La fiducia sul “nuovo” Jobs Act

Cosa contiene e cosa non contiene (l'articolo 18) il maxiemendamento del governo sulla legge delega per la riforma del mercato del lavoro, su cui si vota oggi

Aggiornamento delle ore 13.30: mentre il ministro del Lavoro Giuliano Poletti interveniva in aula per spiegare il nuovo testo del governo, ci sono state delle proteste da parte delle opposizioni e soprattutto da parte del Movimento 5 Stelle: i richiami del presidente del Senato Grasso sono rimasti inascoltati e la seduta è stata sospesa (riprenderà alle 16.00). Il capogruppo dei senatori M5S Vito Petroncelli è stato espulso.

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Oggi (molto probabilmente in serata) si voterà la fiducia al Senato sulla “legge delega sul lavoro”, il progetto di legge che riguarda le norme sui temi del lavoro ed è stato chiamato “Jobs Act”. Il testo su cui sarà chiesta la fiducia (che sarà anche la ventunesima chiesta da Renzi, escluse le prime due sul programma) non è quello approvato lo scorso 18 settembre in commissione Lavoro del Senato (relatore Maurizio Sacconi, Ncd), ma un nuovo testo modificato con un maxi-emendamento del governo.

Resta comunque un testo piuttosto generico trattandosi di una legge delega: un documento che deve essere votato da entrambe le Camere che non disciplina nel dettaglio la materia, ma che contiene una serie di principi e criteri direttivi entro i quali il governo viene “delegato” a legiferare in un secondo momento tramite uno strumento chiamato “decreto legislativo” o anche “decreto delegato”, che entra in vigore non appena viene approvato dal Consiglio dei ministri (pre­ve­de solo un pas­sag­gio consultivo alle com­mis­sioni competenti, ma nessun nuovo voto in aula).

Il maxiemendamento riscrive per intero (modificando però solo alcune parti dei vari articoli) il testo della legge delega per la riforma del mercato del lavoro: è di otto pagine, sarà depositato formalmente in Senato questa mattina, ma già da alcune ore diversi giornali ne hanno anticipato parte del contenuto (Andrea Carugati, sullo Huffington Post, lo riporta integralmente).

Cosa non c’è nel nuovo testo
Il tema dei licenziamenti e dell’articolo 18 non c’è. Su questo punto era stata presentata la maggior parte degli emendamenti che decadono con la richiesta di fiducia e si era manifestata la maggior parte del dissenso, anche interno al PD. Nel nuovo testo non è stata inserita alcuna garanzia sull’articolo dello Statuto dei lavoratori che tutela gli illeciti come invece era stato chiesto da parte della minoranza del PD e come dichiarato da Renzi stesso in direzione nazionale e poi scritto nell’ordine del giorno approvato. Anzi.

Secondo Huffington Post c’è anzi un passaggio del nuovo testo che è piuttosto ambiguo quando dice cioè che l’esecutivo è delegato alla «razionalizzazione» e alla «semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione del medesimo rapporto, di carattere amministrativo». E ancora, quando dice che il governo è delegato «all’eliminazione e semplificazione, anche mediante norme di carattere interpretativo, delle norme interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi». La parola «abrogazione» lascerebbe dunque aperta la possibilità di cancellare l’articolo 18.

La questione dell’articolo 18, scrive tra gli altri il Corriere, sarà affrontata a voce con un semplice discorso dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti in Aula a cui non seguirà nessuna votazione. Il ministro si impegnerà probabilmente a mantenere il reintegro nel posto di lavoro per i licenziamenti discriminatori e disciplinari, «ma solo in alcuni casi limite e comunque rimandando i dettagli al 2015, quando il Jobs act sarà stato approvato anche alla Camera e il governo scriverà i decreti attuativi. A quel punto, ma solo a quel punto, il governo procederà ad una tipizzazione più stretta dei licenziamenti disciplinari ingiustificati, in modo da ridurre il margine di discrezionalità dei magistrati».

Commenta La Stampa «In pratica è come se il dibattito della settimana scorsa alla direzione Pd, dove l’articolo 18 aveva tenuto banco, venisse tenuto in sospeso. Per la gioia di quanti, a partire dall’Ncd, lamentavano un rafforzamento dell’art.18 anziché la sua cancellazione». «Mani completa­mente libere», scrive il Manifesto ipotizzando (viste le tante dichiarazioni di contrarietà all’articolo 18 del presidente del Consiglio Renzi) che l’ambiguità sia una premessa «per poi togliere di fatto l’articolo 18 non solo ai nuovi con­tratti a tutele crescenti, ma a tutti i lavoratori». Dalla minoranza del PD arrivano quindi nuove critiche (nonostante una parte della minoranza stessa, quella bersaniana, abbia deciso di non mettere in discussione il voto di fiducia): una semplice dichiarazione del ministro non sarebbe insomma una garanzia sufficiente.

Infine è stata sollevata un’altra questione: il deputato del PD Giuseppe Civati (che ha anticipato che alcuni senatori al lui vicini probabilmente voteranno contro o si asterranno dal voto di fiducia) dice che il fatto di non aver inserito alcun riferimento esplicito all’articolo 18 nella legge delega potrebbe avere conseguenze in futuro, nel caso in cui cioè le norme attuative del governo dovessero essere impugnate davanti alla Corte costituzionale: e questo in base agli articoli 76 e 77 della Costituzione che dicono che «l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principii e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti». Civati scrive dunque:

«Non mettere in delega alcun riferimento all’articolo 18 per ottenere la fiducia comporta una banale conseguenza. Che in base a questa delega il governo non potrà legittimamente modificare l’articolo 18. E, se lo farà, chiunque potrà ricorrere alla Corte costituzionale e avere ragione, come dimostra una vasta giurisprudenza in questo senso».

Cosa c’è nel nuovo testo
Il nuovo testo, nell’articolo che riguarda il riordino delle forme contrattuali, ha eliminato l’avverbio “anche” affermando dunque in modo meno possibilista che il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti sarà la forma privilegiata che verrà poi resa più conveniente per le aziende attraverso un taglio dei contributi diretti o indiretti.

Nell’emendamento ci sono altre due precisazioni: la prima riguarda il demansionamento, cioè la possibilità di assegnare al lavoratore mansioni inferiori a quelle della categoria di appartenenza. Il demansionamento è tutelato dall’articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori: il nuovo “Jobs Act” prevede che il demansionamento sia possibile «in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale». Questi interessi saranno individuati «sulla base di parametri oggettivi» che tengano conto «dell’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale» e «dell’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento». La formula, piuttosto vaga, farebbe riferimento alla conservazione dello stesso salario da parte del lavoratore.

La seconda precisazione riguarda i voucher, cioè i buoni lavoro utilizzati per le prestazioni occasionali: il primo testo approvato dalla commissione ne prevedeva l’estensione e l’innalzamento fino a 5 mila euro all’anno per ogni lavoratore a prescindere dal committente favorendo dunque, secondo le principali critiche, una super precarizzazione del lavoro. Compare ora una specificazione sui «termini di utilizzo» e sui «tetti» che fa esplicito riferimento alla legislazione attuale. Nel maxiemendamento c’è infine l’impegno di risorse per gli ammortizzatori sociali «fin dalla legge di Stabilità per il 2015» che verrà presentata il prossimo 15 ottobre.

Infine
Il voto di fiducia di oggi è stato giudicato da più parti abbastanza anomalo. Scrive ad esempio Andrea Sarubbi sulla Stampa: «Oggi accade qualcosa al limite: i senatori voteranno la fiducia su un maxiemendamento scritto dal governo nel quale il governo – pur non formalmente, ma de facto – delega se stesso e fissa i confini della delega. Dal punto di vista formale, è sempre il Parlamento ad avere l’ultima parola (potrebbe dire di no, se volesse); dal punto di vista sostanziale, però, la contraddizione appare evidente».

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