(Stringer/Getty Images)
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  • lunedì 2 gennaio 2017

Perché l’ISIS ce l’ha con la Turchia, spiegato

L'attentato di Istanbul è solo l'ultimo prodotto di un'ostilità molto recente: c'entrano diverse cose, tra cui il fallito colpo di stato, ma soprattutto la Siria

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti
(Stringer/Getty Images)

La notte di Capodanno a Istanbul un uomo armato è entrato in un locale notturno molto famoso e frequentato e ha ucciso 39 persone. Dell’uomo si sa ancora poco – potrebbe provenire dal Kirghizistan o dall’Uzbekistan, scrivono i giornali turchi – ma intanto lo Stato Islamico (o ISIS) ha rivendicato l’attacco, pur senza diffondere l’identità dell’attentatore. Non è la prima volta che il gruppo estremista compie un attentato in Turchia, ma quello che è successo la notte di Capodanno, descritto da alcuni come un “Bataclan turco”, ha un significato particolare. Fino a qualche mese fa il governo turco era accusato di chiudere un occhio verso lo Stato Islamico, per una questione di opportunità, mentre oggi le cose sono notevolmente cambiate. Cos’è successo in mezzo?

Cosa faceva prima la Turchia
Per capire il rapporto tra Turchia e Stato Islamico bisogna tirare in mezzo la Siria e la guerra cominciata nel 2011. Fin dall’inizio del conflitto, il governo turco si è schierato contro il regime siriano di Bashar al Assad e lo ha combattuto, alleandosi con i gruppi di ribelli che agiscono nel nord della Siria. La Turchia non ha fatto troppe differenze tra le fazioni più moderate e quelle più estremiste: ha finanziato e armato sia l’Esercito Libero Siriano, considerato tra i meno radicali, sia Ahrar al Sham, vicino ad al Qaida. Il governo turco ha chiuso anche un occhio verso lo Stato Islamico, che già da qualche anno era impegnato a combattere i curdi siriani, anch’essi nemici della Turchia. Per capire meglio l’incrocio di alleanze e ostilità, sono utili queste due mappe della Siria: la prima a sinistra del novembre 2014, la seconda del dicembre 2016. Il grigio scuro è lo Stato Islamico, il verde sono i ribelli sia moderati che jihadisti, il rosso è il regime di Assad e il giallo sono i curdi (nella mappa a destra il giallo è sostituito con il verde chiaro, perché nel frattempo i curdi hanno formato un’alleanza con altri gruppi, tra cui arabi, assiri, turkmeni e armeni, e per questo è stato cambiato loro il colore). In pratica: la Turchia voleva sconfiggere i rossi e i gialli (o verdi chiari), sostenendo i verdi e chiudendo un occhio sui grigi scuri.

Le mappe si ingrandiscono con un clic
collagesiria

Sostenere i ribelli e chiudere un occhio verso lo Stato Islamico significava soprattutto una cosa: permettere il passaggio di armi e foreign fighters (i combattenti stranieri, molti dei quali provenienti da paesi europei) attraverso il confine turco-siriano, quello che a un certo punto è stato soprannominato “autostrada del jihad”. La strategia turca è sembrata funzionare per un certo periodo di tempo, ma poi le cose dell’ultimo anno e mezzo sono cambiate. In Siria prima sono intervenuti gli Stati Uniti, che hanno cominciato a sostenere i curdi siriani nella guerra contro lo Stato Islamico, ottenendo ottimi risultati (come si vede dalla mappa, negli ultimi due anni i territori dei verde chiari sono aumentati notevolmente); poi è intervenuta la Russia a sostegno dell’ormai morente regime di Assad, vanificando gli sforzi dei ribelli e ribaltando le sorti della guerra, come ha dimostrato la battaglia di Aleppo. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha deciso così di cambiare le carte in tavola, anche perché nel frattempo in Turchia erano successe due cose grosse: erano cominciati gli attentati dello Stato Islamico e c’era stato un tentato colpo di stato.

Gli attentati dello Stato Islamico e il colpo di stato
È difficile dire con precisione quali attentati lo Stato Islamico abbia compiuto in Turchia nel corso dell’ultimo anno e mezzo, per un semplice motivo: molti non sono mai stati rivendicati. È una cosa che non deve stupire più di tanto. Come hanno spiegato i giornalisti del New York Times Rukmini Callimachi e Tim Arango, lo Stato Islamico non si comporta allo stesso modo in tutti i paesi nei quali compie gli attentati: in quelli dove la maggioranza della popolazione è musulmana sunnita – lo stesso orientamento dell’Islam a cui appartengono i membri del gruppo – è solitamente più prudente, per evitare di inimicarsi i suoi sostenitori: «Gli analisti dicono che finora lo Stato Islamico abbia camminato su una linea sottile in Turchia, cercando di bilanciare il suo obiettivo di destabilizzare il paese senza inimicarsi così tanto il governo turco da spingerlo a reagire», ha scritto di recente Arango. A un certo punto però lo Stato Islamico ha esagerato, diciamo così.

Il primo momento di svolta è stato nel luglio 2015, quando lo Stato Islamico ha compiuto un attentato nella città turca di Suruc, al confine con la Turchia, uccidendo 32 persone; poco dopo il governo turco ha ordinato per la prima volta di bombardare vari obiettivi dello Stato Islamico in Siria. Il secondo momento di svolta è stato il fallito colpo di stato del luglio 2016, organizzato contro il presidente Erdoğan. A seguito del tentato golpe, il governo turco ha fatto arrestare e ha licenziato migliaia di soldati e dipendenti pubblici, tra cui anche funzionari dell’antiterrorismo che sono stati sostituiti con giovani inesperti che probabilmente hanno reso la vita più facile ai jihadisti. Il terzo momento, un mese dopo, è stata la decisione del governo turco di invadere la Siria e occuparsi direttamente dei curdi siriani a ovest del fiume Eufrate, senza confidare più sullo Stato Islamico. Carri armati turchi sono entrati in Siria e insieme all’Esercito Libero Siriano hanno conquistato una dopo l’altra diverse città sotto il controllo sia dei curdi che dello Stato Islamico. Nonostante non se ne parli più, questa operazione militare non è finita: da ottobre le forze turche e i loro alleati hanno cominciato una dura battaglia contro lo Stato Islamico nella zona di al Bab, nel nord-est di Aleppo. A dicembre la situazione è peggiorata ulteriormente. Lo Stato Islamico ha diffuso un video molto violento che mostrava l’uccisione di due soldati turchi, bruciati vivi. Il video ha provocato la reazione del governo turco, che a sua volta ha intensificato gli attacchi sullo Stato Islamico a al Bab.

sirianordIl nord della Siria in una mappa aggiornata il 18 dicembre realizzata da Thomas van Linge e pubblicata sul blog di Pieter Van Ostaeyen. Il verde acceso, in mezzo ai due pezzi di verde chiaro, indica i territori conquistati dall’esercito turco alleato con l’Esercito Libero Siriano. Al Bab è indicata invece dal cerchio nero più a nord tra quelli nella mappa, e più vicino ad Aleppo. 

Ricapitolando: nell’ultimo anno e mezzo i rapporti tra Turchia e Stato Islamico sono completamente cambiati. Sono passati da una reciproca minima tolleranza, spiegata da ragioni di opportunità, a un’aperta ostilità, come ha dimostrato anche la rivendicazione diffusa dal gruppo dopo l’ultimo attentato compiuto in Turchia, quello al locale Reina di Istanbul la notte di Capodanno.

La rivendicazione dell’attentato di Istanbul
Nonostante non si conosca ancora l’identità dell’attentatore di Istanbul, lo Stato Islamico ha già rivendicato l’attacco, una cosa che ha stupito molti analisti e osservatori, per diversi motivi. Anzitutto è solo il secondo attentato che lo Stato Islamico rivendica tra quelli compiuti in Turchia – il primo è stato quello di Diyarbakir – anche se gliene sono stati attribuiti molti di più. Inoltre, a differenza di Diyarbakir, la rivendicazione non è stata diffusa da Amaq, un’agenzia di stampa che per quanto credibile non fa ufficialmente parte della macchina di propaganda dello Stato Islamico, ma è stata diffusa da Nashir Media Foundation, che invece è uno dei canali ufficiali del gruppo. C’è poi da considerare che il testo della rivendicazione dice che l’attentato è stato ordinato da Abu Bakr al Baghdadi – e non solo “ispirato” dalla propaganda dello Stato Islamico– e che è una ritorsione per i bombardamenti su al Bab. Tutti questi elementi hanno spinto molti esperti a dire che l’attentato di Istanbul è stato preparato e organizzato con il diretto coinvolgimento dei vertici dello Stato Islamico. Non era mai successo prima in Turchia e il fatto che lo Stato Islamico abbia voluto prendersi apertamente la responsabilità dell’attacco è il risultato di un anno e mezzo di notevoli cambiamenti e stravolgimenti.

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