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  • sabato 10 settembre 2016

La polizia egiziana aveva indagato Giulio Regeni

I magistrati italiani si sono incontrati a Roma con quelli egiziani, che per la prima volta hanno ammesso che il dottorando era stato indagato per tre giorni

(Egyptian Interior Ministry via AP, File)

Questa settimana i magistrati italiani ed egiziani che indagano sull’uccisione del dottorando italiano Giulio Regeni, avvenuta fra gennaio e febbraio al Cairo, si sono incontrati a Roma e hanno diffuso una nota congiunta sui risultati delle investigazioni. Per la prima volta gli egiziani hanno ammesso che Regeni è stato indagato dalla polizia egiziana ma gli accertamenti sullo studente, dicono gli egiziani, sono durati solo tre giorni durante i quali «non è stata riscontrata alcuna attività di interesse per la sicurezza nazionale e, quindi, sono cessati».

Regeni è scomparso al Cairo lo scorso 25 gennaio e il suo corpo è stato ritrovato ai bordi di una strada poche settimane dopo con i segni di numerose torture. Lo studente si trovava in Egitto per compiere ricerche sui sindacati egiziani, come parte della sua tesi di dottorato all’università di Cambridge. È un tema molto delicato per il governo egiziano, che tra i sindacati ha alcuni dei suoi più decisi oppositori politici. Arresti, minacce e sparizioni sono piuttosto comuni tra gli avversari del presidente Abdel Fattah al-Sisi.

In questi giorni diversi quotidiani italiani, tra cui Repubblica, hanno riportato ulteriori dettagli sulle torture subite da Regeni. Lo studente è stato colpito con mazze e bastoni e una “X” è stata incisa sulla sua fronte. Paola e Claudio Regeni hanno detto che loro figlio è stato torturato da “professionisti”. In molti ritengono che Regeni sia stato rapito e torturato di sicurezza egiziani a causa dei suoi collegamenti con il movimento sindacale. Questa settimana, i magistrati egiziani hanno detto che la polizia ha iniziato a indagare Regeni dopo una segnalazione da parte del capo del sindacato dei venditori di strada con cui stava collaborando lo studente.

Il governo egiziano ha più volte negato ogni coinvolgimento. Lo scorso aprile, l’ambasciatore italiano in Egitto è stato richiamato per protesta contro la lentezza e gli ostacoli incontrati dalle indagini. Il tono della nota diffusa dai magistrati italiani ed egiziani è abbastanza conciliante – c’è scritto che “accertare la verità sulla morte di Giulio Regeni” è un “obiettivo comune” – ma la collaborazione tra le due procure rimane difficile. Gli egiziani si sono rifiutati di fornire i tabulati che mostrano quali numeri di telefono cellulare si trovavano vicino al luogo della scomparsa di Regeni e, poche settimane dopo, nei pressi del luogo dove è stato ritrovato il suo corpo, uno degli elementi ritenuti più importanti. Nella nota diffusa ieri, si legge comunque che il capo della delegazione egiziana «ha illustrato e consegnato l’ampia, completa e approfondita relazione sull’esame del traffico delle celle che coprono l’area della zona della scomparsa e del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni».

Gli egiziani non hanno fornito le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza dei negozi e della stazione della metropolitana vicino al luogo dove è scomparso Regeni. I video, sostengono gli egiziani, sono stati automaticamente cancellati prima che la procura ne facesse richiesta. Al momento è in corso una complessa e costosa procedura di recupero per la quale gli egiziani hanno chiesto aiuto all’Italia.

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