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  • giovedì 15 gennaio 2015

Cos’è “al Qaida in Yemen”, spiegato

Il gruppo che dice di avere pianificato l'attacco contro Charlie Hebdo si è formato nel 2009, è vicino ad al Qaida ma non è tutta al Qaida: ed è più potente di quello che si pensava

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Mercoledì 14 gennaio la divisione yemenita di al Qaida – “al Qaida nella penisola arabica” (conosciuta come AQAP, che è la sua sigla in inglese) – ha rivendicato in un video l’attentato compiuto dai fratelli Kouachi contro la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio. Nel video uno dei leader del gruppo, Nasser bin Ali al Ansi, ha detto che AQAP ha pianificato e finanziato l’attentato, anche se non ha spiegato nei dettagli i tempi e i modi con cui sarebbero avvenuti i contatti tra i vertici di AQAP e i due fratelli Kouachi. Nonostante diversi punti ancora da chiarire, la rivendicazione di AQAP viene ritenuta credibile da diversi esperti di Medio Oriente (una sintesi delle posizioni di tre bravi analisti è stata fatta dal sito del programma “Frontline” di PBS, una televisione pubblica statunitense: si legge in quattro minuti, qui). Se questa ipotesi fosse confermata, l’attentato a Charlie Hebdo sarebbe il più violento di al Qaida in Europa dagli attacchi ai trasporti pubblici di Londra del luglio 2005, dove rimasero uccise 52 persone, più i quattro attentatori.

Negli ultimi giorni si è parlato parecchio di al Qaida nella penisola arabica facendo un po’ di confusione su due punti. Primo: AQAP è un gruppo di al Qaida, non è tutta al Qaida, e ha una storia molto legata al paese in cui è nato e si è sviluppato, cioè lo Yemen. Secondo: oggi AQAP non ha niente a che fare con lo Stato Islamico, di cui invece si scrive e si parla da mesi, ma anzi i due gruppi sono nemici e competono per la supremazia nel mondo jihadista. Il fatto che gli attentati di Parigi siano stati legati sia ad AQAP (per l’attentato dei due fratelli Kouachi a Charlie Hebdo) sia all’IS (per il video che mostra il terzo attentatore, Amedy Coulibaly, giurare fedeltà al califfo e leader dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi) sembra sia spiegato più dall’amicizia che legava i tre attentatori che da una temporanea alleanza tra IS e al Qaida. Per capire qualcosa in più dell’intera faccenda, e non limitarsi a dire “è troppo complicato, non capisco”, abbiamo messo in fila alcune cose su AQAP che aiutano a destreggiarsi tra le notizie di questi ultimi giorni.

I mujaheddin tornati dall’Afghanistan, prima di chiamarsi AQAP
Al Qaida nella penisola arabica è nata nel gennaio del 2009 dalla fusione di due gruppi affiliati ad al Qaida, quello yemenita e quello saudita (Yemen e Arabia Saudita condividono un lungo confine: entrambi fanno parte della penisola arabica, che comprende anche l’Oman, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrain e il Kuwait). Prima di chiamarsi così, comunque, la divisione yemenita di al Qaida si era chiamata in altri modi. I primi jihadisti erano arrivati in Yemen alla fine degli anni Ottanta, quando migliaia di mujaheddin – cioè i combattenti del jihad, la guerra santa – erano tornati dopo avere combattuto l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Allora lo Yemen era diviso in due: a nord c’era la Repubblica Araba dello Yemen, guidata dal presidente Ali Abdullah Saleh (lo stesso Saleh che fu allontanato dal potere durante le cosiddette “primavere arabe”), a sud c’era la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, guidata da un governo marxista sostenuto dall’Unione Sovietica.

yemen-diviso

Saleh mandò i mujaheddin tornati dall’Afghanistan a combattere al sud, insieme ai veterani arabi della guerra afghana. Tra questi c’era anche Osama bin Laden, che insieme agli uomini che lui stesso aveva addestrato in Afghanistan fece nascere il gruppo Jihad islamico in Yemen (1990-1994), che cambiò nome diverse altre volte e che fu all’origine dell’odierna AQAP. Dopo alcuni attentati – tra cui quello contro il cacciatorpediniere USS Cole dell’ottobre 2000 in cui rimasero uccisi 17 marinai – il governo statunitense chiese a Saleh di essere più aggressivo contro i jihadisti e il terrorismo (nel frattempo c’era stato anche l’11 settembre 2001, con tutto quello che ha comportato) e mandò i membri delle forze speciali e dell’intelligence in Yemen. Nel 2003 al Qaida in Yemen – nel frattempo il gruppo aveva cambiato di nuovo nome – era debole ed era formato da pochi miliziani: fu uno dei momenti più bassi della sua storia.

Come è diventata la divisione più pericolosa di al Qaida
Nel febbraio del 2006 23 terroristi evasero da un carcere di massima sicurezza di Sana’a’, la capitale dello Yemen: una pubblicazione del Council of Foreign Relations individua questo momento come uno dei più importanti della storia recente di al Qaida in Yemen. Tra gli evasi c’era anche Nasser al-Wuhayshi, oggi leader di AQAP e su cui gli Stati Uniti hanno messo una taglia di 10 milioni di dollari (la stessa fissata per il leader dell’IS, Abu Bakr al-Baghdadi). I jihadisti evasi rinforzarono la divisione yemenita di al Qaida: intanto i vertici di al Qaida erano stati costretti a rifugiarsi per di più in Pakistan (e forse, una parte, anche in Iran) e la loro libertà di azione era diminuita di parecchio dopo l’intervento americano del 2001 in Afghanistan, la loro precedente base.

Nasser al-Wuhayshi Nella foto: Nasser al-Wuhayshi, leader di AQAP

Dal 2006 AQAP ha rivendicato diversi attentati nella regione, tra cui la tentata uccisione del principe saudita Mohammed bin Nayef nell’agosto del 2009, un attacco all’ambasciata americana a Sana’a’ nel 2008 e un attacco suicida sempre a San’a’ nel maggio 2012 in cui rimasero uccisi novanta soldati yemeniti. Nel maggio del 2012 il giornalista iracheno del Guardian Ghaith Abdul-Ahah, vincitore di diversi premi internazionali, andò nel sud dello Yemen per capire come funzionava un territorio praticamente amministrato da al Qaida. Nel 2012 uno stato jihadista era ancora una novità: il Califfato islamico non era ancora stato fondato e l’ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, era ancora affiliato ad al Qaida. Abdul-Ahah andò a Jaar, una piccola città e capitale del distretto di Khanfar, nel sud-ovest dello Yemen. Jaar era controllata da Ansar al-Sharia, che non è chiaro se sia lo stesso AQAP o un gruppo islamista molto vicino ad AQAP. Abdul-Ahah raccontò in un video montato per “Frontline” la vita in una città qaedista, visitò un carcere e parlò con alcuni miliziani.

Da circa due anni Jaar è tornata sotto il controllo dell’esercito yemenita, ma al Qaida continua a controllare ampie zone di territorio soprattutto nelle province del sud-est del paese. Il settembre del 2014 i ribelli sciiti houthi – che molti dicono essere direttamente legati all’Iran – hanno conquistato la capitale San’a’, e lo scontro con i miliziani sunniti di al Qaida si è intensificato. Lo Yemen viene considerato uno stato fallito da un paio d’anni: la mancanza di un governo centrale che sappia controllare il territorio, anche le province più lontane, è stata vista come un’occasione da al Qaida per consolidare il suo potere.

AQAP oggi e gli attentati di Parigi
AQAP ha oggi una struttura gerarchica e decentralizzata: si crede che il suo leader, Wuhayshi, sia stato nominato nel luglio 2013 una specie di “general manager” di al Qaida dal medico egiziano Muhammad al Zawahiri, successore di Osama bin Laden, e che gli sia stato dato il potere di “coordinare le attività degli affiliati di al Qaida in Medio Oriente e Africa”. L’esponente del gruppo che si occupa di fabbricare le bombe si chiama invece Ibrahim Hassan al-Asiri, che per esempio ha preparato gli ordigni per l’attentato fallito negli Stati Uniti il giorno di Natale del 2009 (viene ricordato come quello dell’esplosivo nelle mutande). Nel 2010 sia gli Stati Uniti che le Nazioni Unite hanno inserito AQAP nella lista delle organizzazioni terroristiche. Con Barack Obama gli Stati Uniti hanno cominciato un’intensa campagna di attacchi coi droni in Yemen, uccidendo alcuni importanti leader di AQAP, tra cui Anwar al Awlaki, predicatore di cittadinanza statunitense e fondatore della rivista in lingua inglese di al Qaida, Inspire. Oggi si crede anche che AQAP sia l’unico gruppo affiliato ad al Qaida ad avere avuto “mandato” da Zawahiri di compiere attentati in Occidente (diversi analisti dicono che un’altra cellula che ha ricevuto mandato simile sia il cosiddetto “gruppo Khorasan”, che da diversi mesi agisce in Siria: la versione lunga della storia si legge qui).

La rivendicazione dell’attentato contro Charlie Hebdo è stata fatta in un video da Nasser bin Ali al Ansi, uno dei leader di più alto profilo di AQAP, che in passato ha lavorato direttamente con i vertici di al Qaida. Al Ansi ha detto che AQAP ha scelto l’obiettivo – quindi ha deciso di attaccare la sede di Charlie Hebdo – e ha pianificato e finanziato l’attentato. Non ha rivendicato gli attacchi del terzo attentatore, Amedy Coulibaly, che sembra invece in qualche modo legato allo Stato Islamico. Al Ansi ha anche detto che l’attacco è stato ordinato da Zawahiri e che è stato preparato insieme a Anwar al Awlaki, ucciso da un drone americano nel settembre 2011. Non è chiaro quali siano stati i tempi e le modalità di preparazione dell’attentato (evidentemente prima del 2011), né quanto coinvolgimento diretto di al Qaida ci sia effettivamente in tutta la vicenda (alcuni dicono che al Qaida abbia cambiato tattica dal 2001: non pianifica più gli attentati passo a passo, ma fornisce addestramento e risorse per farli, per essere meno individuabile).

Negli ultimi giorni la stampa francese e quella americana hanno ricostruito i movimenti dei due fratelli Kouachi e sembra che entrambi abbiano trascorso del tempo in Yemen (e non solo il più grande, come si pensava inizialmente). Riguardo i rapporti tra al Qaida e Stato Islamico, e la loro presunta collaborazione negli attentati di Parigi, il giornalista del Foglio Daniele Raineri ha scritto:

«La spaccatura fra i due gruppi è stata una delle svolte più importanti della storia della guerra santa contemporanea, se si saldano di nuovo assieme sarà una notizia altrettanto importante. Per ora sembra che non sia successo, e sembra che a Parigi ci sia stata una decisione pragmatica e opportunista degli attentatori, che non hanno tenuto conto della divisione che esiste in Medio Oriente dal 2013 perché si conoscevano da prima, almeno dal 2007, e avevano bisogno di risolvere problemi concreti in Francia: tra gli altri, come procurarsi il denaro e le armi necessarie. Facevano parte della stessa rete estremista, il “gruppo del diciannovesimo arrondissement”, non hanno troncato i rapporti.»

Nella foto: un sospetto miliziano di al Qaida yemenita (al centro), tiene in mano una bandiera islamica durante un processo a San’a’, in Yemen (AP Photo/Hani Mohammed, File)

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