Perché le regioni litigano con Renzi

Riassunto della discussione su tasse, tagli e sprechi che da ieri fa accapigliare il presidente del Consiglio, Sergio Chiamparino e molti altri

Da quando il Consiglio dei ministri presieduto da Matteo Renzi ha approvato la legge di stabilità – il testo che stabilisce quali spese potranno essere affrontate dallo stato, in quali ambiti e grazie a quali entrate – una delle discussioni più accese ha riguardato il taglio dei fondi per le regioni. Bisogna dire innanzitutto che il testo della legge di stabilità non c’è, per il momento: ci sono delle slide piuttosto sommarie presentate durante una conferenza stampa da Renzi e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (durante quella stessa conferenza Renzi aveva dichiarato che il testo sarebbe stato reso pubblico nel giro di poche ore, ma in realtà alcuni giornali scrivono adesso che sarà presentato alle Camere lunedì) e la “bozza” presentata alla Commissione europea.

Nelle slide si dice che i 36 miliardi di euro della manovra saranno coperti, tra le altre cose, grazie a 15 miliardi provenienti dalla revisione della spesa. Subito dopo l’incontro, il presidente del Consiglio aveva riassunto la manovra in un tweet dicendo: «La differenza tra la finanziaria 2014 e quella 2015 è che ci sono 18 miliardi di tasse in meno. Tutto qui». Questa è stata la principale notizia per qualche ora ma oggi quasi tutti i giornali aprono con la notizia dello scontro fra il governo e le regioni.

Il motivo
Nella legge di stabilità è previsto che le regioni realizzino nel 2015 risparmi complessivi pari a 4 miliardi. In realtà la cifra sale a 5,7 – sempre per il 2015 – tenendo conto dei provvedimenti decisi dai precedenti governi Monti e Letta. La contestazione riguarda poi una “clausola di salvaguardia”: prevede che in mancanza dei tagli stabiliti ci sia la possibilità di un intervento diretto del governo.

L’argomento principale di contestazione alla manovra è la possibilità che i tagli alle regioni si trasformino di fatto in tagli ai servizi e/o in aumenti delle tasse regionali, e che dunque le coperture degli annunciati tagli alle tasse per 18 miliardi finiscano in realtà per gravare sugli stessi cittadini. Lo stesso ministro Padoan, durante la conferenza stampa, aveva detto che probabilmente a seguito dei tagli «le regioni aumenteranno le tasse, ma i cittadini potranno valutare le decisioni dei loro amministratori»: come a dire che la responsabilità di questa eventuale decisione ricadrà sulle regioni e non sul governo.

Cosa si sono detti Renzi e i presidenti delle regioni
Il primo a criticare la manovra è stato Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte e della Conferenza delle Regioni, dirigente del PD e considerato da qualche tempo politicamente vicino a Renzi: ha detto che la manovra è «insostenibile». Poco dopo è intervenuto anche Nicola Zingaretti, presidente del Lazio e altro dirigente del PD, spiegando che «è facile abbassare le tasse con i soldi degli altri». Della stessa idea sono anche gli altri presidenti di regione, eccetto Marcello Pittella della Basilicata.

A queste critiche Renzi ha risposto con una serie di tweet:

 

 

Renzi insomma sostiene che i tagli del governo non obbligano le regioni a ridurre i servizi o aumentare le tasse, e che quei soldi possono essere recuperati eliminando gli sprechi e spendendo le risorse in modo più efficace. Chiamparino ha risposto: «Considero offensive le parole di Renzi perché ognuno deve badare ai suoi sprechi. Se guardiamo ai ministeri gli sprechi non ci sono?». Poi ha aggiunto anche che così com’è la manovra «incrina il rapporto che dovrebbe essere di lealtà e di pari dignità istituzionale tra enti dello Stato».

Hanno protestato per le stesse ragioni anche comuni e le province (che non sono state abolite ma sostituite con nuovi enti): la legge di stabilità prevede 1,2 miliardi di tagli per i comuni e 1 miliardo per le province. Commenta la Stampa:

«I più soddisfatti delle scelte del governo restano comunque gli industriali, con Giorgio Squinzi che parla di manovra “molto positiva” con dentro “una serie di provvedimenti che aspettavano da anni”. Di segno totalmente opposto il giudizio dei sindacati: “Non risponde alla vera emergenza del Paese che è quella di creare lavoro” dice il segretario della Cgil Susanna Camusso, mentre il leader della Fiom Maurizio Landini, assicura che così si andrà “allo sciopero generale”».

Sabato 25 ottobre in piazza San Giovanni, a Roma, ci sarà una manifestazione sindacale di protesta organizzata dalla CGIL di Susanna Camusso e dalla FIOM di Maurizio Landini. Nel frattempo la bozza della legge di stabilità è stata inviata alla Commissione europea, in attesa dell’esame parlamentare delle prossime settimane (l’intervento dovrà infatti essere approvato anche dall’UE, che dovrà verificare se è in linea con il cosiddetto “patto di stabilità” prima di essere votato dal Parlamento).

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