Che succede col Jobs Act

Matteo Renzi ha deciso di accogliere alcune modifiche proposte dalla minoranza del PD, ma ora protestano gli alleati di governo del NCD

Nel pomeriggio di giovedì 13 novembre all’interno del Partito Democratico – il principale partito della maggioranza di governo – è stato trovato un accordo per modificare almeno in parte il Jobs Act, la legge delega di riforma del mercato del lavoro già approvata dal Senato lo scorso 9 ottobre: secondo quanto dichiarato al termine della riunione a cui erano presenti, tra gli altri, il presidente del PD Matteo Orfini, il responsabile Economia e lavoro del partito Filippo Taddei, e i membri del partito che siedono in commissione Lavoro a Montecitorio, incluso Cesare Damiano, sarebbero state accolte alcune richieste della minoranza del partito, critica con la legge.

L’emendamento del governo dovrebbe dunque riprendere il documento votato dalla Direzione del Partito Democratico in un’assemblea che si era svolta il 29 settembre. Stando alle ricostruzioni circolate finora il PD avrebbe deciso di includere nel testo il reintegro obbligatorio per le persone che hanno subito un licenziamento discriminatorio o quelle che l’hanno subito per motivi disciplinari senza giusta causa ma solo in certi casi e ancora da chiarire: La Stampa di oggi precisa che «saranno specificate nei decreti attuativi» e dunque solo in un secondo momento e dopo l’approvazione della delega (ci saranno quindi comunque dei cambiamenti in senso restrittivo rispetto a quanto previsto finora dallo Statuto dei Lavoratori). Si parla anche dell’aumento delle risorse per gli ammortizzatori sociali (aggiuntive rispetto a quelle inserite nella Legge di Stabilità) e di modifiche non contenute nell’ordine del giorno approvato dalla direzione PD, come sul controllo a distanza, che riguarderà non i lavoratori ma gli impianti.

L’accordo sta comunque trovando resistenze nei principali alleati di governo del PD: Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato e dirigente del Nuovo Centrodestra ha detto che per discutere della nuova proposta «serve una riunione di maggioranza» e che «se il testo è quello descritto dalle agenzie non è accettabile». Sacconi ha poi ricordato che il PD non ha la maggioranza in entrambe le Camere (il testo dovrà infatti tornare al Senato dove l’NCD è determinante). Nunzia De Girolamo ha detto su Twitter che Angelino Alfano, ministro degli Interni e segretario di NCD, richiederà un “vertice” per discutere delle modifiche. Maria Elena Boschi, il ministro per le Riforme, ha però risposto che un incontro «non serve».

Da settimane, molti esponenti della minoranza del PD avevano chiesto che il Jobs Act offrisse un sistema di tutele più estese per i lavoratori e le lavoratrici: alcuni importanti dirigenti del partito come Gianni Cuperlo, Stefano Fassina e Pippo Civati avevano anche partecipato alla manifestazione organizzata dalla CGIL a Roma, il 25 ottobre, per protestare proprio contro il Jobs Act. Nei giorni scorsi, alcuni esponenti della minoranza avevano anche minacciato di non votare la riforma nel caso il governo avesse deciso di porre la fiducia sul testo arrivato dal Senato. Dopo l’annuncio dell’accordo, Cuperlo, Civati e Fassina hanno comunque dichiarato che è necessario vedere il testo prima di poter prendere una posizione. La situazione, infatti, non è chiara: il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha detto che gli emendamenti del PD in realtà «confermano i contenuti» della riforma già approvata dal Senato, mentre il capogruppo del PD alla Camera Roberto Speranza ha parlato di «modifiche rilevanti». In serata, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha commentato positivamente l’accordo interno del PD e ha ripetuto che la riforma entrerà in vigore il primo gennaio 2015.

La commissione Lavoro della Camera comincerà a lavorare agli emendamenti al Jobs Act – quindi anche a quelli che saranno presentati dai deputati del PD – venerdì 14 novembre alle 11,30. Sul sito della Camera si dice che saranno prese in considerazione le «deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro». Il governo aveva chiesto di fissare la votazione finale il 22 novembre, ma la presidente della Camera Laura Boldrini ha proposto che invece si tenga il 26 novembre ( e la sua proposta sarà votata dalla Camera lunedì). In seguito alla sua eventuale approvazione, il testo dovrà essere nuovamente votato dal Senato, essendo stato modificato rispetto a quello già approvato. Alcuni membri del governo hanno detto che nonostante le modifiche la riforma rispetterà i tempi stabiliti: il Jobs Act, secondo i piani del governo, dovrebbe entrare in vigore il primo gennaio 2015.

foto: AP Photo/Andrew Medichini

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