Quanto peserà la polmonite di Clinton

È difficile dirlo adesso, ma è un problema che potrebbe diventare un grosso problema: non solo per la malattia in sé ma per come è stata gestita

di Francesco Costa – @francescocosta
(AP Photo/Andrew Harnik)

La notizia che Hillary Clinton ha la polmonite – diffusa dal suo comitato elettorale dopo il malore avuto durante le commemorazioni dell’11 settembre a New York – sta agitando la campagna elettorale statunitense, e non è ancora del tutto chiaro che tipo di conseguenze avrà sulle opinioni degli elettori. Di sicuro la notizia è arrivata con un tempismo da serie tv: alla fine dell’estate, quando gli americani iniziano a prestare davvero attenzione alla campagna elettorale; a meno di due settimane dal primo confronto tv tra i candidati; al termine di un buon periodo per il candidato del Partito Repubblicano, Donald Trump, che sta rimontando nei sondaggi. E ci sono altri due elementi che rendono la faccenda particolarmente delicata: la scarsa trasparenza sulle condizioni di salute di Clinton e Trump, che sono due tra i candidati alla presidenza più anziani di sempre; le molte teorie del complotto su presunte gravi malattie di Clinton fatte circolare nei mesi scorsi da siti di estrema destra e poi riprese dallo stesso Trump.

Niente è off-limits
La natura del sistema politico americano – governo presidenziale e parlamento eletto con sistema maggioritario – mette al centro dell’attenzione i candidati più che i partiti, e questo nel corso dei decenni ha fatto sì che gli elettori si interessassero alle storie e alle vite dei candidati nella loro totalità, e non solo alle loro idee e proposte politiche. Gli elettori e la stampa statunitense si aspettano che chiunque si candidi a un incarico politico diffonda informazioni personali come le proprie dichiarazioni dei redditi e le proprie informazioni medico-sanitarie, e magari che abbia anche un matrimonio sereno e funzionante; nel caso dei candidati alla presidenza le esigenze di trasparenza si fanno ancora più pressanti. Questo fa sì che niente della vita personale di un candidato sia davvero off-limits in campagna elettorale.

La salute soprattutto conta parecchio, per l’idea degli americani che il presidente sia un simbolo della nazione e quindi anche della sua forza. Degli otto presidenti degli Stati Uniti che sono morti in carica, quattro sono morti per cause naturali; William Harrison morì di tifo nel 1841, Zachary Taylor di colera dieci anni dopo; Warren Harding ebbe un infarto nel 1923 e Franklin Delano Roosevelt, malato di polio fin da giovane e costretto a lungo su una sedia a rotelle, morì per un’emorragia intracerebrale nel corso del suo quarto mandato, nel 1945. Altre volte in passato la salute dei candidati ha avuto un ruolo in campagna elettorale: nel 1960 John Fitzgerald Kennedy vinse il famoso primo confronto tv di sempre perché il suo avversario, Richard Nixon, era malaticcio, sudato e pallido; nel 1992 George H. W. Bush, in piena campagna elettorale, vomitò addosso al primo ministro del Giappone durante una cena di stato.

In questo contesto, i candidati del 2016 sono in una posizione particolare: dovesse vincere le elezioni dell’8 novembre, Hillary Clinton diventerebbe la seconda persona più anziana mai eletta alla Casa Bianca; Donald Trump, che ha 70 anni, sarebbe invece in assoluto il presidente più anziano mai eletto (che oggi è Ronald Reagan, eletto la prima volta a 69 anni).

Come sta Hillary Clinton?
Hillary Clinton ha la polmonite, ha detto il suo medico domenica. La polmonite è una malattia polmonare dovuta all’infiammazione degli alveoli, che si riempiono di liquido rendendo più difficile la respirazione. Una persona in buona salute, curata con antibiotici, guarisce senza problemi nel giro di una settimana; i bambini e le persone con più di 65 anni possono avere qualche difficoltà in più. Hillary Clinton, che ha 68 anni, aveva da qualche giorno la tosse per alcune allergie: venerdì le era stata diagnosticata la polmonite e per questo era in cura con degli antibiotici. L’effetto dei farmaci e l’umidità di domenica a New York hanno provocato il calo di pressione che l’ha costretta a lasciare le commemorazioni dell’11 settembre.

Anche prima di domenica, però, la salute di Hillary Clinton era stata argomento di discussione durante la campagna elettorale. Clinton infatti soffre di trombosi venosa profonda, cioè la formazione di masse di sangue coagulato nelle vene, che se non trattate per tempo possono ostacolare la circolazione del sangue comportando gravi conseguenze, e in certi casi la morte. Nel 1998, quando era First Lady, le fu diagnosticato un coagulo di sangue nella gamba destra; lo stesso era accaduto nel 2009; nel 2012 invece le fu diagnosticato un coagulo alla testa. Tutti i trombi si sciolsero grazie ai farmaci. Passare molto tempo sugli aerei – come capita da decenni a Hillary Clinton – può favorire la formazione di trombi. Per questo motivo Clinton assume ogni giorno un farmaco anticoagulante, l’unico che prende regolarmente oltre a un integratore per l’ipotiroidismo. Il suo medico ha detto che la sua pressione cardiaca è normale, così come il livello di colesterolo e le funzioni respiratorie.

Clinton è sempre stata molto riservata sui suoi problemi di salute. L’episodio del 1998 fu raccontato alla stampa soltanto una volta risolto. Quello del 2009 è stato reso pubblico soltanto nel 2015, quando Clinton ha diffuso una lettera di un medico che la giudicava in buona salute e in grado di candidarsi alle elezioni presidenziali. Il trombo del 2012 fu scoperto durante alcuni esami effettuati dopo una caduta di Clinton in casa: era disidratata a causa di un’infezione intestinale, era svenuta e aveva battuto la testa provocandosi una commozione cerebrale. Gli esami seguenti mostrarono l’esistenza del trombo. Dopo la convalescenza Clinton per qualche tempo dovette portare degli occhiali e di tanto in tanto vedeva doppio.

Anche nel caso del 2012, però, le notizie sulla salute di Hillary Clinton furono diffuse a piccoli pezzi e con grande ritardo, lasciando a lungo la stampa e gli elettori senza sapere come stava la persona che all’epoca aveva la responsabilità della politica estera statunitense.

Hillary Clinton e i giornalisti, una vecchia storia
La gestione delle comunicazioni durante il malore di domenica è esemplare della storica diffidenza di Hillary Clinton per i giornalisti e la stampa. Hillary Clinton è stata portata via dalla commemorazione all’improvviso, senza che i giornalisti che seguono la sua campagna elettorale fossero informati della ragione né di dove fosse diretta. La polmonite diagnosticatale venerdì non era stata resa pubblica; il primo comunicato di domenica, diffuso dal suo comitato elettorale un’ora e mezza dopo il malore di Clinton, parlava generalmente di un “colpo di calore” nonostante a New York ci fossero 28 gradi (ma anche una certa umidità). Insomma, il comitato ha raccontato della polmonite a due giorni dalla diagnosi; solo perché costretta dal malore di Clinton; e dopo aver comunque dato un’iniziale versione come minimo incompleta, e dopo un’ora e mezza di silenzio.

La scarsa trasparenza di Clinton su questa e altre faccende è finita con il tempo per alimentare ipotesi creative e teorie del complotto, invece che smontarle: quella che molti definiscono una sua “ossessione per la privacy”, per esempio, è la stessa ragione per cui Clinton aveva deciso di usare un indirizzo di posta privata quando era segretario di stato. Il comitato Clinton tra l’altro non ha ancora creato il cosiddetto “protective pool”, cioè quel gruppo di giornalisti che tradizionalmente a rotazione segue il candidato ovunque vada e ne racconta ogni spostamento. Il “protective pool” – che non ha niente di “protettivo”, non è un gruppo di giornalisti amici, ed esiste anche alla Casa Bianca – racconta a che ora il candidato/presidente esce di casa, chi incontra, dove mangia, dove dorme: è considerato uno strumento molto utile per chi vuole ricostruire con esattezza le attività dei politici più importanti. I giornalisti del “pool” tornano a casa solo quando gli viene comunicato che il candidato/presidente è a casa e non ha altre attività in programma. Anche Donald Trump non ha un “protective pool”.

Inoltre, né lei né Donald Trump hanno diffuso informazioni dettagliate sulla loro storia medica. Nel 2008 Barack Obama diffuse un documento sulla sua salute da 276 pagine; lo stesso anno John McCain – che aveva 71 anni e vari problemi di salute – diffuse 1.200 pagine di documenti sulla sua situazione medico-sanitaria. Hillary Clinton ha diffuso invece un documento di poche pagine e senza grandi dettagli; Donald Trump addirittura una letterina «scritta in cinque minuti», come ha ammesso il medico che l’ha preparata, secondo cui sarebbe «il più sano individuo della storia a diventare presidente» (cosa improbabile: Trump è un settantenne in sovrappeso che non fa esercizio fisico e mangia regolarmente cibo spazzatura).

Le teorie del complotto sulla salute di Hillary Clinton
Il malore di Clinton capita in un momento particolarmente inopportuno, per la sua candidatura, visto che Donald Trump insiste da mesi su quanto sia fisicamente più forte e resistente di Hillary Clinton (la accusa persino di fare pisolini di tanto in tanto e andare a letto presto) e che da qualche settimana lui e alcuni suoi famosi sostenitori, per esempio Rudolph Giuliani, hanno cominciato a raccogliere e legittimare certe teorie del complotto diffuse da piccoli gruppi conservatori online, citandole nei loro discorsi e alludendo al fatto che Hillary Clinton stia nascondendo una grave malattia. Un attacco di tosse o una foto che la mostra inciampare o persino il tono di una risposta sono stati presentati come prove del fatto che Hillary Clinton abbia il morbo di Parkinson oppure la sclerosi multipla. Wikileaks, per esempio, ha scritto questo tweet domenica pomeriggio:

Che conseguenze politiche può avere questa storia?
Di certo questa vicenda danneggerà Clinton, ma è impossibile oggi dire quanto e per quanto tempo.

Gli elettori americani prestano molta attenzione alla salute dei candidati – i due anni massacranti di campagna elettorale sono una performance, tra le altre cose – e pensano già adesso che Clinton sia inaffidabile e poco trasparente: questa storia la danneggia su entrambi i fronti. Inoltre una polmonite a 68 anni può essere debilitante e costringere Clinton a rallentare le sue attività di propaganda in un momento cruciale della campagna elettorale, e potenzialmente esporla al rischio di altri malori nelle prossime settimane (e ci sono tre dibattiti televisivi in programma, cioè grande tensione nervosa e almeno tre ore in piedi sotto i riflettori di uno studio televisivo). Inoltre, questa storia è arrivata in un momento che era già complicato per la campagna elettorale per Hillary Clinton: nelle ultime settimane Trump ha rimontato parte del suo svantaggio nei sondaggi e sabato Clinton ha usato un’espressione infelice definendo xenofobi, razzisti, omofobi e maschilisti «la metà dei sostenitori di Trump».

Anche Trump però dovrà gestire la situazione con attenzione: criticare una persona per una polmonite, che può capitare a chiunque, potrebbe essere visto come opportunista e infantile dagli elettori. I giornali americani scrivono che questo è il motivo per cui Trump, dopo aver insistito per settimane sullo stato di salute di Clinton, non ha commentato le notizie di domenica: la salute di Clinton è diventato da ieri un tema di campagna elettorale, come voleva lui, e se oggi infierisse permetterebbe a Clinton di presentarsi come vittima di un attacco ingiusto.

Cosa succede se un candidato muore o si ammala gravemente?
Detto che siamo evidentemente lontanissimi da quel punto, molti in queste ore si sono chiesti a livello teorico cosa accadrebbe se Hillary Clinton – o Donald Trump, per quel che vale – dovesse ammalarsi gravemente o addirittura morire. Sia Clinton che Trump hanno ricevuto ufficialmente la nomination dei loro partiti durante le convention di quest’estate, quindi non possono essere rimossi contro la loro volontà: la loro candidatura può venire meno soltanto se decidessero di ritirarsi o se morissero.

Se questo dovesse avvenire prima del voto dell’8 novembre, i partiti avrebbero il compito di scegliere un nuovo candidato secondo le loro regole interne, e non è automatico che quel candidato sia il vice: potrebbe essere chiunque. I personaggi con esperienza e notorietà tale da poter subentrare così a ridosso delle elezioni sono pochissimi: tra i Democratici forse solo Joe Biden, John Kerry e – un po’ indietro – Bernie Sanders e Tim Kaine. Se invece un candidato dovesse ritirarsi o morire dopo le elezioni dell’8 novembre ma prima che i “grandi elettori” si riuniscano per eleggere concretamente il presidente, sarebbero i “grandi elettori” stessi a decidere liberamente chi votare: nel rispetto della volontà popolare, sceglierebbero probabilmente il vice del candidato morto o ritirato. Nessuna di queste cose però è mai successa.

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