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  • lunedì 21 luglio 2014

La guerra a parole tra Israele e Hamas

Il New York Times racconta le scelte violente e artificiose che la comunicazione delle due parti in guerra sta prendendo soprattutto su internet

Con l’avvio dell’invasione di terra da parte dell’esercito israeliano, negli ultimi giorni il numero dei morti nella Striscia di Gaza è aumentato molto rapidamente. Stando alle autorità palestinesi, nella sola giornata di domenica 20 luglio sono state uccise almeno 100 persone, tra miliziani di Hamas e civili, mentre tra i soldati israeliani ci sono stati 13 morti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto che sia attuato un nuovo cessate il fuoco, per permettere alle organizzazioni internazionali di portare soccorsi all’interno della Striscia di Gaza, mentre il segretario di stato americano John Kerry ha annunciato che sarà in Egitto per discutere con il governo e lavorare insieme a una nuova tregua da proporre a Israele e Hamas. Gli attacchi proseguono da circa due settimane, ma il confronto non è solo sul terreno e con le armi, spiega il New York Times in un lungo articolo in cui analizza come le parti utilizzano i media per spiegare le loro ragioni e farsi propaganda.

Il fenomeno della propaganda durante le guerre non è certo una novità, ma nel caso del conflitto intorno alla Striscia di Gaza si è arrivati a nuovi livelli con l’uso di un linguaggio disumano e pieno d’odio, la circolazione costante sui social media di notizie false o inattendibili e un “mix di icone appartenenti alla cultura pop e di immagini della guerra”, scrive il New York Times.

Il romanziere israeliano Etgar Keret racconta che in Israele non si usa il termine “civili” per indicare le morti negli attacchi tra chi non fa parte dei miliziani, ma che si utilizza il termine “non coinvolti”. È un modo per ammettere che si tratta di qualcuno che non vuole farti danno, ma al tempo stesso per non dare dignità di persona a chi viene ucciso. “Non si trattava di un bambino che voleva imparare a suonare il pianoforte, era solo qualcuno che non ci aveva sparato contro” spiega Keret. L’utilizzo di eufemismi e parole nuove per descrivere in modo più distaccato e nascondere, in primo luogo a se stessi, alcune verità non è comunque una novità nel conflitto israeliano: ne aveva già parlato lo scrittore David Grossman negli anni Ottanta ricordando che “una società in crisi si crea un nuovo vocabolario, con parole che non descrivono più la realtà, ma che cercano invece di nasconderla”.

Gli stessi nomi scelti dall’esercito israeliano per descrivere le sue operazioni militari mirano a trasmettere un senso di inevitabilità, legata allo stato delle cose e non alla decisione di singoli individui. L’attuale offensiva è stata chiamata “Operazione scogliera solida” (o meno letteralmente “Operazione margine di protezione”) e in circa un caso su tre dal 1948 a oggi l’esercito israeliano ha scelto nomi simili in cui è evidente un richiamo alla natura e alle sue forze inesorabili. Spiega Dalia Gavriely-Nuri dell’Università di Gerusalemme, che ha fatto una ricerca sul tema: “Nessuno è responsabile per un terremoto o uno tsunami. Si tratta di un processo psicologico che aiuta le persone che sono coinvolte in un conflitto a sopravvivere alla situazione”, l’uso delle “forze naturali” sposta la responsabilità da chi governa e dai cittadini verso qualcosa di superiore.

Con la progressiva diffusione di blog e social network, negli ultimi anni il fenomeno del confronto serrato tra i sostenitori delle ragioni degli israeliani e di quelle dei palestinesi è aumentato sensibilmente, o per lo meno è diventato molto più visibile. A leggere post, tweet, commenti e messaggi pare talvolta di essere di fronte a due tifoserie, il cui interesse non è tanto il confronto, quanto fare il tifo e incoraggiare la propria parte ritenuta quella “giusta” senza farsi troppi scrupoli o domande, e forzando eventi e realtà.

Ci sono migliaia di tweet di adolescenti israeliani che incitano all’uccisione di tutti gli arabi, e ci sono altrettanti messaggi da parte palestinese in cui si equipara l’esercito israeliano a quello nazista. L’hashtag #GazaUnderAttack (“Gaza sotto attacco”) è stato utilizzato fino a ora in circa 4 milioni di tweet, mentre #IsraelUnderFire (“Israele sotto attacco”) in circa 170mila tweet. La differenza di numeri è dovuta al fatto che i palestinesi raccolgono di solito più solidarietà soprattutto all’estero e dal fatto che lo hashtag su Gaza riguarda comunque il luogo dove effettivamente si combatte di più. Inoltre, i palestinesi non hanno molti account di riferimento e quindi tendono a pubblicare tweet e post autonomamente e in quantità, mentre le istituzioni di Israele sono molto più attive sui social network e offrono un punto di partenza univoco, al quale gli utenti si accodano per le loro conversazioni.

Il gruppo che lavora alla comunicazione online dell’esercito israeliano è composto da una quarantina di persone. Si occupano di testi, immagini, video e grafici che vengono pubblicati sulle varie piattaforme in sei lingue diverse. Il tono utilizzato è molto secco e diretto, molto distante da quello classico e ingessato dei comunicati stampa. Accompagnati da grafici molto essenziali e chiari, usando sempre il termine “terroristi” per i nemici uccisi, vengono condivisi messaggi come: “Israele usa Iron Dome per proteggere i suoi civili. Hamas usa i suoi civili per proteggere i suoi razzi”.

 

Anche se in modo meno organizzato e univoco, anche i militanti e i miliziani di Hamas usano i social network per farsi propaganda e per raccontare la loro parte della storia. Su YouTube c’è un video che dà istruzioni e consigli per creare messaggi convincenti e in grado di attirare l’attenzione: non pubblicare video di razzi lanciati dalle città e con civili intorno, che potrebbero dare a Israele altri elementi per giustificare gli attacchi in aree densamente popolate; non pubblicare video con uomini a volto coperto in primo piano; iniziare i messaggi con frasi che attribuiscano chiare responsabilità a Israele come “in risposta agli spietati attacchi israeliani”. Tra i consigli c’è anche quello di non farsi troppi problemi nel pubblicare immagini di persone rimaste uccise dagli attacchi condotti da Israele. Nella campagna di solidarietà per i civili palestinesi vittime della guerra ci sono stati in passato molti usi di immagini citate o spiegate in modo ingannevole, che hanno reso il sistema dei media molto diffidente, per esempio.

Come sempre, è bene ricordare che i social network e gli altri mezzi di comunicazione favoriscono la diffusione di particolari messaggi, ma non sono certo la causa del problema e che la propaganda con termini violenti o ingannevoli e spesso fuori controllo esisteva già prima. Molto dipende inoltre dalla capacità o meno delle istituzioni di mantenere un certo distacco ed evitare parole forti. In seguito al ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani rapiti e poi uccisi, il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu si è riferito ai loro assassini definendoli “bestie”. Un esponente di destra ha ripreso un vecchio articolo di giornale in cui l’intero popolo palestinese veniva definito “il nemico” e veniva suggerito di uccidere le madri di chi organizza attentati suicidi.

In passato affermazioni di questo tipo, da entrambe le parti, venivano criticate spesso duramente a partire proprio da altri componenti delle istituzioni. Nelle ultime settimane, invece, nessuno ha criticato più di tanto l’uso di parole così dure e razziste, che capita di sentire sempre più di frequente tra la stessa popolazione. Spiega Michael B. Oren, storico ed ex ambasciatore israeliano a Washington: “Negli scenari classici dove si tende a disumanizzare il prossimo, che si tratti della Germania nazista o del Rwanda prima del genocidio, ci si riferisce al nemico parlando di ratti e scarafaggi, cosa che fa sentire autorizzati a ucciderli su ampia scala”.

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