(AP Photo/Khalfan Said, File)
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  • sabato 4 Novembre 2017

Morirà prima John Magufuli o la Tanzania?

Un preoccupato articolo dell'Economist spiega che le politiche repressive e illiberali dell'attuale presidente potrebbero distruggere il paese prima della fine del suo mandato

(AP Photo/Khalfan Said, File)

La Tanzania, uno stato abitato da 55 milioni di persone nell’Africa Orientale, non è un grande esempio di democrazia. Dalla sua indipendenza negli anni Sessanta ha avuto sempre lo stesso partito al governo: Chama Cha Mapinduzi, un partito di sinistra che in passato è stato uno di campioni del socialismo africano. Per decenni nel paese è rimasto in vigore un sistema a partito unico, come quello delle dittature comuniste. Dal 1995 si sono svolte regolari elezioni ogni cinque anni, ma sono state tutte vinte dallo stesso partito e sempre con percentuali molto alte. Nonostante questo, la Tanzania è un paese stabile, che non ha mai avuto una guerra civile, dove non c’è mai stata violenza su larga scala e dove l’economia, almeno negli ultimi decenni, non è andata così male. L’attuale presidente, John Magufuli, eletto con quasi il 60 per cento dei voti nel 2015, sembra però voler distruggere tutto questo, scrive l’Economist.

Per prima cosa, la situazione politica è divenuta più violenta. Proprio in questi giorni, uno dei principali leader dell’opposizione, che è anche un noto parlamentare, si trova in ospedale dopo essere stato ferito gravemente da alcuni uomini armati che gli hanno sparato in pieno giorno davanti alla sua abitazione. Attualmente, i comizi pubblici dell’opposizione sono vietati sulla base di non meglio precisate ragioni di sicurezza. Decine di persone in tutto il paese sono state arrestate per aver insultato il presidente su internet e ai cantanti non è andata meglio. Lo scorso maggio, Emmanuel Elibariki, un cantante hip-hop locale, ha pubblicato una canzone in cui a un certo punto si domandava: «Esiste ancora libertà di espressione in questo paese?». Scrive l’Economist: «La risposta è no. Elibariki è stato rapidamente arrestato e la sua canzone vietata».

Poi, uno studio di avvocati che aveva gestito una causa contro il governo è stato attaccato con una bomba. Diversi esponenti secondari dell’opposizione sono scomparsi, come ad esempio l’assistente personale di Freeman Mbowe, capo del principale partito di opposizione Cahdadema. Nell’isola di Zanzibar, dove i partiti indipendentisti avevano vinto le elezioni 2015 poi annullate dal governo, milizie pro-governo note come “zombie” hanno iniziato a dare la caccia ai partiti d’opposizione, a distruggere le loro sedi e a spaventare i loro attivisti. Magufuli è soprannominato il “buldozer” per il suo atteggiamento duro e diretto nei confronti della corruzione che aveva anche quando era ministro dell’Interno del governo precedente. La verità, scrive il settimanale, è che per il momento ha indirizzato i suoi sforzi distruttivi soprattutto verso i partiti di opposizione. E verso l’economia del paese.

Secondo il settimanale, Magufuli sembra in parte ispirato dai leader che nel passato hanno guidato la Tanzania sulla strada del socialismo reale, nazionalizzando le fabbriche, collettivizzando l’agricoltura e portando il paese a una carestia che soltanto gli aiuti internazionali riuscirono a mitigare. Anche se Magufuli non sembra avere idee così radicali, i suo interventi nell’economia hanno già iniziato a produrre effetti negativi. Ad esempio, ha introdotto pesantissime tasse per l’utilizzo del porto di Dar el Salam, che riforniva sei paesi diversi. Nel giro di poco tempo, gran parte delle compagnie di navigazione si sono trasferite nei porti del vicino Kenya.

Ha attaccato diverse multinazionali che operano nel paese. Ha accusato la società britannica Acacia, che nel paese gestisce due miniere d’oro, di aver falsificato i bilanci. Secondo le sue accuse, le miniere d’oro avrebbero reso alla società dieci volte più di quanto dichiarato (e sarebbero quindi, di gran lunga, le due miniere d’oro più ricche del mondo). Secondo Magufuli, la società deve al paese 190 miliardi di dollari di tasse non pagate. In risposta alle accuse, Acacia ha bloccato le esportazioni di oro dal paese e ridotto la produzione. Altre società hanno già chiuso i loro impianti nel paese dopo che il governo gli ha mosso accuse simili a quelle ricevute da Acacia. Un imprenditore locale, che ha parlato con l’Economist a condizione di restare anonimo, ha detto: «Siamo terrorizzati. Se queste cose possono succedere ad Acacia, possono accadere anche ad ognuno di noi».

A differenza degli imprenditori locali, le società internazionali hanno dei mezzi per rispondere a questi attacchi. Ad esempio riducendo gli investimenti nel paese, di cui la Tanzania avrebbe molto bisogno. Oppure rivolgendosi a tribunali internazionali. Lo scorso agosto un tribunale canadese ha ordinato il sequestro di un jet prodotto dalla Bombardier e acquistato dalla Tanzania. La causa era stata intentata da una società che aveva costruito alcune strade nel paese senza essere stata pagata. Non sarà probabilmente l’ultima causa di questo genere. Un produttore di energia elettrica ha appena fatto causa al governo perché da più di un anno non viene pagato e ha accumulato un credito di quasi seicento milioni di dollari nei confronti del governo.

Nonostante questa situazione, il potere di Magufuli e del suo partito, Chama Cha Mapinduzi, non sembra incontrare ostacoli al momento, scrive l’Economist. L’opposizione è stata neutralizzata dai risultati elettorali e dalle violenze degli ultimi mesi. Il partito di governo controlla saldamente il parlamento, con 275 su 384 seggi. Alcuni leader hanno persino proposto di allungare la durata del mandato presidenziale da cinque a sette anni, permettendo così a Magalufi di restare al potere fino al 2022. Secondo l’Economist, però, più che vedere se riusciranno a far passare la norma, sarà interessante scoprire se la Tanzania potrà sopravvivere a Magufuli così a lungo.