Un poliziotto israeliano perquisisce un ragazzo palestinese nei pressi di un quartiere di Gerusalemme est (AP Photo/Oded Balilty, File)
  • Mondo
  • domenica 24 gennaio 2016

Le pratiche più controverse di Israele, spiegate da un ministro israeliano

Le ha commentate al Washington Post il ministro per la Sicurezza, sono quelle usate contro il terrorismo palestinese

di William Booth e Ruth Eglash – Washington Post
Un poliziotto israeliano perquisisce un ragazzo palestinese nei pressi di un quartiere di Gerusalemme est (AP Photo/Oded Balilty, File)

Gilad Erdan ha 45 anni, è laureato in legge e da sei mesi è il nuovo ministro della Pubblica Sicurezza del governo israeliano di centrodestra di Benjamin Netanyahu. Erdan è anche un volto molto noto del Likud, il partito di Netanyahu: appare spesso sulle radio e nelle tv israeliane per parlare delle contromisure che Israele prende nei confronti di quello che lui chiama “terrorismo palestinese”. Negli ultimi quattro mesi Erdan ha dovuto occuparsi di un nuovo ciclo di violenze praticamente giornaliere fra accoltellamenti, sparatorie e assalti in auto compiuti da palestinesi contro civili e soldati israeliani. Dall’inizio di ottobre 25 israeliani sono morti in attacchi compiuti da palestinesi, mentre circa 150 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane (un centinaio durante gli attacchi, circa 50 in scontri durante manifestazioni di protesta).

Erdan sostiene un approccio aggressivo e preventivo, di cui i palestinesi criticano la violenza. Nella sua prima intervista con i giornali stranieri, Erdan ha spiegato le sue quattro principali tattiche per occuparsi degli ultimi episodi di violenza: demolire le case dei terroristi, revocare la cittadinanza o deportare alcune famiglie a Gaza, multare i genitori dei giovani terroristi e creare più punti di controllo a Gerusalemme. Le frasi in corsivo sono delle introduzioni del Washington Post.

1. Demolire le case dei terroristi
Israele è tornata ad applicare una pratica molto controversa che aveva già usato durante la Seconda Intifada, fra il 2000 e il 2005: demolire e rendere inutilizzabili le case dei palestinesi terroristi o sospettati di terrorismo, con pesanti conseguenze per le loro famiglie. La pratica era stata abbandonata nel 2005 perché considerata un deterrente poco efficace. I palestinesi e le organizzazioni per i diritti umani la definiscono una forma barbara di “punizione collettiva” contro persone legate al terrorismo ma innocenti, fra cui spesso ci sono anche dei bambini. Altri spiegano che pratiche di questo tipo contribuiscono solamente ad aumentare l’odio contro il governo israeliano.

Spiega Erdan: “Demolire le case non è una cosa che desideriamo fare: ma quando stai cercando di salvare vite innocenti e di fermare il terrorismo, non hai scelta. Crediamo tutti nei diritti umani, ma ogni democrazia ha il diritto di stabilire un punto di equilibrio fra quelle libertà e la libertà maggiore, cioè sopravvivere.

Il fatto che questo deterrente sia efficace non è oggetto di dibattito. Abbiamo già assistito all’esempio di un padre palestinese che ha confessato i crimini di suo figlio – colpevole di avere ucciso un rabbino e suo figlio – perché non voleva perdere la sua casa. Non posso davvero accettare l’affermazione per cui la demolizione di case incita [alla violenza]. Qualsiasi cosa tu faccia contro un terrorista aizzerà altre persone. Se uccidi un terrorista, aizzi i suoi amici e la sua famiglia. È necessario trovare dei modi che scoraggino una persona dal compiere un attentato»

2. Revocare la cittadinanza o i permessi di residenza, deportare i palestinesi a Gaza
Alcuni politici israeliani vogliono deportare i sospettati di terrorismo e le loro famiglie a Gaza, un territorio interamente controllato dalle autorità palestinesi e sotto il parziale embargo di Israele. Erdan è aperto a questa possibilità.

«Revocare la cittadinanza o il permesso di residenza è un processo molto lungo, anche se una persona è coinvolta in un attacco contro il proprio paese. Credo però che l’Occidente debba lavorare per cambiare le leggi in caso di guerra, che vanno aggiornate per adattarsi a un nuovo tipo di terrorismo che si sta diffondendo in tutto il mondo.

Qui abbiamo dei cittadini israeliani di nazionalità araba che si stanno unendo allo Stato Islamico: vanno in aereo in Turchia, attraversano il confine con la Siria e combattono assieme al gruppo. Poi si fanno male, e tornano in Israele per ricevere cure mediche. Non c’è niente che possa fare a riguardo. Posso spedirli in prigione, ma dovrei comunque pagare per il loro mantenimento».

3. Multare i genitori dei giovani terroristi
«Più della metà degli attacchi che avvengono con pietre o bombe molotov sono compiuti da ragazzi che hanno meno di 18 anni. A quelli che hanno meno di 14 anni non possiamo fare niente, dal punto di vista legale [cioè non possono essere imprigionati]: di conseguenza bisogna attivare dei deterrenti contro i loro genitori. Ecco perché stiamo promuovendo delle leggi in questo senso».

4. Creare più checkpoint
L’ultimo ciclo di violenza si è sviluppato prevalentemente a Gerusalemme. La polizia e l’esercito hanno costruito dei nuovi punti di controllo agli ingressi di alcuni quartieri di Gerusalemme Est, cioè la parte abitata in prevalenza da arabi e la cui occupazione da parte di Israele non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale, dividendo di fatto la città fra ebrei e arabi. I palestinesi che si spostano da quelle aree in quartieri abitati da ebrei vengono fermati e controllati, anche quelli con la cittadinanza israeliana.

«Sappiamo che questi checkpoint funzionano davvero. Abbiamo provato diverse misure per fermare questo tipo di terrorismo ma non abbiamo avuto altra scelta se non quella di costruire questi punti e controllare ogni persona, per identificare le persone che trasportano un coltello che può essere usato per accoltellare qualcuno.

Ci siamo anche messi in contatto con le autorità di Gerusalemme Est, incoraggiandole a un atteggiamento più coinvolto contro gli attacchi terroristici. La generazione di abitanti più anziani ha capito che ha solo da perderci: i checkpoint impediscono loro di andare al lavoro, o li rallentano parecchio.»

©Washington Post 2016

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.