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  • martedì 1 settembre 2015

Cosa c’è intorno ai video dalla Palestina

Ogni violenza che vediamo e cerchiamo di capire è circondata da un enorme sforzo di propagande opposte, come nel video del soldato e il ragazzo dei giorni scorsi

Nei giorni scorsi è stato pubblicato su diversi mezzi di informazione internazionali e sui social network un video che mostra un soldato israeliano che cerca di immobilizzare in maniera piuttosto violenta un bambino palestinese disarmato. Il video è diventato “virale” prima in Medio Oriente e poi sui media occidentali, per i modi molto spietati del soldato e per la successiva reazione di una bambina e alcune donne palestinesi, che hanno aggredito il soldato riuscendo ad impedirgli di arrestare il bambino. Haaretz, uno dei più importanti giornali israeliani, ha riportato la versione dell’esercito israeliano secondo cui il soldato coinvolto voleva arrestare il bambino per aver tirato delle pietre e senza essersi reso conto si trattasse di un minore. Jonathan Pollak, un attivista israeliano di sinistra, ha invece detto ad Haaretz che il bambino non aveva tirato nessuna pietra. Nel corso degli scontri avvenuti durante l’episodio, fra l’altro, l’esercito israeliano ha arrestato un attivista italiano che si trovava sul posto.

La storia mostra una dinamica molto chiara e familiare al pubblico internazionale delle tensioni dei passati decenni in Palestina. Diversi siti di news in lingua inglese la titolano in maniera molto forte: il Telegraph ha pubblicato un articolo intitolato “Alcune donne palestinesi liberano un bambino ferito bloccato da un soldato israeliano”, mentre il titolo del tabloid Daily Mail è “Incredibile: palestinesi disperate lottano e mordono un soldato israeliano che aveva immobilizzato e puntato la pistola contro un ragazzino con un braccio rotto”. Il Telegraph ha però poi rimosso l’articolo, e il Daily Mail ha invece ammorbidito il titolo, vedremo perché. In Italia, Repubblica – fra gli altri ha ripreso la notizia spiegando che il soldato israeliano «ha evidentemente perso il controllo» e fermato «con la violenza» un ragazzino, mostrando la foto del soldato che sembra prendere per il collo anche una ragazzina al suo fianco. Ma al di là della dinamica esatta della scena violenta di questa occasione, il video racconta soprattutto una storia vecchia di meccanismi di propagande contrapposte tra filopalestinesi e filoisraeliani, a cui partecipano media, siti e organizzazioni in tutto il mondo.

Dove siamo
Nabi Saleh è un piccolo paese palestinese di circa cinquecento abitanti, dove molte persone sono imparentate fra loro e portano il cognome Tamimi. Nel 2013 il giornalista del New York Times Ben Ehrenreich ci passò circa tre settimane, provando a spiegare le origini delle proteste e le abitudini del villaggio.

I problemi erano iniziati nel 1977, quando un gruppo di fondamentalisti israeliani fondò la colonia di Halamish, posta praticamente dal lato opposto della valle. Come moltissime altre colonie israeliane, Halamish esiste ancora oggi nonostante questo tipo di insediamento sia formalmente ritenuto illegale dall’ONU. Via via, la popolazione di Halamish è aumentata fino a diventare il doppio di quella di Nabi Saleh. Nel 2008, come racconta Ehrenreich, alcuni coloni israeliani decisero di costruire alcune vasche vicino a una sorgente d’acqua storicamente usata dagli abitanti palestinesi, che possedevano anche alcune terre negli immediati dintorni.

Il percorso per andare in macchina da Nabi Saleh a Halamish

Nel 2009, di conseguenza, gli abitanti di Nabi Saleh organizzarono una prima marcia per protestare non solo contro l’occupazione della fonte da parte dei coloni, ma in generale per la sfinente rete di posti di blocco e controlli a cui sono sottoposti gli abitanti della Cisgiordania e in generali quelli che vivono nei pressi di una colonia. Più o meno da allora, le proteste vengono organizzate ogni venerdì dopo la preghiera settimanale per i musulmani. E ogni venerdì, da anni, i soldati israeliani sorvegliano la zona impedendo ai dimostranti di avvicinarsi ad Halamish con l’uso di armi con proiettili di gomma, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua riempiti di “skunk”, un liquido non tossico ma estremamente maleodorante.

PALESTINIAN-ISRAEL-CONFLICT-DEMO

Per sua stessa ammissione, l’esercito israeliano compie raid notturni in alcuni villaggi della Cisgiordania – un suo portavoce le ha definite delle “misure preventive” – e inoltre arresta molti dei dimostranti. Dal 2009 a oggi più di 100 abitanti di Nabi Saleh sono finiti in prigione. Uno degli attivisti più noti di Nabi Saleh si chiama Bessem Tamimi ed è stato imprigionato per aver organizzato manifestazioni considerate illegali e per “aizzamento”.

Gli abitanti di Nabi Saleh, nonostante si definiscano non violenti, si presentano alle manifestazioni con sassi e fionde, che usano contro veicoli militari e soldati israeliani. Di solito hanno la peggio. La moglie di Tamimi nel 2013 ha raccontato a Ehrenreich che secondo i suoi calcoli i soldati israeliani avevano causato 432 ferite agli abitanti del villaggio, metà delle quali nei confronti di minorenni.

MIDEAST ISRAEL PALESTINIANS

Poco dopo l’inizio delle proteste, quando già Nabi Saleh era diventato un caso molto noto, l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem decise di donare alcune videocamere agli abitanti di Nabi Saleh per filmare le loro proteste e documentare così eventuali maltrattamenti subiti dai soldati israeliani. A Bilal Tamimi – che è l’uomo della famiglia Tamimi che gestisce il canale YouTube dove sono pubblicati la maggior parte dei video delle proteste – fu data una videocamera proprio da B’Tselem. Sulle prime, la cosa funzionò: un articolo del New York Times del 2011, per esempio, cita la storia di un video girato a Nabi Saleh durante una protesta del 2011 e trasmesso all’epoca anche da una tv israeliana. Mostra alcuni soldati israeliani prendere per il collo e i capelli una ragazza palestinese, che durante l’arresto venne anche presa a calci e insultata.

La grande visibilità di quello che avviene a Nabi Saleh avviò però presto dinamiche nuove legate esattamente a questa stessa visibilità. Negli anni le proteste di Nabi Saleh sono diventate famose anche per il fatto che vi partecipano attivamente diversi bambini e ragazzini, che secondo i critici vengono istigati a lanciare pietre – come gli adulti – e a provocare i soldati israeliani. La versione degli abitanti di Nabi Saleh è che sia troppo pericoloso lasciarli da soli in casa. Ancora oggi, raccontano di una volta in cui radunarono i bambini in un’unica casa durante una manifestazione, e di come l’esercito israeliano abbia attaccato proprio quella casa. Ad ogni modo, è diventato frequente che fotografi delle agenzie internazionali – spesso presenti a Nabi Saleh – e i video diffusi dagli stessi abitanti del paese si dedichino ai bambini che manifestano o tirano pietre, subendo poi le reazioni dell’esercito israeliano.

10835243_829929647093959_125243289051529155_oPagina Facebook: Janna Jihad

Nel 2012 divenne virale un video della bambina Ahed Tamimi che urlava dietro ad alcuni soldati israeliani, “minacciandoli” anche con un pugno. In seguito al video, Ahed fu invitata a ricevere un “premio per il coraggio” in Turchia, dove incontrò anche l’allora primo ministro Recep Tayyip Erdoğan (oltre a diverse persone con la sua foto sulla maglietta). Un blogger israeliano di destra, allora, la soprannominò “Shirley Temper”, paragonandola alla famosa attrice-bambina Shirley Temple. Su YouTube circola una raccolta di suoi video in cui viene ripresa mentre spintona alcuni soldati e urla contro di loro.

Un’altra bambina di nome Janna, che si definisce cugina di Ahed, ha una pagina Facebook – “Janna Jihad” – con quasi 20mila follower in cui sono pubblicate foto e video delle sue marce di protesta, oppure di discorsi e canzoni propagandistiche pro-Palestina. Nel campo informazioni della sua pagina Facebook, c’è scritto «la più giovane giornalista palestinese».

La complessità della questione è ben rappresentata dall’esperienza di Ehrenreich, il giornalista del New York Times, che racconta di aver vissuto piuttosto pacificamente a Nabi Saleh, nonostante a un certo punto sia stato arrestato dall’esercito israeliano – che in seguito ha negato di averlo fatto – e malgrado abbia vissuto con un certo disagio l’attaccamento che alcuni abitanti di Nabi Saleh avevano nei confronti di un loro concittadino che ha aiutato un attentatore suicida nel 2001.

L’ultimo video
Le accuse reciproche di propaganda artificiosa riflettono e complicano la comprensione esatta delle vicende: si è creato un contesto in cui spesso si ha l’impressione che non tutte le violenze mostrate dai video avverrebbero in quei termini – nel bene e nel male – se non ci fossero i video; ma anche che nessuna delle accuse di messinscena arrivino da fonti credibili e obiettive, e che siano diventate a loro volta un’arma anti-palestinese, pronta a sostenere ogni volta che ogni violenza da parte dei soldati israeliani sia inventata.

Pubblicando il video integrale dell’episodio della settimana scorsa, però, l’associazione UK Media Watch ha sostenuto che il video metta invece in mostra «la moderazione» del soldato israeliano: «è stato picchiato, spintonato e morso eppure ha mantenuto la sua disciplina per tutto il tempo, finché un comandante ha annullato l’arresto» (va aggiunto, però, che andandosene via il soldato ha lanciato una granata stordente). C’è poi un altro importante elemento della storia, citato solamente da alcuni dei maggiori media occidentali: la ragazzina con la maglietta rosa che si vede nel video mentre morde il soldato è ancora Ahed Tamimi.

La quale Ahed Tamimi, in pratica, viene ripresa durante tutte le manifestazioni di protesta contro Israele che ogni venerdì si tengono nel villaggio di Nabi Saleh, che si trova in Cisgiordania a circa 40 chilometri a nord della capitale Ramallah. I video hanno come protagonisti Tamimi o altri bambini che secondo i loro critici vengono incoraggiati a provocare i soldati israeliani. Il padre di Ahed è Bessem Tamimi, che è stato spesso accusato di “usare” sua figlia e gli altri bambini del villaggio a scopo di propaganda. I video vengono pubblicati dall’account YouTube gestito da Bilal Tamimi e fatti circolare sui social network, prevalentemente su Facebook: spesso finiscono con l’esercito israeliano che usa la forza contro i manifestanti, fra cui ci sono anche i bambini.

imma 2000 palestina

Lo storico americano Richard Landes ha introdotto un termine per descrivere questa e altre pratiche simili, termine che è oggi molto popolare nei più aggressivi siti filoisraeliani: “Pallywood“, cioè l’atto di manipolare informazioni e testimonianze sui palestinesi in modo da influenzare la loro percezione di vittime innocenti delle violenze di Israele. Uno dei casi più famosi di “Pallywood” avvenne per esempio nel 2000: durante alcuni violenti scontri fra soldati israeliani e cittadini palestinesi nella spianata delle moschee di Gerusalemme, finì su molti media occidentali – fra cui il New York Times – la foto di un ragazzo col volto insanguinato raffigurato vicino a un soldato che impugnava minacciosamente un manganello. Associated Press, che diffuse la foto, spiegò erroneamente nella didascalia che si trattava di un ragazzo palestinese. Più tardi, venne fuori che il ragazzo era un 20enne americano di origini israeliane che si trovava a Gerusalemme per motivi di studio, e che era stato picchiato e accoltellato da una folla di palestinesi nonostante non stesse partecipando agli scontri. Il New York Times si scusò e la vera storia della foto divenne nota – esiste persino una pagina Wikipedia che la ricostruisce – ma negli anni i media arabi e gruppi di propaganda hanno continuato ad usare la prima “versione” della storia.

Ma diversi siti filoisraeliani usano il termine “Pallywood” dispregiativamente nei confronti di moltissime proteste palestinesi più fondate, nel tentativo di sminuirle o negarne la veridicità. Ed è questo il contesto in cui ogni nuova immagine che arriva dalle violenze di Gaza e Cisgiordania viene strumentalmente usata dalle parti opposte con maggior rumore di quello provocato da chi cerca di comprendere di caso in caso la verità di quel che accade, che a sua volta sta dentro a una questione tragicamente complicata a priori.

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