un coltivatore di coca nel suo campo, Colombia, 15 gennaio 2017 (LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)
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  • sabato 27 gennaio 2018

Sarà un anno importante per la Colombia

Ci saranno le prime elezioni dopo l'accordo di pace con le FARC, e bisognerà scegliere se cambiare linea sulla droga e abbandonare il modello repressivo

un coltivatore di coca nel suo campo, Colombia, 15 gennaio 2017 (LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Il 2018 sarà un anno molto importante per la Colombia: il prossimo marzo ci saranno le elezioni legislative e il prossimo maggio le presidenziali. Le aspettative sono piuttosto alte soprattutto per due motivi: l’evoluzione del processo di pace con le FARC – firmato nel novembre del 2016 dall’attuale presidente Juan Manuel Santos, che ha vinto per questo anche il Nobel per la Pace – e una serie di cambiamenti in uno dei settori per cui la Colombia è probabilmente più famosa, cioè quello della cocaina e della produzione di altre droghe. Un settore che in un modo o nell’altro ha spesso incrociato la storia della classe politica del paese.

La scorsa settimana su Vice è stato pubblicato un lungo articolo scritto da Felipe Sánchez Villarreal che ha affrontato la questione da diversi punti di vista: per capire cosa potrebbe portare il 2018, l’anno delle elezioni, in termini di produzione, consumo e politiche pubbliche sulla droga.

Le alternative al modello repressivo
La Colombia ha una lunga storia di violenze derivata dalla coltivazione e dal traffico di stupefacenti, associata a una difficoltà storica di pensare e di creare valide alternative al modello repressivo che si è dimostrato inefficace.

Dal monitoraggio relativo al 2016 sui territori delle coltivazioni illecite, risulta che in Colombia siano aumentati del 52 per cento gli ettari coltivati di coca: nel 2016 sono stati piantati 50 mila ettari di coca in più che nel 2015. Il prezzo è poi cresciuto del 43 per cento tra il 2013 e il 2016, ed è aumentata la produzione di nuove sostanze e il loro consumo. Allo stesso tempo è salito (del 49 per cento) anche il numero dei sequestri di cocaina. Questi dati dimostrano sostanzialmente una cosa, scrive Sánchez Villarreal: la mancanza di una politica coerente ed efficace per arginare l’uso e il traffico delle droghe e, semmai, di un intervento a posteriori e contingente.

Felipe Sánchez Villarreal afferma che una reale soluzione non si troverà mai se tutti gli anelli di un’unica catena non si impegneranno su strategie comuni che lascino da parte il modello repressivo della cosiddetta “guerra alla droga” dichiarata da Richard Nixon nel suo famoso discorso del 1971. Da Nixon in poi il modello seguito dalla Colombia è stato sostanzialmente quello deciso dagli Stati Uniti: nel 1999 i due paesi hanno firmato l’accordo bilaterale conosciuto come Plan Colombia: un ambizioso programma per combattere il narcotraffico che nel tempo ha visto il prevalere della componente militare, soprattutto con George W. Bush, e il sovrapporsi della lotta alla droga con la lotta contro la guerriglia delle FARC.

Il modello degli Stati Uniti è sempre stato sanzionare e incolpare i paesi produttori senza prendere in considerazione le conseguenze della lotta proibizionista. Nel 2016 negli Stati Uniti ci sono stati 55 mila decessi causati da overdose di oppioidi, in molti casi da parte di persone che avevano acquisito la dipendenza assumendo farmaci antidolorifici. Secondo i dati della DEA, cioè l’agenzia federale antidroga statunitense, gli Stati Uniti ricevono il 92 per cento della cocaina in circolazione dalla Colombia. Continuare semplicemente a incolpare la Colombia e altri paesi produttori, dicono alcuni esperti citati nell’articolo di Vice, non porterà molto lontano: sarebbe invece necessario riesaminare i legami tra consumo e produzione per ridurre i rischi e l’impatto su entrambi i lati della catena.

La repressione si è dimostrata inadeguata anche a controllare la produzione illegale: e produce effetti secondari gravissimi come l’aumento della violenza e della corruzione, la produzione di norme penali sempre più repressive e il conseguente incremento del numero di persone condannate a lunghe pene per piccolo spaccio.

Le prossime elezioni colombiane potrebbero portare all’elezione di un candidato che potrebbe decidere di seguire il caso della California, dove dal primo gennaio 2018 è diventato legale vendere marijuana a scopo ricreativo, come accade già in diversi altri stati americani. Sarebbe un importante cambio di prospettiva: passare da un approccio prevalentemente repressivo a uno che concepisce il problema della droga come una questione di salute pubblica e sociale.

Le FARC e la cocaina
Le FARC nacquero come un movimento politico tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando alcuni contadini comunisti si rifugiarono sulle montagne per proteggersi dall’azione repressiva del governo, che vedeva l’ideologia marxista come una minaccia. Nel giro di poco tempo i contadini cominciarono a farsi chiamare FARC e usare la lotta armata. Nel loro momento di massima forza le FARC arrivarono a essere formate da 20mila guerriglieri: si finanziavano principalmente con i riscatti dei rapimenti e le estorsioni.

Poi, a partire dagli anni Ottanta, arrivò la cocaina. Nonostante coltivare coca fosse illegale in Colombia, molti contadini iniziarono a convertire i loro campi. Coltivare altri beni – come la frutta – non garantiva praticamente alcun guadagno: i contadini dovevano sostenere costi molto elevati per trasportare le proprie merci verso i mercati dei centri urbani più vicini, che però spesso erano molto lontani. Con la coca la storia era completamente diversa e i guadagni erano garantiti sia per i contadini che per i guerriglieri.

Le FARC guadagnavano sulla coca imponendo tasse ai produttori, ai compratori e a quelli che spostavano la droga all’interno del territorio controllato dal gruppo, ma con la droga hanno sempre avuto una relazione complicata. Ne approfittavano perché garantiva loro la sopravvivenza, ma rifiutavano la corruzione e l’immagine che la droga portava al movimento ribelle. All’interno del Plan Colombia i guerriglieri e i cartelli del narcotraffico furono messi sullo stesso piano, ma questo fu un errore.

Nel 2016 è stato firmato uno storico accordo di pace tra il governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Come parte dell’accordo, le FARC si sono impegnate tra le altre cose a eliminare le coltivazioni di coca sotto il loro controllo e nel 2017 è stato firmato il piano di sostituzione delle colture (PNIS), un piano volontario per i contadini in cambio di sostegno e aiuto da parte del governo.

L’attuazione del PNIS sta procedendo a rilento e l’obiettivo annunciato dal governo di sostituire 50 mila ettari nel 2017 non è stato raggiunto. Ma c’è un problema ulteriore: accanto a questo programma prosegue quello di eradicazione delle piante di coca con le fumigazioni aeree, e questo provoca scioperi e proteste da parte dei contadini che spesso vengono violentemente represse. Lo scorso ottobre sei manifestanti sono morti a Tumaco, per esempio. La Colombia sta insomma portando avanti contemporaneamente due modelli tra loro contraddittori: la sostituzione volontaria e le strategie repressive di eradicazione forzata.

Alle prossime elezioni e durante la campagna elettorale, spiega Sánchez Villarreal, si porrà la questione di quale linea far prevalere. Se sceglieranno il programma volontario, i governanti colombiani dovranno anche occuparsi delle conseguenze e fornire soluzioni: una volta che i contadini lasceranno la coltivazione della coca e opteranno per delle colture legali, si dovrà assicurare loro che queste alternative siano vitali, che ci siano compratori solidi e un mercato sicuro.

Cannabis terapeutica
Nel frattempo in Colombia si sta diffondendo l’uso terapeutico della cannabis. A novembre il quotidiano El Tiempo ha detto che sono state emesse 14 nuove licenze per permettere la coltivazione di piante psicoattive e non psicoattive. La Colombia dovrebbe entrare nel mercato mondiale della marijuana terapeutica nel 2019 e potrebbe essere una grande occasione: solo nel 2015 Stati Uniti, Germania, Canada, Spagna e altri paesi hanno importato 36,9 tonnellate di cannabis per sostenere la loro produzione di farmaci. La Colombia potrebbe soddisfare questa richiesta, ma c’è un problema: una recente indagine ha mostrato che il 69 per cento dei colombiani non è favorevole alla legalizzazione della marijuana.

Anche di questo si parlerà durante la campagna elettorale: la creazione di un’industria legale legata alla produzione della cannabis sarà il primo passo verso la legalizzazione della cannabis anche a scopo ricreativo? O si tornerà indietro, come ha già affermato il candidato alla presidenza della destra, Ivan Duque, che invece è tornato a parlare di «lotta frontale contro la droga»?

Nuove forme di consumo
L’Osservatorio delle droghe della Colombia sostiene che nel 2016 il consumo di alcol sia rimasto stabile, che quello di sigarette sia diminuito e che le droghe illecite continuino invece ad aumentare. Come in tutto il mondo, la marijuana è la sostanza più consumata. In Colombia sono aumentate anche le varietà di marijuana sempre più potenti, con livelli di THC che vanno dal 10 al 15 per cento, rispetto a una media del 2010 dell’otto per cento.

Tra il 2009 e il 2016, è aumentato di quattro volte anche il consumo di LSD o di sostanze simili, in particolare dell’NBOMe, sintetizzato per la prima volta nel 2003 e diventato popolare nel 2013: nel 2017 in Colombia sono morte tre persone per averlo consumato.

L’introduzione nel mercato di farmaci derivati, i cui effetti sono simili a quelli dell’LSD ma che non sono controllati in quanto tali, rende più facile per i trafficanti sfuggire ai sistemi di controllo delle sostanze psicoattive. Una delle questioni prioritarie per il nuovo governo sarà la lotta contro queste nuove sostanze, che è già stata formalmente inclusa nel piano decennale della Sanità fino al 2021 e nella legge sulla salute pubblica.

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