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  • giovedì 29 Gennaio 2015

Perché a Kobane non è stato sconfitto lo Stato Islamico (anzi)

È stata una vittoria simbolica e poco altro: per ottenerla non si è combattuto altrove e i problemi della debole strategia americana sono ancora lì

Da quando il 26 gennaio i miliziani curdi hanno riconquistato Kobane, città curda nel nord della Siria al confine con la Turchia, in molti hanno enfatizzato la prima grande sconfitta militare dello Stato Islamico. I miliziani dello Stato Islamico si sono ritirati da Kobane dopo avere combattuto a lungo per il suo controllo contro diverse milizie di curdi. Nel corso del tempo la battaglia di Kobane è diventata sempre più importante: se ne sono occupati tutti i giornali internazionali e in Italia Kobane è stata spesso associata alla resistenza curda, come via per sconfiggere lo Stato Islamico.

Le cose però stanno diversamente: Kobane è stata una piccola vittoria che non ha grande rilevanza per le sorti generali della guerra, anche se ne ha molta da un punto di vista simbolico. È stata una battaglia, anzi, che ha fatto emergere con chiarezza diversi limiti della strategia che si è adottata fino ad ora per combattere lo Stato Islamico.

Cosa ci si è persi combattendo a Kobane
Ai curdi e alla coalizione internazionale che combatte contro lo Stato Islamico sono serviti quattro mesi per sconfiggere i miliziani dello Stato Islamico a Kobane, nonostante la città curda sia stata colpita da circa il 75 per cento dei quasi 1000 attacchi aerei totali compiuti sulla Siria dal settembre 2014. La tempistica della riconquista di Kobane spiega anzitutto due cose: primo, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno faticato molto per costringere i miliziani dello Stato Islamico a ritirarsi dalla città, nonostante l’alta concentrazione di attacchi aerei e l’attenzione internazionale attorno a quella battaglia. Secondo, su altre zone della Siria gli attacchi aerei sono stati infrequenti e non sufficienti a cambiare lo status quo: lo Stato Islamico governa ancora su circa un terzo del territorio siriano, come mostra una mappa aggiornata al 15 gennaio realizzata da Thomas van Linge e pubblicata sul blog di Van Ostaeyen.

(la mappa si ingrandisce con un clic)

mappa-siria

I curdi stanno a Kobane
La resistenza curda non è la via per sconfiggere lo Stato Islamico. I curdi sono concentrati nel nord-est della Siria e nel nord dell’Iraq: sono abili combattenti, soprattutto se ben armati, ma non si spingeranno al di là dei territori curdi per combattere una guerra al posto dei governi iracheno e siriano, con cui hanno dei pessimi rapporti da decenni. A Kobane i curdi siriani e iracheni hanno ottenuto un’importante vittoria: importante per loro, però, mentre piuttosto periferica nell’economia generale della guerra contro lo Stato Islamico. Come hanno scritto diversi analisti nelle scorse settimane, Kobane è stato un errore strategico soprattutto dello Stato Islamico: i suoi miliziani si sono mossi più per l’odio per i curdi che per considerazioni strategiche.

Gli errori più grandi dell’amministrazione americana
Il primo e più importante, da cui discendono tutti gli altri, è non avere avuto una strategia chiara per sconfiggere lo Stato Islamico. Gli Stati Uniti hanno avviato un programma gestito dalla CIA per armare i ribelli più moderati che combattono in Siria. I problemi più grossi sono stati due: di ribelli moderati in Siria ormai ce ne sono pochi e quelli che sono rimasti hanno una rilevanza militare molto marginale nell’ampio fronte di chi combatte contro il presidente siriano Bashar al Assad. Inoltre il programma americano sulle armi è così poco esteso e traballante che diversi ribelli che avrebbero dovuto essere coinvolti sono passati a combattere per altre fazioni jihadiste, tra cui lo Stato Islamico. A ciò va aggiunta quella confusione strategica che ha spinto gli Stati Uniti a concentrare gli sforzi nella riconquista di Kobane, lasciando da parte tutto il resto.

A un certo punto alcuni funzionari americani hanno ipotizzato di coinvolgere la Russia e l’Iran nella risoluzione della guerra in Siria: l’Iran è il maggior alleato regionale del presidente Assad, ma allo stesso tempo è il nemico più grande degli Stati Uniti in Medio Oriente. Anche superando le diffidenze sull’avviare dei negoziati con l’Iran – sarebbero stati inclusi nei complessi negoziati che si tengono da anni sulla limitazione del nucleare iraniano – l’obiettivo era convincere Assad a fare un accordo con i ribelli moderati, in cambio della garanzia di rimanere al potere, almeno temporaneamente. A riguardo, è molto chiaro un editoriale del Washington Post che dice:

«Anche non considerando la ripugnanza morale che si proverebbe accettando di lasciare al potere un regime che ha massacrato decine di migliaia di civili con le armi chimiche, i “barili bomba” pieni di schegge e la malnutrizione forzata e di massa, questo pensiero è, nella pratica, destinato al fallimento. Assad ha chiarito molto tempo fa che non scenderà a compromessi con le forze moderate e laiche, e che in ogni caso non prenderà parte a colloqui di pace sponsorizzati dalla Russia.»

Senza contare che l’Iran ha già detto di non voler collaborare con gli Stati Uniti su questioni di sicurezza regionale e che i ribelli moderati siriani hanno già fatto sapere in passato che il loro nemico principale – ancora prima dello Stato Islamico – è Assad. Insomma, la vittoria di Kobane è stata importante per i curdi e simbolicamente anche per la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ma la guerra contro lo Stato Islamico si combatte altrove e i problemi strategici che c’erano una settimana fa non sono stati risolti a Kobane.