Il terrore dello spoiler

Il rischio di scoprire i finali e i punti di svolta nelle trame di serie tv e film, prima ancora di vederli, sta generando ossessioni da alcuni ritenute eccessive e inopportune

Netflix, il servizio di streaming video attivo negli Stati Uniti e in altri paesi, ha di recente aperto un sito specificamente dedicato agli spoiler, termine ormai molto usato per indicare qualsiasi elemento che riveli dettagli della trama di un’opera (serie tv e film, principalmente): o peggio, il finale. Il sito è suddiviso in tre sezioni: in una di queste, l’utente può rispondere alla domanda di un test per capire se è effettivamente uno “spoileratore” e di che genere; in un’altra, gli vengono proposte alcune frasi e gli viene chiesto di riconoscere da che opera è tratta ciascuna di quelle frasi, in modo da migliorare una statistica generale sull’indice di diffusione degli spoiler. Ma la sezione del sito più condivisa e più apprezzata sui social network è la terza: quella in cui – dopo aver cliccato due volte, per sicurezza, su un grosso pulsante rosso visualizzato sullo schermo – all’utente viene mostrato un breve filmato tratto a casaccio da finali o passaggi importanti di film o serie tv molto noti. Uno spoiler, in video. L’operazione può essere ripetuta quante volte si desidera, scoprendo ogni volta nuovi spoiler.

La sezione Vulture del New York Magazine si è spesso occupata delle ossessioni e delle paure sempre più diffuse rispetto al rischio di spoiler presenti nei discorsi e nei racconti – online e offline – di film e serie tv, e di come queste paure e ossessioni siano diventate eccessive (fino a dieci anni fa, il termine ci era praticamente estraneo, e l’unica cosa simile che conoscevamo era il timore che qualcuno ci anticipasse il risultato di un evento sportivo che avremmo voluto vedere registrato, di solito perché trasmesso la notte). Di fatto, i progressi tecnologici e la diffusione dei social network, uniti alla crescente popolarità delle serie tv, hanno reso possibile imbattersi involontariamente in uno spoiler più facilmente e frequentemente di prima. Già nel 2008 – all’epoca della prima trasmissione televisiva delle serie Lost e The Wire, per esempio, ma prima della grande diffusione di Twitter – Vulture pubblicò una serie di regole per gli autori e per i lettori, nel tentativo di consentire e definire la possibilità di spoiler nei testi, vietandone per esempio la presenza nei titoli degli articoli, nelle ore immediatamente successive alla diffusione pubblica dell’opera. In generale, scriveva Vulture:

“Ci rifiutiamo di credere che [per parlarne] dovremmo aspettare la pubblicazione della serie o del film in DVD; è assurdo. Se l’opera ti interessa così tanto da rimanere sconvolto dopo uno spoiler, si immagina che tu non aspetti un anno per vederla, scusa. Ma quando, esattamente, il presto è troppo presto? Come fanno quelli che scrivono a sapere quando possono parlare di quella cosa? E come fanno i lettori a sapere che devono spicciarsi a guardare quella maledetta cosa?”.

Vulture sosteneva che i tempi di “vita” dello spoiler – ovvero il tempo in cui uno spoiler può essere considerato ancora tale, invece che una cosa ormai ampiamente nota – cambiano a seconda che si stia parlando di un evento sportivo o un reality show, oppure di una puntata di una serie tv, o di un film che danno al cinema. Ammetteva, per esempio, che si potessero riportare all’interno di un articolo specialistico gli spoiler della puntata di una serie tv il giorno dopo la sua prima trasmissione in tv, ma indicava un minimo di tre giorni di distanza da quella trasmissione per poter riportare spoiler anche direttamente nel titolo dell’articolo o anche in articoli non direttamente legati a quella serie tv. Nel caso dei film, invece, il tempo minimo per poterne parlare spoilerosamente – anche già nel titolo – è di un mese, sempre secondo le regole pubblicate da Vulture all’epoca.

Tre anni dopo, Vulture rimise in parte in discussione quelle regole, proponendo un approccio molto più libero alla materia, e sostenendo che fosse ormai il caso di trattare i programmi televisivi allo stesso modo delle news e degli eventi sportivi. Questa nuova politica sugli spoiler fu motivata principalmente dal sempre più largo utilizzo dei social network, e di Twitter in particolare, come piattaforma di condivisione di commenti e giudizi in diretta riguardo i programmi televisivi durante la loro trasmissione.

“Twitter è una grande stanza piena di gente a cui interessano le stesse cose che interessano a te. Quindi i tempi di prescrizione per gli spoiler su Twitter sono, a tutti gli effetti, zero minuti e zero secondi. Sono gli appassionati, a volere che sia così! Ed è quello che dovresti volere anche tu, se ti dichiari un appassionato di “Breaking Bad”, per dire, o di qualche altro popolare programma a rischio di spoiler. Se ti preoccupi così tanto di non ricevere spoiler su “Breaking Bad”, e allora guarda subito “Breaking Bad”, santa pazienza. E finché non lo guardi, chiudi Twitter. Stiamo avendo una conversazione, qui dentro, e se ci rimproveri per questo, lo spoileratore sei tu”.

Nei giorni scorsi, Vulture è tornato sull’argomento, concentrandosi sulle “malsane preoccupazioni” riguardo gli spoiler che, nonostante tutto, ancora perdurano in una parte del pubblico delle serie televisive e dei film. Siccome viviamo in un’epoca in cui possiamo sostanzialmente decidere di vedere quasi tutto on demand, quando e come lo vogliamo, scrive Vulture, tutto quello che ci rimane è il “cosa” vediamo, da cui l’ansia di venirne a conoscenza troppo presto. Eppure il “cosa” non è il piacere principale nel racconto di un’opera, così come “non sapere cosa ci sia dentro la scatola prima di aprirla” – la sorpresa – non è il piacere prioritario di un regalo. Detto che, nell’ossessione di accusare il prossimo di “spoilerare” c’è anche molto di una più estesa inclinazione giustizialista a cercare modi di sanzionare o sgridare i comportamenti altrui, in cerca di piccoli successi dialettici (“Vergogna!”).

Viene spesso citato l’esempio di Lost, una delle serie che – proprio per la particolare costruzione della trama – si è più concentrato sulla grande attesa generata prima di ogni nuova puntata, e di cui infine si parlò molto anche per il finale (secondo molti, piuttosto deludente). La settimana scorsa, in occasione del decimo anniversario della serie, il critico televisivo di Grantland Andy Greenwal ha suggerito di sottrarsi alla logica del “cosa succede dopo” e considerare Lost – le cui sei stagioni sono ora interamente disponibili su Netflix e in DVD – non come “la Serie Finita Male”, ma invece come “121 puntate di grande televisione”. Anche Vulture, più in generale, esprime una certa preoccupazione e disapprovazione riguardo il fatto che per serie televisive belle come “Breaking Bad”, per esempio, spesso la gran parte dei discorsi ruotino sempre intorno alla domanda “Come finirà?”. È un po’ come se queste opere venissero recepite e utilizzate come “mappe del tesoro”, scrive Vulture, piuttosto che come belle storie.

“Non penso che guardare Quarto Potere – per usare un esempio stracitato – sia un’esperienza più povera se [ATTENZIONE: SPOILER!] si sa già che Rosabella è una slitta. Infatti, la slitta non c’entra assolutamente niente con ciò che fa di Quarto Potere un gran film”, conclude Adam Sternbergh, autore del pezzo su Vulture.

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