(ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

Nove bufale sul referendum

Cose che avete sentito, ma che non sono proprio vere: dal mezzo miliardo di risparmi alla "deriva autoritaria", dalla "cessione di sovranità" ai referendum

(ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

Tra due giorni si voterà per il referendum Costituzionale del 4 dicembre e in rete, nei talk show e sui social network continuano a circolare moltissime notizie false che riguardano la riforma che sarà sottoposta al voto. Ne abbiamo scelte otto, tra quelle che sono vere e proprie bufale, e abbiamo cercato di spiegare bene che cos’è che non torna.

La riforma rischia di produrre una deriva autoritaria
È un argomento usato da alcuni sostenitori del “No”, soprattutto all’inizio della campagna elettorale, ma che è caduto successivamente in disuso: anche il gruppo di costituzionalisti che ha fondato uno dei principali comitati per il “No” ha esplicitamente escluso questo rischio. È un tema però che è ancora molto caro a Silvio Berlusconi, che a sua volta in passato è stato a lungo accusato di voler produrre una “deriva autoritaria” da altri che oggi come lui sono a favore del “No.” Berlusconi lo ha ripetuto molto negli ultimi giorni nonostante sia stato inizialmente favorevole alla nuova Costituzione e nonostante la sua riforma, quella del 2006, assegnasse molti più poteri al presidente del Consiglio rispetto a quella attuale. Lo stesso Berlusconi ha detto oggi al Foglio che se non fosse saltato il “patto del Nazareno” con l’elezione di Mattarella oggi Forza Italia sosterrebbe la riforma.

Di fatto, la riforma non cambia direttamente alcun potere del presidente del Consiglio. Togliere al Senato la possibilità di dare la fiducia renderà potenzialmente i governi più stabili e duraturi, e questo potrebbe influenzare indirettamente i poteri del governo, ma il presidente del Consiglio continuerà ad avere gli stessi limiti che politici come lo stesso Berlusconi hanno sempre denunciato. Per esempio, il presidente del Consiglio continuerà a non poter rimuovere ministri dal suo governo senza un voto parlamentare, né tantomeno potrà sciogliere le camere.

La riforma renderà più difficile fare i referendum
In realtà il referendum rimane identico a oggi: sarà necessario raccogliere 500 mila firme per ottenere il diritto alla convocazione referendaria e bisognerà raggiungere la maggioranza dei “Sì” più il 50 per cento più uno dell’affluenza per ottenere l’abrogazione delle leggi desiderate. La riforma inserisce però un’altra possibilità: se le firme raccolte saranno almeno 800 mila, il quorum sarà abbassato al 50 per cento più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche. Visto che alle elezioni del 2013 l’affluenza è stata di circa il 75 per cento, in caso di passaggio della riforma e di raccolta di 800 mila firme, il quorum di un eventuale referendum sarebbe di circa il 38 per cento degli aventi diritto.

Inoltre la riforma cambia le modalità di proposta al Parlamento di leggi di iniziativa popolare, che rimarrà anche se con alcune modifiche. Oggi per presentare una legge di iniziativa popolare bisogna raccogliere 50 mila firme. Con la riforma le firme da raccogliere saliranno a 150 mila, ma la nuova Costituzione specifica che i regolamenti parlamentari dovranno stabilire entro quanto tempo la proposta dovrà essere esaminata e votata dal Parlamento. Al momento le leggi di iniziativa popolare di solito rimangono per anni in Parlamento in attesa di essere discusse e molto raramente vengono approvate. Una delle poche leggi importanti di iniziativa popolare ad essere stata discussa e approvata fu la legge 184 del 1983, che riformò l’adozione per i minori e introdusse l’affido familiare.

La riforma è stata approvata in maniera illegittima
Anche negli ultimi giorni, diversi parlamentari del Movimento 5 Stelle continuano a sostenere che la riforma sia illegittima perché il Parlamento che l’ha votata è stato eletto con una legge dichiarata in parte incostituzionale, il cosiddetto “Porcellum”. Non è vero: la sentenza che ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale non ha tolto nulla alla legittimità del Parlamento che, secondo la Corte stessa, «può sempre approvare nuove leggi, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali», compresa quindi la possibilità di modificare la Costituzione. Senza contare che allora sarebbe illegittima anche la Corte stessa, composta da giudici nominati dal Parlamento eletto col “Porcellum” o da presidenti della Repubblica scelti da un Parlamento eletto col “Porcellum”.

Altri criticano il fatto che la legge sia stata approvata in fretta e da una maggioranza assoluta, senza il coinvolgimento di tutte le forze politiche che siedono in Parlamento. La discussione della legge è cominciata l’8 agosto del 2014 e si è conclusa il 12 aprile del 2016, venti mesi in totale. La legge è passata tre volte alla Camera e altre tre al Senato, subendo oltre cento modifiche. Alle prime votazioni la maggioranza era piuttosto ampia e comprendeva anche Forza Italia, all’epoca il principale partito di centrodestra. Successivamente Forza Italia ha votato contro, ma senza che il testo avesse subito cambiamenti radicali (Silvio Berlusconi, come abbiamo visto, è passato dall’appoggiare la riforma al denunciarne il rischio di “derive autoritarie”, in reazione al mancato coinvolgimento del suo partito nella scelta del nuovo presidente della Repubblica).

Stanno cambiando la Costituzione del ’48
Diversi sostenitori del “No” hanno usato un argomento “storico” per difendere l’attuale Costituzione, ossia che si tratta di un documento antico e venerabile, scritto da una classe politica di grande caratura e in un periodo storico di rinascita nazionale. È una legittima opinione ritenere il testo originale della Costituzione migliore di quello attuale, ma è importante chiarire che quella in vigore oggi non è, letteralmente, la “Costituzione del 48”. Negli ultimi 70 anni la Costituzione è stata modificata, in maniera più o meno sensibile, 15 volte e ha subito un’altra ventina di integrazioni. Come ha scritto il sito Pagella Politica, si è molto allungata nel tempo, passando da 7.843 parole a 9.339 (se la riforma sarà approvata, si allungherà ulteriormente fino a 11.354). In ogni caso la riforma non riguarda la prima parte della Costituzione, quella con i principi e i valori fondamentali.

Cessione di sovranità alla UE
Intorno alla fine di ottobre si è diffusa su molti siti di bufale la notizia di un “articolo segreto” contenuto nella riforma della Costituzione. In questo articolo, il 117, si sarebbe nascosta una clausola che porterebbe al “definitivo asservimento” dell’Italia all’Unione Europea.

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La notizia è stata ripresa (e poi in parte corretta) anche da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle.

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In realtà, come dimostra il vecchio testo dell’articolo 117, la legislazione italiana prevedeva già in passato di doversi adeguare ai vincoli “comunitari”, cioè alle regole internazionali sottoscritte con gli altri partner di quella che all’epoca era la Comunità Europea. Dal 2009, la Comunità ha cessato di esistere ed è diventata l’Unione Europea. Il cambiamento dell’articolo 117, quindi, è solo un aggiornamento lessicale.

Ci saranno 500 milioni di euro di risparmi
In risposta a un’interrogazione parlamentare sui risparmi complessivi che saranno generati dalla riforma, il ministro per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi ha parlato di circa 500 milioni di euro di risparmi grazie alla riforma. Questa è la cifra usata più spesso dal fronte del “Sì”, anche dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Esistono stime contrastanti su quanti risparmi porterà la riduzione nel numero dei senatori (che passeranno da 315 a 100), del CNEL e degli stipendi dei consiglieri regionali. Il professor Roberto Perotti, ex commissario alla spending review, ha realizzato un riassunto in cui paragona tutte le varie stime. Le differenze, per questi tre punti, non sono così sostanziali: vanno da un minimo di 100 a un massimo di circa 190 milioni di euro.

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La parte più sostanziale nella riduzione delle spese, 350 milioni, arriverà, secondo i sostenitori del “Sì”, dall’eliminazione del termine “province” dal testo della Costituzione. Come lo stesso Perotti ha fatto notare, però, le province sono state di fatto abolite nel 2014 e già allora si parlava di un risparmio di circa 300 milioni. La riforma si limita a cancellare la parola “province” dal testo costituzionale, ma gli effetti concreti della loro abolizione erano già stati raggiunti in passato per via ordinaria.

Il nuovo Senato potrà rallentare l’approvazione delle leggi
Secondo i sostenitori del “Sì”, uno dei vantaggi della riforma sarà aumentare la rapidità di approvazione delle leggi. Questo risultato si otterrà grazie all’abolizione del bicameralismo perfetto e quindi della cosiddetta “navetta”, ossia del continuo passaggio di leggi da una camera all’altra. Come avevamo spiegato qui, ci sono dei dubbi su quanto i tempi si potranno effettivamente ridurre e su quanto effettivamente la lentezza nell’approvazione delle leggi sia un problema.

Alcuni sostenitori del “No” sostengono l’esatto contrario e cioè che la riforma darà al Senato nuovi poteri per bloccare l’approvazione delle leggi più di quanto possa fare ora. Questo perché il nuovo Senato potrà chiedere di esaminare ogni singolo provvedimento (basta che un terzo dei Senatori ne faccia richiesta per attivare la procedura di esame da parte del Senato che può durare fino a 40 giorni). L’accusa però non è fondata: il Senato ha tempi massimi prefissati per esaminare le leggi e proporre modifiche, non troppo diversi da quelli che già oggi impiega a effettuare le seconde letture.

Il presidente della Repubblica sarà eletto a maggioranza
Numerosi sostenitori del “No” hanno detto che con la riforma la maggioranza potrà imporre il presidente della Repubblica, senza bisogno dei voti delle opposizioni. In realtà è con la Costituzione attuale che funziona così. Per i primi tre scrutini per l’elezione del presidente, infatti, la Costituzione prevede una maggioranza dei due terzi dei componenti, ma dal quarto in poi è sufficiente la maggioranza assoluta. Oggi una coalizione o un partito con la maggioranza semplice alla Camera e al Senato (o di una maggioranza molto ampia alla Camera) può eleggere da sola il presidente della Repubblica. È accaduto per l’elezione di Sergio Mattarella, per la prima elezione di Giorgio Napolitano e per quella di Oscar Luigi Scalfaro.

Se la riforma dovesse essere approvata non sarà più possibile eleggere il presidente da parte della sola maggioranza assoluta. Per i primi tre scrutini, infatti, sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quarto in poi sarà necessaria la maggioranza dei tre quinti e dal settimo in poi saranno sufficienti tre quinti dei presenti in aula (uscire, quindi, non conterà più come votare “No” come avviene oggi). Non è vero, come hanno sostenuto alcuni, che basteranno qualche decina di parlamentari ad eleggere il presidente: se non sono presenti almeno 300 parlamentari, infatti, il voto non è considerato legale.


Il Senato sarà eletto dai cittadini
Martedì scorso, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha mostrato nel corso di una diretta Facebook il fac-simile di una scheda elettorale per l’elezione dei senatori. Nella sua esposizione, Renzi è sembrato dare per scontato che l’elezione dei senatori avverrà sulla base delle indicazioni dei cittadini, che durante le elezioni per il rinnovo dei consigli regionali indicheranno su una scheda aperta quale consigliere desiderano che sia eletto senatore. È possibile che accada, ma la riforma non lo prevede e quindi quella scheda si rifà a un sistema elettorale che al momento non esiste.

Renzi si riferiva alla disposizione contenuta nell’articolo 2 della riforma, che andrà a modificare l’articolo 57 della Costituzione, in cui è scritto che l’elezione dei Senatori deve avvenire:

[…] in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi. […] Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale.

Questa disposizione dovrà essere attuata con legge ordinaria. Renzi ha sostanzialmente detto che sarà approvata la cosiddetta bozza Fornaro-Chiti, una proposta fortemente voluta dalla minoranza del PD, che prevede appunto che l’elezione dei senatori avvenga su indicazione degli elettori. La proposta però deve ancora essere depositata in Parlamento (si può farlo solo in caso di vittoria dei “Sì”). Inoltre, 21 senatori su un totale di 100 (i sindaci che saranno eletti al Senato), saranno scelti dai consigli regionali, senza indicazione da parte degli elettori, anche in caso di approvazione della bozza.

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