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  • lunedì 13 novembre 2017

YouTube e il più famoso predicatore di terrorismo online

Anwar al Awlaki è morto da anni ma i suoi video di propaganda, nonostante molte pressioni, hanno continuato a essere disponibili: ora è cambiato qualcosa

Dopo anni di pressioni, YouTube ha rimosso dalla sua piattaforma migliaia di video di discorsi e sermoni di Anwar al Awlaki, un predicatore islamico con cittadinanza statunitense e reclutatore di terroristi soprannominato “l’Osama bin Laden di Internet”, ucciso da un drone americano nel settembre del 2011. Anwar al Awlaki era stato tra le altre cose il fondatore della rivista in lingua inglese di al Qaida, Inspire, e un importante esponente di al Qaida nella penisola arabica.

Per anni, ha scritto il New York Times, «la propaganda jihadista di Anwar al Awlaki ha contribuito a formare una generazione di terroristi statunitensi, tra cui il condannato per Fort Hood, i due responsabili dell’attentato alla maratona di Boston e gli autori dei massacri di San Bernardino, in California e di Orlando, in Florida. E YouTube, il sito di video più diffuso al mondo, ha consentito che centinaia di ore di discorsi di Anwar al Awlaki fossero facilmente raggiungibili da chiunque con un telefono o con un computer».

Anwar al Awlaki era nato negli Stati Uniti da una famiglia yemenita. Aveva trascorso parte dell’infanzia nel suo paese d’origine – dove il padre era ministro dell’Agricoltura – e aveva fatto ritorno negli Stati Uniti per andare al college. In quegli anni si era avvicinato sempre di più alle dottrine fondamentaliste e aveva iniziato a intrattenere rapporti con i principali gruppi terroristi islamici, al Qaida compresa. Molto probabilmente era al corrente dell’attacco alle Torri Gemelle, essendo il leader spirituale di due degli attentatori. Anche l’uomo che viaggiava con dell’esplosivo sul volo partito da Amsterdam e diretto verso gli Stati Uniti il 25 dicembre del 2009 era un grande ammiratore di Awlaki, da cui fu reclutato e addestrato.

Negli anni molti altri attentatori e terroristi hanno detto di essersi ispirati a lui: tra questi Faisal Shahzad, l’uomo che nel 2010 aveva lasciato una macchina piena di esplosivo a Times Square; Roshonara Choudhry, la donna che aveva accoltellato l’ex ministro britannico Timms; il maggiore americano Nidal Malik Hasan, autore della strage di Fort Hood, e altri ancora più recenti.

Awlaki aveva una pagina Facebook, un blog e migliaia di video visibili su YouTube. In alcuni si limitava a spiegare il Corano e a dare consigli spirituali, in altri accusava gli Stati Uniti di combattere una guerra contro l’Islam, metteva in guardia i musulmani contro gli infedeli (cioè tutti quelli che non sono musulmani), lodava gli attacchi terroristici ai danni degli Stati Uniti e spiegava – con grande efficacia oratoria – perché sarebbe legittimo e doveroso uccidere i civili americani. I video erano sia in inglese che in arabo con sottotitoli in inglese. Già nel 2010 il Congresso degli Stati Uniti aveva chiesto a YouTube di rimuovere i video di Awlaki che incitavano al terrorismo e la società aveva fatto sapere che avrebbe esaudito la richiesta. In realtà, prima che questo accadesse davvero, è passato diverso tempo.

L’uccisione di Anwar al Awlaki lo aveva trasformato in un martire agli occhi di molti dei suoi ammiratori, che avevano proprio da lì in poi cominciato a pubblicare su YouTube una grande quantità di materiale che lo riguardava. La maggior parte dei video pubblicati fino ad allora non violava le “linee guida” di YouTube, ma dopo la morte del predicatore quello stesso materiale venne ripubblicato e condiviso come opera del martire ucciso dagli Stati Uniti, facendo crescere il suo fascino. Il numero di video su YouTube che presentavano o inneggiavano ad Anwar al Awlaki era più che raddoppiato dal 2014 al 2017.

Se prima facendo una ricerca su YouTube con le parole Anwar al Awlaki venivano fuori più di 70 mila video, oggi, scrive il New York Times, si generano circa 19 mila video, e la stragrande maggioranza sono notizie che riguardano la sua vita, la sua morte, spezzoni in cui si discute della legittimità della sua uccisione o in cui alcuni studiosi rifiutano il suo lavoro teorico. Ma il popolare video di 12 minuti chiamato “Call to Jihad” in cui il predicatore invitava i musulmani d’occidente a unirsi al jihad in Medio Oriente o a compiere degli attacchi si trova con molta più fatica, mentre era facilmente disponibile su YouTube fino al 2016.

Sono anni che Facebook, Twitter e Google, che possiede YouTube, vengono criticati per aver sostenuto di essere, come Internet in generale, delle piattaforme neutrali senza alcuna responsabilità su quanto inviato dagli utenti. Eppure, nota il New York Times, quelle stesse società sono sempre molto veloci nel rimuovere materiale protetto da copyright o materiale che ha a che fare con la pornografia infantile. Per quanto riguarda la rimozione di contenuti estremisti – violenti, razzisti, etc – l’operazione è stata invece più lenta.

Di recente, la società ha infatti deciso di trattare Awlaki nel modo in cui si occupa delle organizzazioni terroristiche, con un divieto quasi totale. Lo hanno spiegato alcuni funzionari della società che hanno accettato di parlare al New York Times, ma restando anonimi per motivi di sicurezza. La policy di YouTube proibisce i video che incitano alla violenza e all’odio, che spiegano come fabbricare armi e che diffondono messaggi di organizzazioni terroristiche: per i video di Awlaki ci sarà d’ora in poi la stessa politica che viene applicata a un’organizzazione terroristica.

Uno studioso intervistato dal New York Times ha fatto notare come resti comunque semplice reperire altrove, su Internet, i video dei discorsi di Awlaki: il suo “Call to Jihad” è disponibile per esempio su un sito francese e su una pagina Facebook. Tuttavia la popolarità di YouTube è stata particolarmente importante, negli anni, per il predicatore: «Il fatto è questo: se vuoi davvero i video di Awlaki, li troverai. Ma se sono meno disponibili su YouTube, ci saranno meno persone che lo cercano».

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