• Mondo
  • mercoledì 1 febbraio 2017

Intanto, nei Balcani

In Macedonia non si riesce a formare un governo a causa della minoranza albanese, che è al centro di altre crisi un po' in tutta la regione (c'entra anche Trump)

(AP Photo/Boris Grdanoski)

In Macedonia è iniziata una crisi di governo a causa del mancato accordo tra la coalizione dei conservatori, che ha vinto le elezioni di dicembre ma senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, e l’alleanza dei principali partiti locali albanesi, che rappresenta una minoranza di persone tra un quarto e un terzo della popolazione del paese. Non è chiaro se adesso il presidente della Repubblica affiderà l’incarico al leader del partito di opposizione o se, come chiedono i conservatori, scioglierà nuovamente il Parlamento. Alle ultime elezioni, che si sono svolte l’11 dicembre del 2016, il blocco formato dai quattro principali partiti albanesi ha ottenuto circa il 20 per cento dei voti, diventando la terza forza politica del paese dopo i conservatori del VMRO-DPMNE e i socialisti del SDSM. Quella in Macedonia è solo l’ultima delle diverse crisi che hanno al centro le persone di etnia albanese e che sono cominciate – o ricominciate – nei Balcani nelle ultime settimane.

Non è chiaro come mai le trattative in Macedonia siano fallite, ma sembra che sia stato il blocco della minoranza albanese a dividersi, fermando così l’alleanza con la coalizione conservatrice guidata dall’attuale primo ministro, Nikola Gruevski, che governa il paese da dieci anni ed è stato coinvolto in numerosi scandali. Le richieste del blocco albanese erano state concordate lo scorso dicembre, nel corso di un incontro a Tirana promosso dal primo ministro dell’Albania Edi Rama, il leader politico albanese più attivo in politica estera dai tempi dell’indipendenza. La principale richiesta è il riconoscimento dell’albanese come lingua nazionale su tutto il territorio della Macedonia e non solo nelle aree a maggioranza albanese.

Inizialmente Gruevski aveva rifiutato di accettare le richieste, per poi cambiare idea. Nonostante l’apertura del primo ministro, le trattative si sono bloccate e lunedì a mezzanotte è scaduto il termine per formare una maggioranza. Secondo alcuni analisti, un eventuale governo di coalizione avrebbe danneggiato tanto i conservatori quanto i partiti albanesi: molti considerano la loro alleanza innaturale, perché i conservatori utilizzano spesso una retorica nazionalista e anti-albanese mentre le minoranze etniche chiedono maggiore riconoscimento. Il principale partito del blocco albanese, il BDI, guidato dall’ex leader della guerriglia Ali Ahmeti, ha già governato in passato con Gruevski, ma secondo diversi analisti l’alleanza era un escamotage tattico per dividersi il potere e ha contribuito a far perdere consensi a entrambi i partiti.

Secondo Reuters, l’attuale crisi è la più grave da quando nel 2001 la Macedonia è stata salvata da una guerra civile grazie all’intervento della comunità internazionale, che in cambio di una tregua ha offerto al paese un percorso per integrarsi all’interno dell’Unione Europea e della NATO. Da allora questa strada è stata bloccata dalla Grecia, che non è d’accordo sul nome del paese (è una delle dispute più strane del mondo, che avevamo raccontato qui). Dal 2001 a oggi l’opposizione albanese è stata comunque largamente coinvolta nel sistema democratico, anche se non sono mancati gli incidenti. Nel maggio del 2015 a Kumanovo, nel nord del paese, 18 persone sono morte in scontri tra la polizia e i miliziani albanesi.

Le tensioni in Macedonia non sono le uniche che nelle ultime settimane hanno coinvolto le popolazioni di lingua albanese che vivono fuori dall’Albania. Questa settimana sette reclute dell’esercito greco di origine albanese sono state condannate a 60 giorni di prigione a causa di una foto che li ritrae mentre formano con le mani il simbolo dell’aquila, un segno tipico dell’irredentismo albanese. Nel nord-ovest della Grecia vivono ancora popolazioni di origine albanese, i cosiddetti Cham, e il ministro della Difesa greco Panos Kammenos ha detto che il primo ministro albanese Rama ha un piano per far “rivivere” il loro nazionalismo.

Le tensioni di questi giorni riguardano anche un altro rivale storico dell’Albania nella regione, la Serbia. Il 31 gennaio il primo ministro greco Alexis Tsipras ha detto durante una visita a Belgrado che il suo paese continuerà a non riconoscere l’indipendenza del Kosovo, il paese a maggioranza albanese che nel 1999 si è reso autonomo dalla Serbia (che a sua volta non ne riconosce l’indipendenza). Il Kosovo è un altro paese dei Balcani dove al centro delle recenti tensioni ci sono popolazioni di lingua albanese. Poche settimane fa un treno dipinto con slogan nazionalistici è partito dalla Serbia diretto nella regione settentrionale del Kosovo, l’unica dove la maggioranza degli abitanti è di lingua serba.

Le forze speciali kosovare hanno bloccato il treno al confine, causando nuove tensioni tra i due paesi. Nella disputa, la Serbia è stata tradizionalmente alleata con la Russia, mentre il Kosovo è stato sempre appoggiato dagli Stati Uniti (che contribuirono in maniera determinante all’autonomia del paese attaccando la Serbia insieme al resto della NATO nel 1999). Oggi però la situazione per i kosovari sembra essere diventata molto più complicata a causa dell’elezione di Donald Trump. Come ha scritto Valerie Hopkins sul suo blog su Foreign Policy, molti in Kosovo temono che a causa l’atteggiamento filorusso del nuovo presidente statunitense il paese perderà il suo tradizionale alleato e sarà costretto a fare concessioni alla Serbia. Attualmente sono in corso colloqui a Bruxelles tra il governo kosovaro e quello serbo per cercare di risolvere gli ultimi incidenti.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.