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  • mercoledì 28 febbraio 2018

Cosa fare dei bambini cresciuti sotto l’ISIS

I figli dei "foreign fighters" europei e russi stanno tornando nei loro paesi di origine, ma senza pezzi di famiglia e pieni di traumi

Un bambino mostrato in video di propaganda dell'ISIS

Oltre a centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati e intere città distrutte, lo Stato Islamico (o ISIS) ha lasciato dietro di sé moltissimi bambini senza stato, senza pezzi di famiglia e pieni di traumi. Negli ultimi mesi sono stati centinaia i minori, molto spesso bambini, trovati tra le macerie di città come Mosul, in Iraq, e Raqqa, in Siria, figli di “foreign fighters” (combattenti stranieri) provenienti da Europa e Russia. Non è facile capire come occuparsi di loro: alcuni, accompagnati dalle madri, sono stati considerati risorse importanti per raccogliere informazioni sullo Stato Islamico; altri, per esempio figli di combattenti di basso livello, sono stati tenuti nei campi profughi finché i paesi di provenienza dei genitori hanno deciso di farsene carico, riportandoli indietro.

Sia i paesi europei che la Russia hanno mostrato una generale volontà di affidare questi bambini ai familiari rimasti nei paesi di origine dei loro genitori e senza alcun legame con lo Stato Islamico, anche se i risultati per ora sono stati altalenanti. Molti bambini hanno mostrato di soffrire di disturbi di vario tipo, causati dalla grande esposizione alla violenza durante il periodo in cui hanno vissuto sotto il Califfato islamico: alcuni sono stati costretti a subire veri e propri addestramenti militari, ad altri è stata inculcata la versione più estrema dell’Islam, quella promessa dallo Stato Islamico, qualcuno è stato costretto a uccidere. Il loro reintegro nei paesi di provenienza dei genitori è un processo lungo e complicato, di fronte al quale gli stessi governi non hanno ancora trovato risposte definitive.

Il numero dei figli di foreign fighters provenienti da paesi dell’Unione Europea è stimato attorno al migliaio. La Francia, per esempio, ha già trovato una soluzione per la maggior parte dei 66 minori che sono tornati dalla Siria o dall’Iraq: alcuni sono stati sistemati con famiglie adottive, altri sono stati affidati ai parenti. Solo quelli vicini alla maggiore età che hanno partecipato direttamente ai combattimenti sono stati incarcerati. Il problema è ovviamente molto complesso. Il capo dell’intelligence interna della Germania, Hans-Georg Maaseen, ha detto a Reuters che ai «figli dello Stato Islamico» è stato fatto «il lavaggio del cervello» e che «sono bombe a orologeria». Allo stesso tempo, sostengono molti, questi ragazzi dovrebbero essere considerati minori a cui dare la possibilità di reintegrarsi nelle loro società di origine e avere una vita normale.

Liesbeth van der Heide, co-autrice di “Children of the Caliphate”, studio pubblicato la scorsa estate dall’International Center for Counter-Terrorism a L’Aia, ha detto che tra i paesi che finora hanno fatto di più per riportare a casa i minori ci sono Russia e Georgia. Un caso particolare è quello della Cecenia, la repubblica russa governata da Ramzan Kadyrov, alleato del presidente Vladimir Putin e noto per la dura repressione interna e per il suo uso spregiudicato dei social network. Negli ultimi anni dalla Cecenia – paese con forti spinte verso l’Islam radicale – sono partiti centinaia di foreign fighters: molti di loro si sono uniti allo Stato Islamico portandosi a dietro anche i figli piccoli, che sono cresciuti e hanno cominciato a formarsi nel Califfato.

Andrew Kramer, giornalista del New York Times, ha raccontato le storie di alcuni dei bambini tornati in Cecenia e delle difficoltà delle loro famiglie a riabituarli a una vita normale. Molti, nonostante varie terapie, hanno continuato a mostrare segni dei traumi subiti in Siria e in Iraq. Hadizha, per esempio, è una bambina di 8 anni che è stata trovata in una strada a Mosul con diverse bruciature sul corpo. È stata riconosciuta dalla nonna grazie a una sua foto pubblicata su Internet ed è poi stata riportata a casa, nel piccolo paese della Cecenia dove è nata. Sembra che tutti i suoi familiari – sua madre, due fratelli e una sorella – siano stati uccisi: la nonna ha detto che Hadizha racconta di essersi salvata alzando le mani e dicendo in arabo, «non sparate». Oggi Hadizha passa buona parte del suo tempo raggomitolata sul divano della casa della nonna, «con gli occhi distanti e arrabbiati», mentre guarda i cartoni animati in televisione.

Altri casi hanno invece avuto esiti più positivi. Bilal, per esempio, è un bambino di quattro anni che è stato il primo minore a tornare in Russia da un territorio controllato dallo Stato Islamico, la scorsa estate. Bilal è stato trovato in uno scantinato di Mosul insieme al padre, che era un combattente dell’ISIS e che ha provato fino all’ultimo a resistere all’avanzata delle forze alleate agli Stati Uniti. Il padre è finito in una prigione irachena e di lui da allora non si hanno più notizie; lui è stato portato a Grozny, la capitale della Cecenia, e affidato a sua nonna, Rosa Murtazayeva. Oggi Bilal sta bene e sembra avere superato almeno in parte il trauma della guerra e delle violenze viste sotto il regime dello Stato Islamico.

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