(ANSA/ GIUSEPPE LAMI)

Quando sarà il referendum costituzionale?

La Cassazione ha approvato le firme raccolte e ora il governo ha 60 giorni per decidere la data del voto, e quindi se è meglio aspettare o no

(ANSA/ GIUSEPPE LAMI)

La Corte di Cassazione ha convalidato le 500 mila firma raccolte dai “Comitati per il sì” al referendum sulla riforma della Costituzione. Il quesito del referendum è stato approvato e ora il governo ha 60 giorni per decidere la data in cui si andrà a votare. Diversi esponenti dell’opposizione hanno chiesto al governo di fissare la data rapidamente e nei primi giorni in cui è consentito farlo. Secondo le indiscrezioni pubblicate dai giornali, il governo invece non avrebbe fretta e starebbe pensando di fissare la data del voto nella seconda metà di novembre (si parla del 13, del 20 o del 27).

Gli elettori italiani saranno chiamati a votare sulla riforma della Costituzione, il cosiddetto “ddl Boschi”, dal nome della ministra per le Riforme costituzionali. Il ddl, definitivamente approvato lo scorso aprile, prevede la fine del bicameralismo perfetto tramite una significativa riforma delle funzioni del Senato, la riduzione dell’autonomia delle regioni e una serie di interventi minori, come l’abolizione del CNEL. Qui avevamo riassunto la riforma in cinque punti e qui avevamo risposto ad alcune delle domande più frequenti sul suo contenuto.

Inizialmente la riforma è stata votata da un’ampia maggioranza di parlamentari, tra cui il PD e gran parte del centrodestra. Successivamente Forza Italia ha ritirato il suo appoggio e la riforma è stata approvata con una maggioranza assoluta. Se fosse stata approvata con una maggioranza di due terzi, la riforma sarebbe automaticamente entrata in vigore, senza bisogno di referendum. Convalidando le 500 mila firme la Cassazione ha autorizzato il referendum: ma il referendum si sarebbe svolto comunque visto che ne hanno fatto richiesta, come prevede la legge, anche un quinto dei parlamentari. Il Fatto ha notato che l’approvazione della Cassazione significa anche che i “Comitati per il sì” che hanno raccolto le 500 mila firme riceveranno un rimborso di un euro per ogni firma.

Il referendum deve tenersi una domenica tra il 50esimo e il 70esimo giorno dopo la data in cui viene pubblicato il decreto che lo indice. Se il decreto venisse promulgato domani, 9 agosto, sarebbe possibile votare 50 giorni dopo, cioè nei primi giorni di ottobre. Ci sono diverse ragioni di tattica politica, però, che sconsigliano al governo questa scelta. Più la data del referendum è vicina e più corta sarà la campagna elettorale. I sondaggi, al momento, indicano una parità tra i “sì” e i “no” e in alcuni casi un leggero vantaggio dei no. Spostando la data del referendum alla fine di novembre, il governo spera di avere più tempo per mettere in atto un’efficace campagna elettorale. Nei mesi scorsi la data più probabile per il referendum era indicata intorno all’inizio di ottobre (nella stampa la consultazione era spesso definita “referendum di ottobre”), ma ora si parla della fine di novembre.

Inoltre, intorno alla metà di novembre il governo spera di riuscire ad approvare la nuova legge di stabilità in almeno uno dei due rami del parlamento. Votare dopo l’approvazione parziale della legge è importante per due motivi: da un lato il governo può utilizzarla per ottenere consensi, inserendo sgravi fiscali o bonus, dall’altro, in caso di sconfitta e di eventuali dimissioni del governo, ci sarebbero meno complicazioni e rallentamenti nell’approvare una delle leggi più importanti dell’anno.

Infine, l’ultima ragione per ritardare il voto è che il 4 ottobre la Corte Costituzionale si esprimerà sull’Italicum, la nuova legge elettorale approvata lo scorso 4 maggio. Secondo molti commentatori è probabile che la Corte accoglierà almeno alcune delle “eccezioni di incostituzionalità” rivolte alla leggere, rendendo forse necessario un nuovo passaggio parlamentare. Dopo le vittorie del Movimento 5 Stelle ai ballottaggi delle elezioni amministrative lo scorso giugno, molti parlamentari hanno cambiato idea sull’Italicum (che prevede un ballottaggio tra liste su scala nazionale, una caratteristica pressoché unica al mondo).

Il Movimento 5 Stelle, in passato tra i più forti critici dell’Italicum, ora chiede che la legge non venga cambiata; una parte significativa del PD, che aveva promosso la legge, vede di buon occhio una sua modifica. I vantaggi per il partito di Matteo Renzi sono almeno due. Il primo è che potrebbe introdurre una legge che limiti le possibilità del Movimento 5 Stelle di vincere le elezioni grazie al meccanismo del ballottaggio; il secondo è che senza l’Italicum cadrebbero buona parte delle obiezioni mosse contro la riforma costituzionale dalla sinistra del partito, in particolare l’accusa di creare un governo troppo forte come risultato di un Senato che non dà più la fiducia al governo e di una legge elettorale che consegna un ampio premio di maggioranza al partito che vince le elezioni. Sarebbe possibile anche raccogliere ulteriori consensi nel centrodestra, che ha fatto forti pressioni in passato affinché il premio di maggioranza venisse assegnato alla coalizione e non al singolo partito.

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