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  • venerdì 22 agosto 2014

Chi paga i riscatti ai terroristi?

Soprattutto i paesi europei, ha scritto una giornalista del New York Times secondo cui al Qaida ottiene più di metà dei fondi proprio grazie ai rapimenti

Nei giorni scorsi il governo statunitense ha rivelato che a luglio era stata lanciata un’operazione militare per salvare James Foley, il giornalista decapitato dai miliziani dello Stato Islamico (qui avevamo raccontato la vicenda in cinque punti). L’operazione fallì perché gli uomini della Delta Force non trovarono gli ostaggi nel posto in cui pensavano che fossero. Il governo americano e la famiglia di Foley avevano ricevuto una richiesta di riscatto ma si erano rifiutati di trattare. Insieme al Regno Unito, gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi al mondo che adottano questa strategia: non pagare riscatti bensì tentare azioni militari per liberare gli ostaggi. L’obiettivo di queste politiche è rendere poco conveniente ai terroristi rapire cittadini inglesi e americani, visto che non si possono fare soldi con loro e a tenerli prigionieri si rischia di subire un attacco delle forze speciali (senza contare che i soldi dei riscatti sono spesi per finanziare altri rapimenti o per comprare armi, bombe, razzi).

Nella gran parte dei paesi europei le cose vanno molto diversamente, come ha raccontato la giornalista Rukmini Callimachi in un lungo reportage pubblicato a fine luglio dal New York Times. «Gli americani ci hanno detto un sacco di volte di non pagare riscatti. E noi abbiamo risposto che non li vogliamo pagare, ma non possiamo lasciar morire i nostri cittadini», ha raccontato uno dei sei ambasciatori europei che hanno parlato con Callimachi. Il punto è che l’unica soluzione per evitare perdite è pagare. Callimachi racconta dell’aereo militare tedesco che arrivò semivuoto a Bamako, capitale del Mali, nel 2003. A bordo c’erano soltanto poche persone che portavano tre valigette, riempite con cinque milioni di dollari. Non era formalmente un riscatto, ma un “aiuto umanitario” al governo del Mali. Appena il presidente del paese ricevette le tre valigette, le fece consegnare nel nord del paese a bordo di alcuni pick-up. I soldi vennero contati da alcuni miliziani su una coperta stesa sul deserto e alcuni giorni dopo una serie di ostaggi rapiti in Algeria vennero liberati.

Secondo i calcoli di Callimachi, casi simili a questo hanno fruttato alla rete di al Qaida almeno 165 milioni di dollari in cinque anni, più di 60 soltanto nel 2013. A pagare di più sono stati i francesi, che hanno subito il numero maggiore di rapimenti. Diciassette cittadini francesi sono stati rapiti da al Qaida e un totale di 58 milioni di dollari sono stati pagati in riscatti. In tutto 10 persone sono state liberate, 5 sono state uccise dai rapitori e altre due sono morte per cause diverse. Tra i paesi europei, la Svizzera ha pagato 14 milioni in riscatti, seguita dalla Spagna con circa 10. Secondo le stime di Callimachi, questo flusso di denaro costituisce almeno metà delle entrate di al Qaida. Anche l’Italia avrebbe pagato numerosi riscatti all’organizzazione, anche se non quanti Francia e Spagna. Secondo un articolo del Foglio pubblicato alcune settimane fa i casi di Simona Pari e Simona Torretta (settembre 2004), Giuliana Sgrena (febbraio 2005), Clementina Cantoni (Afghanistan, maggio 2005), Rossella Urru (ottobre 2011) e Mariasandra Mariani (febbraio 2011) si sarebbero tutti conclusi con il pagamento di un riscatto (molti di questi riscatti non furono pagati direttamente ad al Qaida ma ad altre organizzazioni criminali o terroristiche, soprattutto in Iraq).

Con i successi ottenuti dallo Stato Islamico in Iraq, al Qaida è passata in secondo piano, ma in realtà è ancora molto attiva grazie alle altre organizzazioni terroristiche sue affiliate: al Qaida in Arabia, che opera principalmente in Yemen, nel sud della penisola arabica; al Qaida nel Maghreb, che opera in Nordafrica, e in fine al-Shabaab, che opera in Somalia. Le prime due organizzazioni sono quelle più impegnate nei rapimenti: al Qaida in Nordafrica ha ricevuto l’affiliazione ufficiale all’organizzazione proprio dopo che i suoi membri avevano dimostrato la loro abilità nei rapimenti e nell’ottenere riscatti. Oggi i rapimenti vengono compiuti con professionalità, seguendo un vero e proprio protocollo, ma all’inizio le cose procedevano in maniera molto più improvvisata.

I primi rapimenti nel sud dell’Algeria, in pieno deserto, furono compiuti da un pugno di miliziani armati con qualche vecchio fucile da caccia e AK-47. Questi gruppi pattugliavano la parte meridionale del deserto algerino e sequestravano i viaggiatori europei che riuscivano a trovare, a volte per puro caso. Due ragazzi vennero catturati dopo che i miliziani avevano visto il fumo del fuoco che avevano acceso per cucinare. In uno di questi rapimenti, i miliziani non sapevano come comunicare le loro richieste e quindi lasciarono un messaggio sotto un sasso, accanto al camper abbandonato dai loro ostaggi. Alcuni di questi ostaggi raccontarono che non sembrava che i loro rapitori sapessero cosa stavano facendo: ogni loro mossa sembrava improvvisata sul momento. Non avevano cibo, a parte quello rubato agli ostaggi, e c’era pochissima acqua.

Secondo Callimachi, all’epoca venne ipotizzata l’opzione militare. La banda era male armata e peggio organizzata, ma era comunque riuscita a rapire una decina di ostaggi europei, soprattutto svizzeri e tedeschi: non sembrava impossibile riuscire a liberarli con un attacco di sorpresa. Poi, una donna tedesca di 45 anni morì disidratata, così si decise di pagare immediatamente il riscatto per evitare che la situazione si aggravasse. Il denaro, arrivato a Bamako sotto forma di aiuto umanitario, venne fatto arrivare ai terroristi e gli ostaggi furono liberati.

Nonostante tutte le incertezze e gli errori, l’operazione degli aspiranti terroristi era stata un successo. L’anno dopo un membro di al Qaida, Abdelaziz al-Muqrin, pubblicò una vera e propria “guida ai rapimenti” in cui delineava un protocollo da seguire per i rapimenti a scopo di riscatto, sull’esempio «dei successi ottenuti dai nostri fratelli in Algeria». Oggi i rapitori sono armati molto meglio, utilizzano telefoni satellitari e conoscono l’importanza di spostare frequentemente gli ostaggi da un posto ad un altro. Mariasandra Mariani, che è stata rapita nel 2011 in Algeria e tenuta in ostaggio per quattordici mesi, ha raccontato che i suoi rapitori avevano sepolto nella sabbia del deserto una serie di rifornimenti che ritrovavano grazie al GPS. In uno di questi punti avevano nascosto nella sabbia un intero pick-up.

Un’ulteriore evoluzione è rappresentata dal modo con cui i rapitori approcciano chi deve pagare il riscatto, cioè famiglie e governi. Dopo il rapimento, in genere, segue una lunga fase di silenzio che può durare anche mesi, in modo da creare panico. A quel punto segue una telefonata alla famiglia o, ancora meglio, un video, dove l’ostaggio chiede aiuto circondato da uomini armati. Ogni volta che i rapitori sentono che l’attenzione sul loro caso sta scemando, pubblicano un nuovo video o fanno fare all’ostaggio una nuova telefonata ai familiari. Spesso le trattative per il pagamento dei riscatti vengono condotte a livello centrale, dai leader di al-Qaida, mentre il rapimento viene in genere “subappaltato” a bande di criminali locali, così da non mettere a rischio i dirigenti di al Qaida.

Nessun governo europeo ha mai ammesso di pagare riscatti e anzi spesso hanno esplicitamente negato di farlo. Mariani, l’italiana rapita nel 2011, provò a spiegare ai suoi rapitori che se il governo italiano non avesse pagato, la sua famiglia non avrebbe potuto soddisfare le loro richieste. Mariani ricorda che i suoi rapitori la rassicurarono su questo punto: «Il tuo governo dice sempre che non paga. Quando torni a casa vogliamo che tu dica alla tua gente che il vostro governo paga. Paga sempre».

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