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  • lunedì 6 aprile 2015

I programmi contro la povertà in Cina

Sono diventati un po' un imbroglio e un po' un imbarazzo, dice l'Economist, a causa di abusi e sprechi dei funzionari locali: la povertà è diminuita tanto, ma soprattutto grazie alla crescita economica

Tra il 1981 e il 2008 la povertà assoluta in Cina, cioè la percentuale di popolazione che vive con meno di 1,25 dollari al giorno, è passata dall’85 per cento a circa il 15 per cento: uno sviluppo che ha coinvolto più di 500 milioni di persone e che si è concentrato soprattutto tra il 2001 e il 2004. È probabilmente il più vasto e rapido miglioramento nelle condizioni di vita mai avvenuto al mondo. Nonostante sia una storia nota – decine di libri e articoli scientifici dicono che la riduzione della povertà è legata soprattutto alla straordinaria crescita dell’economia cinese, provocata a sua volta dal vasto programma di riforme attuato in Cina dall’inizio degli anni Ottanta – il settimanale Economist ha provato a chiedersi quanto abbiano invece influito su questi risultati i programmi contro la povertà del governo cinese.
L’Economist dice “molto poco”.

In Cina esistono programmi governativi per limitare la povertà almeno dagli anni Novanta: uno dei più importanti prevede uno speciale finanziamento per quelle zone che vengono designate “aree povere”. Il criterio fondamentale per rientrare tra le “aree povere” è una popolazione che guadagna in media meno di circa 350 euro al mese: esistono però decine di altre regole, casi particolari ed eccezioni, e i meccanismi previsti sono stati spesso cambiati e rivisti. Il procedimento è così complicato che la designazione di “area povera” sembra piuttosto arbitraria. Dingjiayan, ad esempio, è un paese fatto soprattutto di case di fango essiccato nello Shanxi, una provincia a ovest di Pechino. La contea di cui fa parte, Tianzhen, è considerata un’area povera anche se in realtà non sembra diversa da moltissimi altri villaggi della Cina rurale. Alcuni abitanti intervistati dall’Economist hanno raccontato di non sentirsi particolarmente poveri e il loro reddito è cinque volte più alto di quello in teoria necessario per avere accesso allo status di “area povera”.

Dagli anni Novanta ad oggi decine di città e province sono entrate nella lista anche se di fatto non si trovavano nelle condizioni di essere definite aree povere: e infatti nonostante il calo progressivo e notevole della povertà assoluta, il totale di città e province nella lista non è diminuito. L’Economist ha spiegato il meccanismo che ha reso possibile questo fenomeno: entrare nella lista delle aree povere significa ricevere alcuni speciali finanziamenti governativi, che però non sono affiancati da controlli sufficienti per capire come vengano poi spesi quei soldi. Gli abitanti di Dingjiayan hanno raccontato che, esclusa la parte di finanziamento che viene distribuita loro direttamente in base alla quantità di terreno agricolo posseduto, nessuno è a conoscenza di come vengano spesi i sussidi del governo centrale: stando a quanto dice il programma, una parte del denaro dato alle amministrazioni locali dovrebbe finire alle banche, che dovrebbero usarlo per fare prestiti con interessi molto bassi. Nella realtà le cose vanno diversamente e secondo diversi pareri solo le persone con amicizie importanti riuscirebbero a ottenere soldi dalle banche.

Lo status di “area povera” è diventato molto ambito dai leader politici locali. Nel 2012, quando la contea di Xinshao venne aggiunta alla lista, i funzionari locali festeggiarono sul sito ufficiale della contea ed esposero una grande insegna, congratulandosi con loro stessi per il risultato ottenuto: entrare nella lista garantiva loro un finanziamento aggiuntivo di circa 80 milioni di euro l’anno. La storia di Xinshao, scrive l’Economist, è stata in qualche modo la proverbiale “goccia che fa traboccare il vaso”. I funzionari locali furono costretti a scusarsi per i loro festeggiamenti – considerati eccessivi – e diversi media cinesi cominciarono a criticare il programma “aree povere”. Coloro che erano incaricati di dirigere il programma dissero che c’erano stati degli abusi e vietarono alle aree incluse nella lista di costruire edifici costosi e altri progetti. Anche la televisione nazionale cominciò a raccontare gli abusi e gli sprechi legati al programma “aree povere”.

Della questione della povertà si è parlato anche lo scorso marzo, durante la sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il più grande organo legislativo al mondo. I dirigenti del Partito Comunista Cinese incaricati di gestire il programma contro la povertà hanno promesso che entro il 2020 centinaia di aree povere saranno eliminate dalla lista. Le critiche agli sprechi e le promesse dei funzionari locali sono un segnale che il governo cinese ha tra le sue priorità la limitazione della povertà e la riforma del programma “aree povere” (che sono solo un aspetto del vasto programma di riforme e di lotta alla corruzione che ha avviato il governo cinese con il presidente Xi Jinping). Quello di costruire una “società moderatamente prospera” è un obiettivo che i leader cinesi portano avanti da più di un decennio ed è uno slogan adottato anche da Xi Jinping. La povertà assoluta può essere stata ridotta, ma un tasso del 15 per cento significa che ci sono ancora oggi più di 200 milioni di cinesi – più degli italiani e dei tedeschi messi insieme – che vivono con poco più di un euro al giorno.

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