Sana'a, Yemen, 10 settembre 2015. (EPA/YAHYA ARHAB)
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  • venerdì 11 Settembre 2015

In Yemen c’è ancora una guerra

Se ne parla poco ma è una delle crisi più gravi e fuori controllo del Medio Oriente: la combattono in molti e potrebbe trarne vantaggio al Qaida

Sana'a, Yemen, 10 settembre 2015. (EPA/YAHYA ARHAB)

In Yemen da circa sei mesi c’è una guerra molto intensa di cui però si parla poco sui media internazionali. Gabriel Gatehouse, giornalista di BBC, l’ha definita una “guerra dimenticata”, mentre l’Economist ha scritto che si può considerare ormai un conflitto “fuori controllo”. Semplificando parecchio, in Yemen stanno combattendo due schieramenti: da una parte ci sono i ribelli houthi appoggiati dalle forze fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh e dall’Iran. Dall’altra c’è una coalizione di paesi guidata dall’Arabia Saudita che appoggia l’attuale presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi. Si sta combattendo per il controllo del paese, ma a dei costi molto alti: negli ultimi sei mesi sono rimasti uccisi circa 2mila civili e più di un milione di persone hanno dovuto lasciare le loro case. Sana’a, una delle città più belle di tutto il Medio Oriente, è in buona parte distrutta.

Chi combatte in Yemen?
Durante l’estate scorsa gli houthi – ribelli del nord-ovest dello Yemen – sono riusciti a espandersi rapidamente verso sud fino ad arrivare alla capitale Sana’a. Hanno cacciato il presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, prendendo il controllo di una parte del paese. Gli houthi sono appoggiati dalle forze fedeli all’ex presidente yemenita Saleh, che ha governato per 30 anni e che ha lasciato il potere solo dopo la cosiddetta “primavera araba” in Yemen. Non è chiaro quante siano le forze fedeli a Saleh che stanno combattendo a fianco degli houthi, anche se non sembrano essere un contingente militare significativo. Gli houthi sono sostenuti dall’Iran, ma anche qui non è chiaro in cosa consista esattamente questo appoggio: molti analisti parlano di un sostegno per lo più finanziario, mentre il contributo militare dovrebbe essere piuttosto limitato.

Ad ogni modo il coinvolgimento dell’Iran nella guerra in Yemen ha provocato la reazione di alcuni paesi del Golfo Persico, in particolare dell’Arabia Saudita, grande nemico del governo iraniano. I sauditi hanno messo insieme una coalizione di forze – tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Qatar – che ha bombardato diverse città yemenite sotto il controllo dei ribelli houthi, tra cui Sana’a. La presenza di Iran e Arabia Saudita nelle vicende dello Yemen ha fatto parlare molti analisti di “guerra per procura”, ovvero un conflitto in cui forze esterne usano forze locali per combattersi tra loro e raggiungere determinati obiettivi. Come hanno osservato però alcuni esperti, la guerra è soprattutto il risultato di divisioni e rivalità interne allo Yemen.

Chi sta vincendo la guerra?
Nelle ultime settimane la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha intensificato i bombardamenti contro i ribelli houthi e ha rafforzato il suo contingente che sta partecipando ai combattimenti (attualmente la coalizione sta impiegando circa 3mila soldati sul terreno). Reuters scrive anche che circa 800 soldati egiziani sono arrivati in Yemen martedì, per combattere contro i ribelli houthi: è il primo contingente di terra che manda l’Egitto. Nei bombardamenti su Sana’a, riferisce l’Economist citando alcuni residenti, sono stati colpiti molti obiettivi civii, tra cui case, ristoranti e diverse strade principali. È difficile fare una stima esatta dei danni per la mancanza di giornalisti occidentali nel paese. Dall’inizio dei bombardamenti, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha riconquistato la città di Aden, nel sud dello Yemen, ma sta ancora cercando di prendere il controllo di Marib, la via di accesso per entrare a Sana’a.

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita è nettamente superiore agli houthi in quanto a risorse militari, ma finora in guerra non è riuscita a prevalere in maniera definitiva. Lo Yemen è da sempre un territorio molto poco controllabile per gli invasori stranieri, anche a causa delle sue divisioni interne (per esempio a sud ci sono da tempo gruppi secessionisti piuttosto forti e nell’est del paese al Qaida controlla ampie zone di territorio). Inoltre gli eserciti del Golfo, nonostante siano molto ben armati – ricevono molte armi dagli Stati Uniti, tra gli altri – sono abbastanza inesperti: «Quando si muovono diventano vulnerabili agli attacchi», ha detto Hakim al Masmari, il direttore del giornale locale Yemen Post. L’alto numero di morti civili provocato dai bombardamenti potrebbe anche spingere diversi gruppi yemeniti che stanno combattendo a fianco della coalizione a togliere il loro appoggio.

Il problema dell’embargo e di al Qaida
A causa dell’embargo imposto dalle forze della coalizione, nelle ultime settimane le importazioni in Yemen sono crollate. Al porto di Aden, principale punto di arrivo del commercio yemenita, il traffico navale è arrivato al 20 per cento rispetto a quello registrato normalmente. L’obiettivo dell’embargo è soprattutto quello di limitare l’arrivo di aiuti dall’Iran, ma i suoi effetti collaterali cominciano a farsi sentire anche sulla vita della popolazione locale: per esempio molte medicine e diversi beni di prima necessità sono esauriti. Tariq Riebi, capo dei programmi sullo Yemen dell’associazione Oxfam, ha definito quello che sta succedendo in Yemen come “una delle crisi più gravi del mondo”, nella quale potrebbero essere stati compiuti crimini di guerra.

La guerra in Yemen, hanno scritto diversi analisti nelle ultime settimane, potrebbe anche causare un rafforzamento di al Qaida. Al Qaida in Yemen (il cui nome completo è “al Qaida nella penisola arabica” – AQAP) è la divisione più potente di tutta l’organizzazione, quella che ha rivendicato, tra gli altri, l’attentato alla sede di Charlie Hebdo a Parigi dello scorso gennaio. Attualmente al Qaida controlla diversi territori nel sud-est dello Yemen e di recente i ribelli houthi l’hanno accusata di avere combattuto a fianco della coalizione per prendere il controllo di altri territori nel sud. Anche se così fosse – e sembra che almeno un accordo di “non aggressione” sia stato in qualche modo raggiunto – non si tratterebbe comunque di un’alleanza: in passato gli stessi governi della coalizione hanno combattuto contro al Qaida. Il giornalista Yarolsalv Trofimov ha scritto sul Wall Street Journal che al Qaida sta tentando di sfruttare la situazione di caos nel paese per aumentare la propria influenza: se questo dovesse accadere sarebbe soprattutto una sconfitta per l’amministrazione statunitense, che da anni sta impiegando molte risorse nell’antiterrorismo in Yemen.