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  • giovedì 8 maggio 2014

L’evacuazione della Città Vecchia, a Homs

I ribelli siriani stanno lasciando una delle ultime zone sotto il loro controllo, nella "capitale della rivoluzione": ed è una vittoria di Assad

Mercoledì 7 maggio centinaia di ribelli hanno cominciato l’evacuazione della Città Vecchia di Homs, la terza città siriana per numero di abitanti, considerata da molti come la “capitale della rivoluzione”. L’evacuazione dei quartieri della Città Vecchia, decisa da un accordo raggiunto la scorsa settimana tra governo e ribelli, è una vittoria simbolica molto importante per il presidente siriano Bashar al Assad, che arriva a un solo mese dalle prossime elezioni presidenziali in cui con tutta probabilità Assad verrà rieletto. Homs è infatti considerata di grande importanza strategica nella guerra in Siria, sia per la sua posizione geografica – si trova lungo la strada che dalla capitale Damasco porta sulla costa occidentale dove vivono gli alauiti, la setta religiosa a cui appartiene anche Assad – sia perché i suoi abitanti sono stati tra i primi a organizzare grandi manifestazioni anti-governative all’inizio del 2011, e poi tra i primi ad armarsi e i primi ad essere colpiti dai bombardamenti delle forze aeree siriane.

mappa-homs

Secondo alcune stime l’evacuazione coinvolgerà nei prossimi giorni un totale di circa 1.900 persone, tra cui i ribelli e le loro famiglie rimaste bloccate da mesi nella Città Vecchia. Le prime persone evacuate sono state caricate su alcuni autobus e sono state portate in altre zone di Homs: «Questo è un giorno che pensavamo non sarebbe mai arrivato. Abbiamo combattuto così duramente e così a lungo, ma nessuno è venuto ad aiutarci. Ci hanno lasciati soli», ha spiegato un attivista al Guardian.

L’unico altro quartiere della città rimasto sotto il controllo dei ribelli è Waer, ma anche qui si potrebbe raggiungere presto un accordo per una tregua e organizzare un’evacuazione simile a quella della Città Vecchia di Homs. Le foto scattate a Homs nell’ultimo anno mostrano una città in rovina, completamente distrutta dai bombardamenti e dagli scontri tra ribelli e soldati siriani (con l’hashtag #EyeOnHoms si possono trovare su Twitter molte altre foto impressionanti di Homs). Si stima che dall’inizio della guerra in Siria siano state uccise oltre 100mila persone, di cui 2.500 solo a Homs.

Anne Bernard ha scritto sul New York Times che l’accordo raggiunto su Homs in realtà non è una piena vittoria per il governo, come non è una completa sconfitta per i ribelli, a cui è stato permesso di lasciare la Città Vecchia con le proprie armi leggere. Non è nemmeno una tregua che possa in qualche modo contribuire a fermare la guerra, perché non fa nulla per soddisfare le richieste dei ribelli. Mercoledì pomeriggio, comunque, ci sono stati i primi segnali che l’accordo – che è piuttosto ampio e che viene comunque considerato il più importante raggiunto localmente dall’inizio della guerra – si sia cominciato a mettere in pratica anche fuori da Homs: alcuni siti filo-governativi hanno scritto che i ribelli hanno rilasciato 15 soldati siriani a Aleppo e oltre 100 donne e bambini della minoranza alauita che erano tenuti “in ostaggio” nella provincia costiera occidentale di Latakia.

L’accordo è comunque una prova di forza di Assad: come dice Martin Chulov sul Guardian, l’evacuazione di Homs è il risultato di una serie di vittorie militari molto importanti per Assad e il suo governo. Una delle più significative è stata senza dubbio la riconquista di Qusayr nel giugno 2013, raggiunta anche per l’intervento della milizia libanese Hezbollah a fianco dell’esercito siriano. Da allora le forze filo-governative hanno ripreso il controllo di ampie zone montagnose a nord-ovest di Damasco, sulla strada che da Damasco porta a Homs. Lo stesso accordo ha creato – di nuovo – grandi divisioni nello schieramento dei ribelli: alcuni di loro, come un combattente del gruppo islamista Ahrar al-Sham attivo nella provincia di Aleppo, credono che il regime di Assad vada combattuto e basta, senza trattare.

In questi giorni alcuni rappresentanti del gruppo più moderato delle opposizioni siriane si trovano a Washington, negli Stati Uniti, per chiedere al governo americano di inviare ai ribelli delle armi in grado di abbattere gli aerei militari. Ahmad Assi al-Jarba, leader della coalizione nazionale siriana e oggi a Washington, ha detto:

«Non stiamo chiedendo ai nostri amici di mandare i loro figli nel nostro paese, e non stiamo chiedendo un intervento diretto, nemmeno un attacco aereo. Stiamo chiedendo armi anti-aeree in grado di neutralizzare i loro aerei, usati per sganciare su di noi i barili bomba. Possiamo garantire che queste armi non finiranno nelle mani sbagliate.»

Il punto per gli Stati Uniti è sempre lo stesso, da oltre un anno a questa parte: il timore che gli armamenti sofisticati e complessi consegnati nelle mani dei ribelli moderati finiscano sotto il controllo degli estremisti, che nell’ultimo anno sono diventati sempre più forti e determinanti per le sorti della guerra. Per questa ragione l’amministrazione di Barack Obama si è mostrata finora piuttosto cauta nel valutare la possibilità di sostenere i ribelli con altri aiuti che siano di tipo militare.

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