• Auto
  • lunedì 26 ottobre 2015

La Commissione Europea sapeva dei motori truccati?

Lo dice il Financial Times, che avrebbe anche delle prove: le istituzioni europee decisero di non far nulla per non danneggiare il settore automobilistico e la ripresa economica

(Julian Stratenschulte/Pool Photo via AP)

Domenica 25 ottobre il Financial Times ha pubblicato un articolo in cui si sostiene che la Commissione Europea sapeva almeno dal 2013 che alcune case automobilistiche “truccavano” i motori per risultare in regola con i limiti imposti per le emissioni di gas nocivi. Dunque più di due anni prima che le autorità statunitensi scoprissero il cosiddetto “caso Volkswagen”.

Il Financial Times si era occupato della questione già a fine settembre, quando in un articolo di prima pagina aveva citato uno studio del Joint Research Center dell’UE chiesto dalla Commissione Europea, e da cui risultava che il comportamento ambientale di quasi tutti i motori sottoposti a un test in mobilità era diverso da quello verificato in laboratorio: le emissioni nocive erano più alte e lo studio suggeriva già a quel tempo di effettuare i test sui gas inquinanti su strada e non dentro a officine attrezzate a simulare semplicemente l’andatura più o meno veloce delle auto. Nel 2013 il JRC aveva pubblicato un secondo studio sui controlli in mobilità. L’articolo di ieri del Financial Times presenta nuove prove a sostegno di questa tesi e cioè del fatto che la Commissione Europea fosse al corrente di quello che stava accadendo.

Il quotidiano britannico – citando documenti interni della Commissione – ritiene che le autorità europee abbiano ignorato un avvertimento dell’allora commissario UE per l’Ambiente, Janez Potocnik, che aveva parlato esplicitamente di questo problema in una lettera inviata nel febbraio 2013 al Commissario per l’Industria e l’Imprenditoria Antonio Tajani. Il commissario Potocnik aveva scritto: «Ci sono preoccupazioni diffuse sul fatto che le prestazioni (dei motori) siano state adattate per rispettare i cicli dei test, nonostante un drammatico aumento delle emissioni al di fuori di tale contesto». Potocnik, nella sua lettera, parlava poi della «posizione scomoda» in cui, in quanto responsabile dell’Ambiente per l’Unione Europea, si era più volte trovato dovendo giustificare il mancato intervento della Commissione nell’affrontare il problema, ed esortava Tajani a proporre in tempi rapidi delle soluzioni come per esempio il ritiro in blocco delle approvazioni sulle emissioni di alcuni modelli per cui erano necessarie delle «misure correttive» da parte dei produttori.

Potocnik, nella sua lettera, faceva riferimento in particolare a un’altra lettera che sia lui che Tajani avevano ricevuto nel gennaio del 2013 dall’allora ministra dell’Ambiente danese Ida Auken, che aveva criticato la decisione dell’UE di ritardare le prove su strada per il controllo delle emissioni fino al 2017: infatti solo dal 2017 è prevista l’introduzione in Europa di un’ulteriore serie di test su strada da affiancare a quelli di laboratorio. Auken aveva definito questa proroga, decisa nel 2012, «inaccettabile»; aveva scritto che la Commissione avrebbe dovuto «intervenire su questa situazione critica il più presto possibile». La risposta comune di Potocnik e Tajani a Auken diceva sostanzialmente che i funzionari stavano verificando se fosse possibile accelerare i tempi. Intervistata dal FT, Auken ha detto che l’ostruzionismo di Bruxelles su questa questione nasceva dal fatto che le priorità per i vertici dell’UE erano la crisi economica della zona euro e il rilancio della crescita anche attraverso il settore automobilistico: «C’erano già abbastanza problemi, non era il caso di crearne di nuovi», ha spiegato Auken.

Il Financial Times, precisa che il commissario Potocnik aveva sollevato delle preoccupazioni circa i test sulle emissioni di alcune case automobilistiche già nel maggio del 2011, cioè nel periodo della pubblicazione del primo studio del JRC, e poi di nuovo nel 2012, a una riunione tra i funzionari dell’Unione Europea, i rappresentanti delle principali industrie automobilistiche e alcune associazioni ambientaliste. Nonostante i ripetuti avvertimenti, scrive il quotidiano britannico, le istituzioni europee non hanno agito per porre rimedio all’uso di stratagemmi per falsare i risultati dei test, ma anzi hanno lasciato in atto il piano precedente che avrebbe permesso a Volkswagen e ad altre case automobilistiche di proseguire con queste pratiche fraudolente fino al 2017. Potocnik ha rifiutato di essere intervistato sui carteggi resi pubblici dal Financial Times.

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