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  • venerdì 19 agosto 2016

Hanno perso, ma ce li ricordiamo

Otto grandi storie di atleti che sono rimasti anche se non hanno vinto, per tenacia, per sfortuna o perché hanno incarnato il vero-spirito-olimpico

(AP Photo/Denis Paquin)

Uno degli episodi di cui si è parlato di più alle Olimpiadi di Rio è successo martedì durante una delle qualificazioni per i 5.000 metri femminili.

A quattro giri dalla fine, la neozelandese Nikki Hamblin e la statunitense Abbey D’Agostino si sono scontrate e sono cadute tutte e due. Prima D’Agostino ha aiutato Hamblin a rialzarsi, poi quando hanno ripreso a correre è stata D’Agostino ad accasciarsi di nuovo per il dolore e Hamblin si è fermata per convincerla ad alzarsi e finire la gara. Il gesto di D’Agostino e Hamblin è finito su tutti i giornali internazionali, e le due atlete hanno ricevuto unanimi complimenti per la loro sportività e generosità: per aver incarnato il vero-spirito-olimpico, insomma. Nonostante siano arrivate ultime nella loro batteria, entrambe sono state ammesse eccezionalmente alla finale dei 5000 metri, che sarà venerdì: correrà solo Hamblin però, perché D’Agostino si è infortunata nella caduta. Anche se Hamblin non vincerà la gara, è molto probabile che diventerà uno dei personaggi più ricordati di queste Olimpiadi.

Non è la prima volta che succede una cosa simile: le Olimpiadi sono piene di storie di atleti che non hanno vinto medaglie (o che non hanno vinto l’oro, almeno) e che ciononostante sono ricordati come e più dei vincitori: perché hanno fatto gesti di grande sportività sacrificando il proprio piazzamento per aiutare un altro atleta, oppure perché hanno dimostrato grande tenacia e perseveranza arrivando a competere con avversari molto più forti di loro, oppure perché hanno dimostrato grandi meriti sportivi ma hanno avuto molta sfortuna. Abbiamo scelto le otto più belle, di tutte queste storie.

Lawrence Lemieux alla regata della classe Finn di Seul 1988
Lawrence Lemieux è un velista canadese, che partecipò alla gara della classe Finn alle Olimpiadi di Seul del 1988. Lemieux era secondo a metà della quinta regata della gara (sono sette in tutto), un piazzamento che gli avrebbe dato ottime possibilità di vincere una medaglia. Contemporaneamente si stavano svolgendo le regate della classe 470 maschile e femminile, che prevedono due persone di equipaggio per ogni imbarcazione. Le condizioni meteo erano pessime, c’era il mare mosso e molto vento: Lemieux era stato primo nella sua regata, ma non aveva visto una boa da aggirare a causa delle onde ed era sceso in seconda posizione. A un certo punto Lemieux vide che l’imbarcazione di Singapore che stava partecipando alla classe 470 si era rovesciata, e che i due velisti dell’equipaggio erano in difficoltà. Uno in particolare era trascinato alla deriva, e Lemieux capì che nessun altro lo aveva visto: «Se io non ero riuscito a vedere quei grossi segnali arancioni, chi avrebbe visto una piccola testa andare su e giù nell’acqua?».

Lemieux lasciò la sua gara e navigò verso la barca di Singapore, salvando entrambe i membri dell’equipaggio e portandoli su una nave di soccorso. Poi ritornò alla sua regata, ma arrivò 22esimo. La federazione di vela internazionale decise comunque di assegnarli il secondo posto nella regata, per premiare il suo gesto: alla fine Lemieux arrivò comunque undicesimo in classifica generale e non vinse medaglie. Il Comitato Olimpico Internazionale però decise di dargli la medaglia Pierre de Coubertin, che si assegna agli atleti che interpretano il “vero spirito sportivo”. Ora è un istruttore di vela in Canada.

Derek Redmond alla semifinale dei 400 metri a Barcellona 1992
Il corridore britannico Derek Redmond era arrivato alla semifinale dei 400 metri alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 tra i più in forma. L’anno prima era stato campione del mondo nella 4×400 metri, e a Barcellona aveva vinto i quarti di finale, con uno dei migliori tempi. Partì bene, ma dopo circa 150 metri ebbe uno strappo muscolare alla coscia. Cadde a terra e i medici si avvicinarono per portarlo via in barella. Lui però si rialzò perché voleva finire lo stesso la gara. Cominciò a zoppicare verso il traguardo e suo padre allora superò la sicurezza e lo raggiunse sulla pista, per aiutarlo a concludere la corsa. Quando i due superarono la linea d’arrivo, gli spettatori allo stadio olimpico Luís Companys si alzarono e fecero un lungo applauso. Redmond venne squalificato dalla gara, ma della sua storia si parlò molto e suo padre fu uno dei tedofori alle Olimpiadi di Londra 2012.

Dorando Pietri alla maratona di Londra 1908
Dorando Pietri nacque a Villa Mandrio di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, nel 1885. Da ragazzo lavorò come garzone in una pasticceria di Carpi, e intorno ai diciott’anni si iscrisse a un’associazione sportiva locale, con la quale iniziò a fare delle gare di ciclismo. Nel 1904 a Carpi arrivò il famoso podista Pericle Pagliani per una gara dimostrativa, a cui partecipò anche Pietri: perse, ma fece vedere che era un gran corridore. Pietri, che era alto solo un metro e sessanta e pesava 60 kg, negli anni successivi partecipò a molte importanti gare, anche all’estero: si qualificò per la maratona di Atene del 1906, ai Giochi Olimpici intermedi, che si tennero per celebrare il decimo anniversario delle Olimpiadi moderne. Al 25esimo chilometro era primo con cinque minuti di vantaggio sul secondo corridore, ma si dovette ritirare perché non stava bene.

Ci riprovò alle Olimpiadi di Londra del 1908: la maratona partì nel primo pomeriggio del 24 luglio dal castello di Windsor, in una giornata molto calda. Pietri cominciò lentamente per conservare le energie e verso metà gara cominciò a recuperare posizioni sugli altri atleti, che avevano seguito il ritmo alto imposto dai corridori inglesi. Pietri si portò nelle prime posizioni, e verso la fine seppe che il primo della gara, il sudafricano Charles Hefferon, stava mollando: a due chilometri dall’arrivo lo superò, ed entro nel White City Stadium per gli ultimi metri della gara. Era però stanchissimo, e cominciò a correre sulla pista nella direzione sbagliata. I commissari di gara lo riportarono nella direzione giusta, ma Pietri cadde per terra svenuto. Venne aiutato a rialzarsi, ma continuava a cadere in continuazione. Impiegò dieci minuti a percorrere gli ultimi 300 metri, finché tagliò il traguardo per primo. Secondo arrivò l’americano John Hayes, che fece reclamo contro gli aiuti ricevuti da Pietri nello stadio: venne accolto, e la medaglia d’oro venne assegnata a Hayes.

Allo stadio quel giorno, come corrispondente del Daily Mail, c’era anche lo scrittore Arthur Conan Doyle, che scrisse un racconto entusiasta sulla storia di Pietri, dicendo tra le altre cose che «nessun romano antico seppe cingere il lauro della vittoria alla sua fronte meglio di quanto non l’abbia fatto Dorando nell’Olimpiade del 1908». Pietri, proprio per la sua mancata vittoria, diventò una celebrità in tutto il mondo: la regina Alessandra gli diede comunque una coppa d’oro, e su di lui vennero scritte anche delle canzoni. Cominciò delle tournée negli Stati Uniti, in cui corse diverse maratone in cambio di compensi in denaro. Il 25 novembre 1908 al Madison Square Garden di New York partecipò a una maratona su pista contro Hayes, vincendola. Guadagnò tanti soldi che investì male, finché morì nel 1942 per un’emorragia cerebrale.

Eddie “the Eagle” nel salto con gli sci a Calgary 1988
Michael “Eddie” Edwards nel 1988 era il più forte saltatore con gli sci britannico, che non era esattamente un gran primato. Aveva cominciato come sciatore di discesa, con risultati solo discreti, e si era dedicato al salto con gli sci per riuscire a qualificarsi per un’Olimpiade: a Calgary diventò il primo britannico di sempre a competere nella disciplina ai Giochi olimpici. Da giovane aveva pochi soldi, per allenarsi aveva passato dei periodi a dormire in macchina e a mangiare gli avanzi che trovava nella spazzatura. L’attrezzatura gli era stata prestata. Quando arrivò a Calgary era già piuttosto famoso, per la sua evidente inadeguatezza rispetto agli altri concorrenti e anche per il suo aspetto fisico: Edwards sembrava un attore scelto per il ruolo di un impiegato un po’ imbranato in un film comico, con i suoi capelli rossi e dei grossi e spessi occhiali.

A Calgary la nazionale italiana gli prestò un paio di sci adatti a un’Olimpiade, e quella austriaca un casco. Arrivò ultimo in entrambe le gare a cui partecipò, e in tutte e due il penultimo classificato fece il doppio dei suoi punti. Attirò però molte attenzioni da parte dei media, che gli diedero il soprannome di “Eddie l’aquila”. Guadagnò soprattutto le simpatie del pubblico, che apprezzava la sua tenacia e il fatto che, come diceva nelle interviste, era alle Olimpiadi perché ci teneva a partecipare e non a vincere. Alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, il presidente del comitato organizzatore Frank King disse rivolgendosi agli atleti: «Avete battuto record del mondo e avete stabilito record personali. Qualcuno di voi ha addirittura ha addirittura planato come un’aquila». Dopo Calgary ebbe una discreta notorietà televisiva, e apparve anche nel Tonight Show, uno dei più seguiti talk show americani. Il Comitato Olimpico Internazionale però cambiò il regolamento di ammissione alle Olimpiadi, con quella che è stata soprannominata la “Eddie the Eagle Rule”, che prevedeva criteri più rigidi per poter partecipare alle gare. Edwards provò senza successo a qualificarsi alle Olimpiadi del 1992 di Albertville, a quelle del 1994 a Lillehammer e a quelle del 1998 a Nagano. Fu tedoforo per le Olimpiadi di Vancouver del 2010, ha partecipato a diversi programmi televisivi e a pubblicità, e ha anche condotto un programma radiofonico locale.

Pavle Kostov e Petar Cupac alla regata della classe 49er a Pechino 2008
I due velisti croati Pavle Kostov e Petar Cupac arrivarono 17esimi nella gara della classe 49er alle Olimpiadi di Pechino 2008, e non si qualificarono per la regata finale che assegnava le medaglie. Mentre erano al villaggio olimpico, sentirono che 15 minuti prima della regata finale si era rotto l’albero della barca della squadra danese, che era prima in classifica generale. Kostov e Cupac corsero verso il molo dove partiva la regata, prepararono la loro barca e la prestarono alla squadra danese, che riuscì a partire con 4 minuti di ritardo rispetto agli altri concorrenti, appena in tempo per evitare la squalifica. La barca danese arrivò settima nella regata, un piazzamento che bastò a fare vincere loro la medaglia d’oro. A Kostov e Cupac fu consegnata la medaglia De Coubertin.

La nazionale giamaicana di bob a Calgary 1988
Una delle storie di “underdog” più famose della storia di Olimpiadi è quella della nazionale giamaicana di bob, che partecipò per la prima volta alle Olimpiadi invernali nel 1988 a Calgary. La squadra era stata messa insieme dall’allenatore americano Howard Siler dopo un’idea di George Fitch, un ex funzionario dell’ambasciata americana a Kingston. Durante un viaggio in cui tornò in Giamaica per un matrimonio nel 1987, discusse con un suo amico di quanto sarebbero stati forti gli atleti giamaicani alle Olimpiadi di Seul, e dell’assenza – scontata – dalle Olimpiadi invernali di Calgary. Fitch assistette però a una gara di velocità su dei carretti tradizionali, e capì che era possibile mettere insieme una squadra di bob, uno sport che non ha di per sé molto di invernale, a parte il ghiaccio.

La squadra, messa insieme con dei provini, si qualificò alle Olimpiadi di Calgary: gli atleti però non erano abituati a gareggiare sul ghiaccio e al freddo, e vennero aiutati e consigliati dalle squadre delle altre nazionali. Durante una delle qualificazioni alle Olimpiadi, uscirono dalla pista e non conclusero la gara. Divennero però famosissimi in tutto il mondo, e parteciparono anche alle Olimpiadi invernali del 1992 e di Albertville e del 1994 a Lillehammer, dove ottennero uno storico 13esimo posto, davanti a Stati Uniti, Russia e Italia. La squadra non si qualificò alle Olimpiadi invernali del 2006 a Torino e a quelle di Vancouver del 2012, ma la squadra del bob di coppia partecipò a quelle di Sochi del 2014. Nel 1993 venne anche fatto un film sulla storia della squadra, Cool Runnings – Quattro sottozero, e FIAT dedicò agli atleti giamaicani diversi spot per la Panda.

Luz Long al salto in lungo di Berlino 1936
Alle Olimpiadi del 1936 a Berlino – “quelle di Hitler” – il tedesco Luz Long era uno degli atleti più attesi. Era campione europeo, e doveva sfidare il campione del mondo, l’americano Jesse Owens. Alle qualificazioni, Luz fece il salto migliore, che diventò anche il record olimpico. Owens invece fece due salti nulli sui primi due tentativi: gliene era rimasto uno e doveva saltare almeno 7,15 metri. Long aveva fatto amicizia con Owens, e gli consigliò di fare un segno per terra qualche centimetro più indietro rispetto alla linea, e di usare quello come punto di riferimento per saltare. Owens saltava molto più di 7,15 metri, e doveva solo trovare un modo sicuro per non fare un nuovo salto nullo: ci riuscì, e si qualificò alle finali. Si svolsero nel pomeriggio, e Owens vinse l’oro e Long l’argento. Ha raccontato Owens: «Gli ci volle molto coraggio per diventare mio amico davanti a Hitler. Puoi fondere tutte le medaglie e le coppe che ho e non arriverebbe vicino all’amicizia a 24 carati che provai per Luz in quel momento. Hitler dev’essere impazzito quando ci vide abbracciarci. La parte triste della storia è che non rividi mai più Long». Long morì in Sicilia nella Seconda guerra mondiale, nel 1943.

Eric Moussambani nei 100 metri stile libero a Sydney 2000
Eric Moussambani oggi è l’allenatore di nuoto della Guinea Equatoriale, una nazione che non ha esattamente una grande tradizione nello sport. Moussambani diventò famoso alle Olimpiadi di Sydney del 2000, quando si guadagnò la fama di “peggior nuotatore di tutti i tempi”. Partecipò a una gara di qualificazione dei 100 metri a stile libero, nella quale gli unici altri due concorrenti, il nigeriano Karim Bare e il tagiko Farkhod Oripov, furono squalificati per falsa partenza. Moussambani era arrivato lì praticamente per caso: non era un nuotatore ma un pallavolista. Non aveva mai visto una piscina olimpionica in tutta la vita e aveva imparato a nuotare appena 8 mesi prima, da solo, nella piscina di un albergo di Malabo.

Moussambani era riuscito a partecipare alle qualificazioni per le gare olimpiche grazie a un programma speciale riservato agli atleti originari dei paesi in via di sviluppo. Alla gara di qualificazione Moussambani doveva quindi gareggiare da solo e sperare di fare il miglior tempo possibile. L’entrata in acqua non fu proprio spettacolare. I primi 50 metri riuscì a farli decentemente: il suo stile non somigliava affatto a quello dei professionisti ma se la cavò. L’ultima vasca invece sembrò non finire mai. Moussambani era stremato e sembrava sul punto di fermarsi, mentre il pubblico lo acclamava tentando di fargli coraggio.

Le 17 mila persone all’interno del palazzetto dello sport, infatti, che all’inizio lo avevano fischiato, iniziarono ad applaudire e a incitarlo. Moussambani concluse la prova in 1′ 57″52, il tempo più lento della storia delle Olimpiadi, pari a più del doppio della media degli altri nuotatori. «Non sono mai stato così stanco in tutta la mia vita. Non ero neppure mai stato in una piscina così grande in tutta la mia vita», raccontò ai giornalisti a fine gara. «Ma tutti facevano il tifo per me ed è stato come vincere una medaglia d’oro».

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