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  • giovedì 3 marzo 2016

La Palestina è messa molto male

Non si vota da dieci anni, le voci sulle dimissioni del presidente Abbas o su un collasso del suo fragile governo circolano da mesi e preoccupano molto

di Luca Misculin – @LMisculin
(Uriel Sinai/Getty Images)

Da almeno un anno in Israele e Palestina si torna periodicamente a parlare delle possibili dimissioni di Mahmoud Abbas, 81enne presidente dello stato palestinese dal 2005, formalmente decaduto da sette anni ma di fatto ancora in carica. Nell’estate del 2015 si era diffusa la voce che Abbas fosse molto malato, qualche mese più tardi che fosse pronto a dimettersi, e invece Abbas è ancora al suo posto. Parallelamente, da mesi proseguono le voci su un possibile “collasso” dell’Autorità Palestinese, l’ente para-statale che governa la Cisgiordania assieme a Israele.

Ogni volta che se ne riparla, aumentano le preoccupazioni di analisti e osservatori internazionali: la situazione economica e sociale della Palestina è sempre complicatissima, da alcuni mesi è iniziato un nuovo ciclo di violenze contro soldati e civili israeliani, e la vita politica palestinese continua ad essere paralizzata da autorità governative molto fragili e una lotta politica fra i due partiti più popolari, Hamas – radicale e islamista, attualmente al governo nella Striscia di Gaza – e Fatah, più moderato, di cui Abbas è presidente. La situazione è talmente bloccata che in Palestina le ultime elezioni presidenziali si sono tenute nel 2005, mentre le ultime elezioni parlamentari nel 2006 (e il loro esito ha prodotto una sanguinosa guerra civile). Nuove elezioni presidenziali e parlamentari vengono periodicamente indette da anni senza però mai essere organizzate per davvero (Wikipedia ha anche un’apposita pagina sulla questione intitolata genericamente “Prossime elezioni palestinesi”).

Da mesi i membri del governo israeliano parlano apertamente e nelle sedi politiche israeliane di un possibile prossimo collasso dello stato palestinese in seguito alle dimissioni di Abbas – alle quali sarebbero favorevoli peraltro due terzi dei palestinesi, secondo un sondaggio circolato moltissimo a dicembre del 2015 – date ormai per scontate, anche se non è chiaro quando avverranno. Il 27 febbraio il New York Times ha pubblicato un lungo articolo elencando scenari futuri e i possibili successori di Abbas.

Torniamo indietro
La politica palestinese è da sempre molto caotica. Dopo il 1948 – con la formazione dello stato di Israele e l’esilio forzato di decine di migliaia di palestinesi, in quella che gli israeliani chiamano Guerra di indipendenza e i palestinesi nakbah, “catastrofe” – la più importante e riconosciuta organizzazione para-statale palestinese è stata l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, l’OLP. Gli accordi di Oslo del 1993, riconosciuti come il primo passo verso una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, hanno invece previsto la formazione della Autorità Palestinese (AP), una forma “embrionale” di stato palestinese – ma di fatto mai diventata uno Stato – con un proprio governo e parlamento, il Consiglio Legislativo Palestinese (CLP), finanziato ancora oggi con sussidi dall’estero. L’OLP però non è mai stato smantellato e nemmeno il suo parlamento, il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP). Di fatto quindi dalla metà degli anni Novanta in Palestina convivono due istituzioni para-statali coi relativi parlamenti: OLP e AP, a cui corrispondono CNP e CLP. Benché negli ultimi anni l’AP abbia ottenuto una netta preminenza sull’OLP – è l’interlocutore riconosciuto da Israele e dall’Unione Europea, e di recente ha cambiato il proprio nome in Palestina – quest’ultima rimane formalmente una delle istituzioni “storiche” e il rappresentante del popolo palestinese all’interno della Lega araba (teoricamente l’AP, inoltre, rappresenta solamente i palestinesi che abitano in Palestina, e non il popolo palestinese in generale).

Il sistema ha retto finché a capo dell’OLP e dell’AP c’era un’unica figura carismatica come Yasser Arafat, storico politico palestinese premio Nobel per la pace e fondatore di Fatah, morto nel 2004. L’anno successivo alla morte di Arafat si tennero le prime elezioni presidenziali dal 1996: anche a causa del boicottaggio di Hamas – avvenuto secondo Hamas stessa per il fatto che non furono indette contemporaneamente elezioni parlamentari e municipali – Abbas, noto già da anni come uno degli attivisti più moderati dell’OLP, ottenne circa il 62 per cento dei voti. Gli obbiettivi iniziali di Abbas sono stati riassunti di recente da Nathan Thrall, rispettato analista della ONG Crisis Group. Scrive Thrall:

La sua strategia prevedeva diversi azzardi. Per prima cosa, Abbas scommise sul fatto che collaborando con Israele sulla sicurezza – anche a danno dei cittadini palestinesi – e reprimendo l’opposizione all’occupazione, il governo israeliano si sarebbe convinto che i palestinesi meritassero l’indipendenza. Secondo, sul fatto che se i Palestinesi avessero accolto le richieste degli Stati Uniti sull’abbandono della violenza e la costruzione di istituzioni democratiche, gli Stati Uniti avrebbero fatto pressioni a Israele per fornire le condizioni necessarie per la costruzione di uno stato palestinese. Terzo, che alle successive elezioni legislative Hamas avrebbe vinto un numero di seggi sufficienti per non potersi tirare indietro ma inferiori a quelli necessari per governare. Quarto, che ricostruendo il sistema economico e politico, Abbas avrebbe guadagnato del tempo per ottenere un vero stato palestinese.

E invece
Il fallimento più evidente del piano di Abbas è stato probabilmente aver sottovalutato la popolarità di Hamas, che alle successive elezioni legislative del 2006 vinse superando Fatah di tre punti percentuali. Cinque mesi dopo il governo israeliano in un’unica operazione arrestò 64 funzionari di Hamas, fra cui 20 parlamentari e 8 ministri del governo palestinese, spiegando che «i risultati delle elezioni all’interno della Autorità Palestinese hanno generato una politica governativa legata al terrorismo» (Hamas si era rifiutata di proseguire il programma governativo “moderato” seguito fino a quel momento da Fatah).

Per mesi ci furono tensioni e scontri armati fra Hamas e Fatah, culminati nella richiesta di Fatah di indire nuove elezioni e nel “licenziamento” del primo ministro palestinese nominato da Hamas – Ismail Haniyeh – da parte di Abbas. Hamas non ha mai riconosciuto la separazione e da allora, dopo scontri e combattimenti, governa di fatto la Striscia di Gaza, dove ancora oggi ha un consenso altissimo ma dove fatica a pagare gli stipendi dei suoi circa 50mila funzionari (che l’AP considera invece illegittimi). Da allora Fatah e Hamas si sono accordate più volte sulla decisione di formare un governo insieme per andare successivamente a elezioni – l’ultima volta circa due settimane fa – ma senza riuscirci davvero.

Su tutte le altre questioni – fra cui una delle più importanti, di recente: le violenze in Israele – Abbas è rimasto nel mezzo: dati i suoi legami con Israele e importanti organizzazioni internazionali non può appoggiare direttamente gli attacchi – come per esempio ha fatto Ismail Haniyeh, l’ex primo ministro palestinese di Hamas, che ha elogiato gli «eroi dei coltelli» – né però può condannarli apertamente, dato che perderebbe ulteriori consensi fra i palestinesi. Ne sono venute fuori delle dichiarazioni a metà strada che hanno deluso sia i palestinesi più integralisti sia gli alleati più moderati. In un discorso televisivo del 16 settembre, secondo quanto ha riportato il Wall Street Journal, Abbas ha detto: «accogliamo ogni goccia di sangue versata per Gerusalemme, Si tratta di sangue puro, pulito, versato in nome di Allah. Con l’aiuto di Allah, ogni martire [il nome che i palestinesi attribuiscono a chi si occupa della resistenza armata] andrà in paradiso, e ogni ferito avrà la sua ricompensa». Alcune settimane dopo però si è distanziato dagli attacchi contro gli israeliani spiegando che sono compiuti da ragazzi «disillusi sulla soluzione dei due stati». A gennaio, poi, ha condannato fermamente le violenze annunciando che «chiunque voglia agire contro la sicurezza usando esplosivi, armi o creando celle in qualsiasi luogo verrà arrestato, a prescindere da dove è diretto».

In tutti questi anni, inoltre, Abbas non è riuscito a opporsi efficacemente all’espansione coloniale di Israele in Cisgiordania, a migliorare sensibilmente il sistema economico della Palestina – che però dipende ancora moltissimo da Israele, per sua volontà: basta vedere i moltissimi ostacoli che Israele impone ai palestinesi per sfruttare i terreni della cosiddetta Zona C della Cisgiordania, quella più ricca dal punto di vista agricolo – e a risolvere i problemi di corruzione e nepotismo all’interno dell’Autorità Palestinese (che all’estate del 2015 impiegava 165mila persone: un’enormità, dato che si stima che in Cisgiordania e a Gaza vivano complessivamente meno di quattro milioni di persone). Anche uno degli sforzi più recenti dell’AP, e cioè spostare il conflitto israelo-palestinese su un piano internazionale – chiedendo per esempio di aderire alla Corte Penale Internazionale, per poter denunciare l’occupazione di Israele – finora non ha ottenuto gli effetti sperati. Jennifer Williams, giornalista di Vox esperta di Medio Oriente, ha sintetizzato così la questione: «i palestinesi credevano che l’Autorità Palestinese li avrebbe aiutati a costruirsi uno stato: e invece l’Autorità Palestinese gli ha fornito solamente corruzione, autoritarismo e nessun rimedio all’occupazione».

Cosa succede dopo?
Finora Abbas ha sempre smentito di essere vicino alle dimissioni, e così anche le fonti a lui vicine consultate da vari giornali internazionali. In un articolo pubblicato il 27 febbraio il New York Times ha però fatto notare che il suo isolamento «sta aumentando» e che in generale il suo peso politico si è molto ridotto. Il timore generale, insomma, è che a questo punto che Abbas si dimetta o meno la Autorità Palestinese collassi comunque, cioè smetta di governare e gestire la sicurezza della Cisgiordania. Spiega ancora Williams:

Durante un mio recente viaggio in Israele, ho avuto una serie di conversazioni informali con professori, avvocati, giornalisti, funzionari palestinesi e israeliani sul tema del conflitto israelo-palestinese. Una cosa che ho sentito più e più volte da entrambe le parti è che l’Autorità Palestinese sta per collassare: e che quando avverrà il risultato sarà caos e violenze in Cisgiordania, e la probabile presa del potere da parte di Hamas.

A dicembre persino il segretario di Stato americano John Kerry, che durante il suo mandato ha cercato di avviare nuove trattative di pace fra israeliani e palestinesi e che ha un approccio molto ottimista sul tema, ha detto che «in molti si chiedono legittimamente quanto ancora potrà sopravvivere l’Autorità Palestinese in questa situazione». Già nel 2013 un rispettato centro studi palestinese, il Palestinian Center for Policy and Survey Research, aveva ipotizzato cosa potrebbe succedere in caso di “collasso” dell’Autorità Palestinese, elencando tre scenari sintetizzati così da Haaretz.

La prima possibilità, quella più probabile, è una decisione volontaria della stessa Autorità Palestinese di dissolversi. La seconda è il collasso in seguito alle politiche punitive di Israele dal punto di vista economico, militare e politico, oppure dietro pressioni economiche e politiche, perlopiù americane, in risposta ai tentativi palestinesi di violare lo status quo. La terza possibilità è il suo collasso causato dalle rivolte interne e dalle ribellione contro Israele.

Altre due ipotesi sono che l’AP decida unilateralmente di cambiare il proprio presidente, suggerita dal New York Times, o che decida di indire nuove elezioni (anche se le due cose non si escludono a vicenda). In quest’ultimo caso seguirebbero probabilmente nuovi guai in seguito a un’eventuale vittoria di Hamas: come già accaduto nel 2006, la comunità internazionale potrebbe decidere di sospendere gli aiuti, e di conseguenza far precipitare nuovamente la situazione economica e sociale sia in Cisgiodania sia a Gaza. Una vittoria di Hamas ridurrebbe inoltre le possibilità di una pace con Israele, almeno a breve termine: a differenza di Fatah, tendenzialmente disposta a trattare con Israele, Hamas crede tuttora nell’impiego della lotta armata per l’istituzione di uno stato palestinese indipendente.

Nell’ambito del primo scenario stanno invece già girando parecchi nomi, sebbene per ora il problema più grosso è che a differenza di Arafat prima di lui, Abbas «non ha un numero due», come ha fatto notare l’attuale ministro israeliano per l’Immigrazione Ze’ev Elkin. Si parla per esempio del 54enne Muhammad Dahlan, ex leader di Fatah a Gaza espulso dal partito proprio da Abbas con la bizzarra accusa di avere ucciso Arafat, e che oggi si trova in esilio ad Abu Dhabi. Il New York Times ha fatto anche il nome di Marwan Barghouti, 56enne ex attivista pacifista palestinese poi coinvolto negli scontri della Seconda Intifada, amatissimo sia in Cisgiordania sia a Gaza ma attualmente condannato a cinque ergastoli in Israele per il suo coinvolgimento nelle violenze; e ancora di Majid Faraj, l’attuale capo dell’intelligence palestinese, che secondo il New York Times è tenuto «in grande considerazione da Stati Uniti e Israele come un partner discreto e affidabile».

E proprio Israele avrà probabilmente una parte in questa decisione, nel caso dovesse accadere una qualche successione: Gilad Erdan, il popolare ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, ha ammesso di temere che l’Autorità Palestinese «si stia indebolendo», ma che «è molto difficile capire chi ne uscirà come capo perché appena esprimi una preferenza, danneggi quella persona ai loro occhi».