Combattenti di una milizia sciita verso Tal Afar (AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)
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  • venerdì 2 dicembre 2016

E Mosul?

L'esercito iracheno ha conquistato diversi quartieri orientali della città sotto il controllo dello Stato Islamico, ma la battaglia potrebbe durare ancora a lungo

Combattenti di una milizia sciita verso Tal Afar (AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)

Da più di tre settimane le forze irachene stanno combattendo contro lo Stato Islamico dentro la città di Mosul, nel nord dell’Iraq. La battaglia di Mosul si sta rivelando molto complicata e le tattiche di guerriglia adottate dai miliziani dello Stato Islamico – per esempio l’uso delle autobombe – stanno mettendo in grande difficoltà l’esercito e le forze speciali irachene. Rispetto a un mese fa qualcosa però si è mosso: nell’est di Mosul gli iracheni hanno preso il controllo di diversi quartieri, mentre a ovest le milizie sciite hanno conquistato l’aeroporto di Tal Afar, una città considerata di grande importanza strategica da entrambi gli schieramenti. Come era stato previsto da diversi esperti, la battaglia non sarà breve: ci vorranno diverse settimane – forse mesi – prima di riuscire a sconfiggere lo Stato Islamico, e nel frattempo potrebbero cambiare alcune cose, per esempio le politiche statunitensi in Siria e Iraq dopo l’insediamento di Donald Trump, nel gennaio 2017.

mappaUna mappa della battaglia di Mosul: il grigio è lo Stato Islamico, il rosso è l’insieme dell’esercito, delle forze speciali e delle milizie sciite, il giallo sono i curdi

Dall’inizio della battaglia di Mosul, l’avanzata più significativa è stata compiuta dalle forze speciali e dall’esercito iracheno in diversi quartieri orientali della città. La guerriglia urbana ha reso ancora più violenta la battaglia, soprattutto per il grande uso di autobombe da parte dello Stato Islamico. Come ha scritto su Twitter il giornalista del Foglio Daniele Raineri, le autobombe usate nell’area urbana sono molto più pericolose rispetto a quelle usate negli spazi aperti, perché il tempo di reazione e risposta del bersaglio è più ridotto (bisogna essere più rapidi a prendere la mira e colpire l’autobomba in avvicinamento). Secondo il Washington Post, dall’inizio dell’offensiva a Mosul – cioè negli ultimi tre mesi, se si considera anche la fase della battaglia extra-urbana – lo Stato Islamico ha mandato contro le forze irachene 632 autobombe, una media di 14 al giorno. Un’enormità.

Un altro fronte molto importante per l’esito della battaglia è quello a ovest di Mosul, ma fuori dalla città. Qui non sta combattendo l’esercito iracheno, ma l’organizzazione di milizie sciite Hashd al Shaabi, più nota come il nome inglese “Popular Mobilization Units” (PMU). Sulla carta queste milizie sono sotto il controllo del governo iracheno, ma di fatto i gruppi più potenti rispondono all’Iran e in passato sono stati accusati di avere commesso gravi violenze settarie contro i sunniti. L’obiettivo dell’offensiva è la conquista di Tal Afar, la città che si trova sulla strada che collega Mosul ai territori siriani controllati dallo Stato Islamico. A metà novembre le milizie sciite hanno conquistato l’aeroporto di Tal Afar, a sud della città, e si sono incontrate con le forze curde a nord-ovest (nella mappa sopra, c’è un’area in cui i territori in grigio sono divisi da una striscia rossa che incontra la zona gialla: quello è il punto dell’incontro). Non si è ancora ben capito quali saranno i rapporti tra i curdi iracheni e le milizie sciite: un generale sciita ha detto che le due forze collaboreranno, nonostante i molti problemi del passato, ma i dubbi rimangono, soprattutto quando si porrà il problema di cosa fare dopo con le zone liberate.

Intanto, oltre alla pressione militare proveniente da est e da ovest, i miliziani dello Stato Islamico che combattono a Mosul stanno affrontando un altro problema di non poco conto: hanno dovuto smettere di usare WhatsApp e Telegram per comunicare tra loro, per il rischio di essere individuati e uccisi dai bombardamenti della coalizione internazionale. La decisione è stata diffusa tramite un articolo di Al Naba, settimanale dello Stato Islamico pubblicato online: «Se accedete a programmi come WhatsApp e Telegram o altri da Mosul, e vi mettete in contatto con una persona che è già sorvegliata, i crociati cominceranno a tenervi d’occhio… valutando la vostra importanza e identificando la localizzazione dei centri dello Stato Islamico attorno a voi». A Mosul lo Stato Islamico ha inoltre bloccato tutte le comunicazioni verso l’esterno per impedire ai residenti di dare indicazioni utili alle forze che stanno entrando in città, una questione diventata urgente per il gruppo dopo la scoperta di reti di oppositori che agivano nell’area urbana.

Un altro tema di cui si è discusso molto nelle ultime settimane è stato il futuro delle politiche statunitensi in Siria e in Iraq. È difficile dire oggi cosa deciderà di fare Donald Trump da gennaio in poi. Per quanto se ne sa, cioè basandosi sulle dichiarazioni in campagna elettorale, Trump potrebbe avere un atteggiamento molto più conciliante con la Russia e con il regime di Assad in Siria, mentre non è chiaro per niente cosa intenda fare in Iraq (argomento che peraltro conosce molto poco). Finora si è limitato a criticare duramente il fatto che l’attacco a Mosul sia iniziato senza sfruttare “l’effetto sorpresa”, decisione che secondo lui sarebbe stata presa per favorire la sua sfidante alle elezioni presidenziali Hillary Clinton; muovere decine di migliaia di uomini senza che lo Stato Islamico se ne accorgesse, hanno sostenuto però molti esperti, sarebbe stata un’assurdità e un’opzione completamente irrealistica. Trump ha anche criticato l’intera operazione in sé, dicendo che a guadagnarci alla fine sarà l’Iran, che ha tutto l’interesse ad aumentare la sua influenza sul territorio iracheno (come detto, a Mosul diverse milizie sciite operano sotto il controllo dell’Iran). Nonostante Trump non abbia presentato finora alcun piano per Mosul, sono in pochi quelli che pensano che gli Stati Uniti si ritireranno dall’offensiva, anche dopo l’insediamento della nuova amministrazione a Washington.

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