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  • domenica 2 Febbraio 2014

L’uomo più potente dello Yemen

Il New York Times spiega perché è ancora Ali Abdullah Saleh, l'ex presidente deposto due anni fa

Ali Abdullah Saleh, 71 anni, ex presidente dello Yemen, è un leader diverso dagli altri dittatori e autocrati deposti dalle rivoluzioni della primavera araba, e probabilmente da quasi tutti gli altri dittatori deposti nel corso della storia. Ad esempio, Zine El-Abidine Ben Ali – ex presidente della Tunisia – vive oggi in esilio a Jedda, in Arabia Saudita. Hosni Mubarak è sotto processo in Egitto. Muhammar Gheddafi è stato ucciso durante gli ultimi giorni della guerra civile che ha messo fine al suo regime.

Saleh, invece, non ha fatto una brutta fine e vive ancora a Sana’a’, la capitale dello Yemen. La sua residenza, un palazzo che rivaleggia con quello del nuovo presidente eletto nel 2012, è una specie di fortezza con altissime mura, blocchi di cemento davanti alle entrate, filo spinato e soldati di guardia. Anche se probabilmente in molti preferirebbero vederlo morto o in esilio, nessuna indagine o processo è in corso nei suoi confronti. Una delle condizioni che impose per il suo ritiro alla fine del 2011, dopo mesi di scontri e proteste, fu proprio la garanzia dell’immunità da parte del nuovo governo.

Ma secondo molti dei suoi avversari politici – tra cui l’attuale presidente del paese – Saleh non è soltanto un ex leader politico in pensione impegnato a scrivere le sue memorie tra le mura del suo palazzo-fortezza. Saleh sarebbe ancora il vero padrone del paese, l’organizzatore o il mandante di parecchi dei circa 150 omicidi di alti funzionari e politici, degli agguati all’esercito e di attentati agli oleodotti che hanno colpito il paese negli ultimi due anni. Fare indagini in Yemen è molto difficile, ma diverse organizzazioni internazionali accusano “appartenenti al vecchio regime” di essere autori di alcuni di questi attacchi. Sabato 1 febbraio il New York Times ha pubblicato un lungo reportage dallo Yemen in cui il giornalista Robert F. Worth cerca di capire se queste voci siano vere e come sia possibile che, nonostante tutto, Saleh resti “l’uomo forte” del paese.

Worth ha incontrato Saleh nel suo palazzo di Sana e lo ha descritto come «un uomo burbero con un cipiglio arrogante stampato costantemente sul volto». Saleh ha accolto Worth sotto un gazebo nel cortile della sua residenza. Un uomo con un ombrello attendeva accanto a lui, pronto a proteggerlo dai raggi del sole non appena avesse abbandonato l’ombra del gazebo. Saleh si muove lentamente e con un po’ di difficoltà a causa delle ferite riportate in un attentato subito nel 2011, all’inizio della rivolta che ha portato alla fine del suo regime. Sul volto e sulle mani ha ancora i segni delle bruciature causate dall’esplosione.

Quando gli è stato chiesto di rispondere alla accuse di essere l’organizzatore degli attacchi che mantengono il paese nel caos, Saleh ha risposto che i suoi avversari politici «non sono sicuri del loro potere e si sentono ancora dei dipendenti di Ali Abdullah Saleh. Pensano che qualunque cosa accada nel paese, che sia grande o piccola, deve essere stata fatta da Ali Abdullah Saleh». Saleh, racconta Worth, parla sempre di sé in terza persona e sostiene di non essere più coinvolto nella politica in nessun modo. Nonostante questo, tutti i giorni si alza alle 5.30 e, dopo aver svolto esercizi di fisioterapia e aver letto i giornali, comincia a incontrare le centinaia di visitatori che attendono fuori dal suo palazzo “come se fosse ancora l’uomo più importante del paese”.

Questa situazione così ambigua è probabilmente possibile grazie al caos e alla frammentazione che sono aumentati negli ultimi mesi nel paese, in cui rimangono molto forti le divisioni di carattere tribale. Lo Yemen, che si trova nel sudovest della penisola arabica, ha circa 23 milioni di abitanti e un’economia che dipende in larga parte dalle estrazioni di alcuni piccoli pozzi petroliferi (che dovrebbero esaurirsi entro il 2017). È considerato oggi uno “stato fallito”: un paese, cioè, dove la macchina pubblica è corrotta e inefficiente, il governo centrale non riesce a controllare l’intero territorio nazionale ed è costretto a scontrarsi con milizie private, gruppi terroristici e tribù ostili. La situazione è notevolmente peggiorata a partire dal gennaio 2011, all’inizio della primavera araba, quando in tutto il paese scoppiarono una serie di proteste contro il regime di Saleh.

Alla fine del 2011 Saleh accettò di ritirarsi dal potere in cambio dell’immunità e nel febbraio del 2012 si tennero le prime elezioni nella storia del paese. Abd Rabbo Mansur Hadi, ex vicepresidente di Saleh, divenne il nuovo presidente. Da allora però le cose si sono parecchio complicate. Nel nord del paese gli Houthis, un gruppo di ribelli di religione sciita, hanno intensificato gli sforzi per cacciare il governo dal loro territorio (e si dice che siano in qualche modo appoggiati dallo stesso Saleh). Anche il sud del paese ha i suoi gruppi di insorti, ma di religione sunnita. Il governo, inoltre, è fortemente osteggiato da Islah, un movimento politico religioso molto simile ai Fratelli Musulmani egiziani. A tutto questo bisogna aggiungere che il paese è una delle più forti basi di al-Qaida al mondo e per questo le aree remote, in particolare nel sud, sono continuamente colpite dagli attacchi dei droni americani.

Questo situazione caotica, oltre all’astuzia messa in atto da Saleh rinunciando al potere prima di essere costretto a farlo con le armi, è probabilmente ciò che ha permesso all’ex presidente di restare per più di due anni “l’uomo più potente dello Yemen”. In pochi, scrive il New York Times, pensano che Saleh voglia riprendere in mano le redini del paese formalmente – ad esempio candidandosi alle elezioni o organizzando un colpo di stato. Non solo la situazione al momento è davvero caotica, ma le ferite che ha subito nell’attentato sono molto gravi: Saleh si stanca facilmente e si sposta con difficoltà. In molti ritengono più probabile che Saleh stia preparando l’ascesa al potere di suoi figlio, Ahmed Ali Saleh – magari quando la situazione politica si sarà calmata.

Saleh respinge questa ipotesi, dicendo che non pensava alla successione del figlio né quando era al potere, né ora che la rivoluzione lo ha deposto. Secondo Saleh – un avversario tanto di al-Qaida quanto degli islamici più moderati di Islah – sono altri i problemi del paese e di tutto il mondo arabo: «La primavera araba è nata morta. È arrivata a causa di una serie di circostanze difficili capitate in tutto il Medio Oriente e poi è rapidamente diventata un’arma dei movimenti islamici».