ma a volte l’asma viene perché si fa ciclismo a certi livelli.

Qualche chiarimento: Salbutamolo e AAF
Froome non fu squalificato, perché il salbutamolo non è una sostanza illecita. Fu però avvisato che nelle sue urine ne era stata trovata una quantità superiore alla soglia consentita. Secondo le regole della WADA, un AAF non prevede una squalifica ma solo un avviso, a cui il corridore e la squadra possono provare a fornire una risposta. Dipende dalle sostanze: una sostanza chiaramente dopante prevede la squalifica quasi immediata (dopo la richiesta di contro-analisi), ma il salbutamolo non è una sostanza chiaramente dopante.

Se l’atleta riesce a fornire motivazioni chiare e scientifiche per spiegare la quantità superiore alla soglia consentita, come successo a Froome, può continuare a correre. Se non ci riesce, il valore anomalo diventa motivo per procedere con una squalifica. In passato due ciclisti italiani sono stati squalificati per salbutamolo: il velocista Alessandro Petacchi, squalificato per 12 mesi per una dose di 1.320 ng/ml, e Diego Ulissi, squalificato per nove mesi per una dose di poco inferiore ai 2.000 ng/ml. Non esistono prove evidenti che un’alta dose di salbutamolo faccia andare più forte in bicicletta, e non sono note sue capacità di essere una sostanza coprente, in grado cioè di mascherare la presenza di altre sostanze dopanti.

Quando in certi casi un corridore pensa di avere diritto a un uso speciale di certe sostanze (o di certe sostanze oltre certi limiti) può chiedere un TUE (Therapeutic Use Exemptions o “esenzione terapeutica”). Froome avrebbe potuto provare a ottenere un’esenzione per il salbutamolo ma, come spiegò Leonardo Piccione su Undici, per questioni di trasparenza (in seguito a poco chiari usi di TUE da parte di altri membri della Sky) «Froome rinuncia a ricorrere a TUE dal 2014, e di conseguenza può contrastare la sua asma con l’unico strumento medico permesso senza autorizzazione: il salbutamolo – assunto attraverso nebulizzatore ed entro determinati limiti».

Dicembre 2017: quando la notizia diventò pubblica
Il 13 dicembre 2017, quando Froome aveva già detto che avrebbe partecipato al Giro del 2018, la notizia del suo AAF diventò pubblica, grazie a due articoli usciti sul Guardian e su Le Monde. Gli avvisi di AAF sono considerati privati, destinati alla squadra e al corridore. Può capitare – molto probabilmente è capitato – che in passato a qualche corridore sia stato notificato un AAF, che quel corridore abbia dimostrato perché certi valori fossero oltre il limite e che la WADA abbia accettato la risposta senza che nessun tifoso o appassionato lo venisse a sapere. Nel caso di Froome, qualcuno all’interno della WADA o dell’UCI aveva deciso invece di passare informazioni ai giornali.

Froome aveva detto: «Tutti sanno che ho l’asma e so quali sono le regole. Uso un inalatore per curare la cosa – sempre nei limiti concessi – e so per certo che ogni giorno in cui ho la maglia rossa [la maglia del primo in classifica alla Vuelta, da lui indossata per molte tappe] mi fanno dei controlli. La mia asma è peggiorata durante la Vuelta e quindi, su consiglio dei medici, ho aumentato le dosi del farmaco. Come sempre, ho fatto molta attenzione a non andare oltre i limiti».

Intanto è passato mezzo 2018, aspettando la decisione
Dal 13 dicembre 2017 fino al giugno 2018 non sono arrivate grandi novità sulle indagini del tribunale antidoping dell’UCI. Ma nel frattempo sono successe altre cose: Froome ha vinto il suo primo Giro d’Italia, vincendo con una gran fuga da lontano la tappa più bella e difficile. Qualcuno ha storto il naso per l’azione quasi sovrumana, ma un lungo articolo di BBC ha spiegato qualche settimana fa come quella tappa fu pianificata e come i valori di potenza espressi da Froome fossero in realtà umani, seppur elevatissimi.

Che tappa incredibile, quella di venerdì al Giro d’Italia

In questi mesi qualcuno ha criticato il fatto che Froome corresse sub iudicecioè che continuasse a correre (e vincere) nonostante un’indagine avrebbe potuto portare a una squalifica, togliendo in modo retroattivo le sue vittorie successive al controllo del settembre 2017. In passato era già successo che qualcuno, come Alberto Contador al Giro del 2011, vincesse sub iudice e venisse poi squalificato; altre volte alcune squadre avevano deciso di sospendere i loro corridori dopo che erano arrivati degli AAF (probabilmente perché decisero di non credere alle motivazioni dei corridori o perché le cercarono e non le trovarono).

La Sky si è invece sempre messa dalla parte di Froome, investendo molti soldi in studi e avvocati utili alla sua difesa. Molti tra tifosi, commentatori, esperti ed ex corridori hanno criticato la scelta di Froome, perché rendeva poco limpide le sue vittorie e lo faceva in uno sport che con il doping ha avuto un complicato passato. Una sospensione volontaria di Froome (da parte sua o da parte della Sky) avrebbe fatto comodo a molti. Persino David Lappartient, presidente dell’UCI, aveva detto a gennaio: «La Sky dovrebbe sospendere Froome. Ma non voglio interferire. Senza parlare di colpe, sarebbe la soluzione più semplice per tutti».

L’1 luglio 2018, quando si pensava che Froome non avrebbe corso il Tour
Domenica 1 luglio, a sei giorni dall’inizio del Tour, Le Monde ha scritto che Amaury Sport Organisation (ASO, cioè la società che organizza il Tour) aveva deciso di escludere Froome per «proteggere l’immagine della corsa». Le regole dicono che l’ASO può rifiutarsi di far partecipare un corridore al Tour se ci sono elementi (relativi al doping ma non solo) in base ai quali la sua presenza danneggerebbe l’immagine della competizione.

In tutto questo, la Sky era tra le pochissime squadre che ancora non aveva presentato la lista ufficiale dei suoi otto corridori che avrebbero partecipato al Tour: forse perché sapeva della decisione dell’ASO, o forse perché sapeva di quanto sarebbe stato comunicato il giorno dopo dall’UCI.

Il 2 luglio, quando l’UCI ha assolto Froome
Nella mattina di lunedì 2 luglio l’UCI ha fatto sapere che «la procedura disciplinare nei confronti di Froome è stata chiusa». L’UCI ha spiegato che «Froome ha esercitato il suo diritto provando che i suoi risultati fuori dalla norma erano conseguenza di un uso consentito» della sostanza. Il comunicato spiega che dopo aver richiesto all’UCI tutti i dati necessari sul test, Froome ha presentato il 4 giugno 2018 le motivazioni per spiegare i valori di salbutamolo nelle sue urine. L’UCI ha quindi analizzato, insieme alla WADA, tutti i materiali e i dati a sua disposizione. Il 28 giugno la WADA ha detto all’UCI che le spiegazioni fornite da Froome (cioè dal team di avvocati e specialisti che ha lavorato per la Sky alla difesa di Froome) erano convincenti.

L’UCI ha spiegato che la questione era rimasta aperta così tanto tempo per permettere a Froome di elaborare ed esercitare il suo diritto di difendersi. Verso la fine del comunicato si legge: «L’UCI comprende che ci saranno molte discussioni su questa decisione, ma vuole assicurare tutte le parti in causa che è basata sull’opinione di esperti e della WADA e su una piena valutazione dei fatti». Anche la WADA ha diffuso un suo comunicato, spiegando che «ha collaborato con l’UCI» e «non farà appello contro la decisione».

Proudhomme, il direttore del Tour, ha confermato che Froome potrà partecipare alla corsa anche se «è triste, ed è un peccato, che la decisione ci abbia messo così tanto ad arrivare». Froome ha detto: «Comprendo la storia di questo grande sport: nel bene e nel male. Ho sempre preso seriamente la mia posizione e ho sempre fatto la cosa giusta. Quando dissi che non avrei mai disonorato la maglia del vincitore [come quella Rosa al Giro o Gialla al Tour] e che i miei risultati sarebbero rimasti nel tempo, lo intendevo davvero». David Brailsford, il team manager della Sky, ha detto: «Una nuova analisi dei risultati di Froome dopo la 18ª tappa ha mostrato che erano nei limiti consentiti». Parlando a Sky Sport News, Froome ha detto che nei prossimi giorni la sua squadra fornirà informazioni più precise e dettagliate.

I giornali scrivono che il memoriale difensivo della Sky era lungo 1.500 pagine, e che 7 milioni di euro sono stati investiti nella difesa di Froome. Luca Gialanella ha scritto sulla Gazzetta dello Sport (ma è una notizia che non si trova nei comunicati o nei principali siti mondiali di ciclismo) che «durante il procedimento davanti al tribunale antidoping UCI, il valore anomalo di 2000 ng/ml, dopo le correzioni scientifiche legate alla disidratazione del corpo, è stato corretto in 1190 nanogrammi per millilitro, cioè il 19 per cento più del limite di 1000 ng/ml e non il doppio come era sempre stato comunicato».

Nel frattempo qualcuno ha accolto la notizia come la chiusura di una vicenda strana, che però va presa come prova dell’innocenza di Froome. Altri hanno criticato la cattiva gestione dei tempi e della comunicazione con cui l’UCI, l’ASO e la WADA si sono occupate della questione. C’è anche chi sostiene che Froome sia stato assolto solo perché la Sky si è potuta permettere quelli che si definiscono sempre “i migliori avvocati”. Per potersi davvero esprimere nel merito della questione dal punto di vista medico-scientifico – e non mediatico, o al limite etico – bisogna aspettare dati e elementi che ancora non sono noti.

Intanto nella mattina di oggi la Sky ha ufficializzato i suoi partecipanti per il Tour: c’è Chris Froome, che se dovesse vincere diventerebbe il quinto ciclista nella storia a vincere cinque Tour, dopo Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Induráin. Diventerebbe anche il primo in vent’anni a vincere nello stesso anno Giro e Tour: l’ultimo a riuscirci fu Marco Pantani, nel 1998. C’è chi teme che almeno alcuni tifosi francesi non accolgano bene Froome lungo le strade del Tour: già in passato ci fu chi, mentre lui correva, gli tirò addosso dell’urina. Le complicate vicende degli ultimi nove mesi non hanno di certo tolto dubbi o pregiudizi a chi già li aveva.

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