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  • venerdì 1 Novembre 2013

Perché si parla di nuovo degli uighuri

Chi sono e perché secondo il governo cinese rappresentano un serio problema (specialmente dopo l'attentato di piazza Tiananmen)

Mercoledì 30 ottobre la polizia cinese ha arrestato 5 persone sospettate di essere responsabili dell’attacco terroristico avvenuto due giorni prima in piazza Tiananmen, a Pechino, quando un’auto si era lanciata contro la folla e aveva preso fuoco all’entrata della Città Proibita, ferendo 38 persone e provocando la morte di altre 5: tre si trovavano all’interno della macchina, mentre le altre due erano turisti che passeggiavano nella piazza. I nomi delle tre persone presenti sull’auto e quelli dei cinque arrestati sembrano avvalorare la pista dell’attentato uighuro.

Gli uighuri rappresentano la minoranza musulmana e turcofona che vive nello Xinjiang, regione in gran parte costituita da deserti nel nord ovest della Cina dove circa il 91 per cento della popolazione è di etnia han. Lo Xinjiang, che significa “Nuova Frontiera”, è stato portato sotto il completo controllo della Cina nel 1949: confina con otto stati (India, Pakistan, Russia, Mongolia, Kazhakistan, Afghanistan, Tagikistan e Kirghizistan) e rappresenta per questo un passaggio obbligato per gli scambi commerciali con l’Asia Centrale e l’Europa. Inoltre è molto ricco di gas e petrolio. La capitale è Urumqi; un altro centro molto importante a grande maggioranza uighura è Lukqun a circa 200 chilometri a sud est della capitale. Nella regione sono frequenti da molti anni proteste contro il regime di Pechino e scontri etnici: gli uighuri non accettano la presenza dei cinesi han nella regione e denunciano da tempo le repressioni e le discriminazioni subite per mano del governo.

Gli scontri più violenti tra han e uighuri, con una conseguente durissima repressione da parte della polizia, risalgono al 2009: a Urumqi quasi 200 persone rimasero uccise e oltre 1600 ferite. Sulle motivazioni di quella rivolta non si hanno molte notizie: quel che si sa per certo è che la regione venne isolata e vennero interrotte anche le linee telefoniche. Altri episodi di rivolta e violenza si sono verificati nell’aprile di quest’anno a Kashgar, con un bilancio di 21 morti, e a giugno quando la polizia ha aperto il fuoco contro un gruppo di persone che avevano attaccato la stazione di Lukqun (le vittime furono 27).

La Cina, esattamente come ha fatto per il Tibet, ha tentato di risolvere il “problema” dello Xinjiang favorendo la cosiddetta politica di “sommersione etnica”, cioè facendo emigrare nella regione sempre più cinesi han in modo da rendere gli uighuri, come nel resto del paese, una minoranza, e cercando inoltre di disincentivare lo studio della lingua uighura tanto che potrebbe scomparire completamente entro 50 anni. Inoltre, nel 2004, il governo centrale ha lanciato la campagna “Go West” per attrarre gli investitori stranieri nella regione e trasformarla in un luogo turistico: i progressi economici riguarderebbero però solamente gli han, mentre gli uighuri non avrebbero ottenuto alcun vantaggio dallo sviluppo faticando a trovare lavoro e sprofondando sempre di più nella povertà. Vi è infine una terza azione perseguita dal governo: far riconoscere a livello internazionale il “terrorismo separatista uighuro”, associandolo a quello di al Qaida.

Tutto questo ha favorito l’emarginazione degli uighuri e inasprito le loro proteste. A questo ha fatto seguito un ulteriore rafforzamento delle misure di sicurezza da parte della polizia nella regione: tra queste l’installazione di telecamere fuori e dentro le moschee e l’emanazione di 21 nuovi regolamenti che disciplinano la religione per «salvaguardare la stabilità sociale e preservare l’unità etnica». Dopo il recente attentato di piazza Tiananmen sono stati istituiti dei posti di blocco armati lungo le strade che portano a Lukqun (una delle cinque persone arrestate proverrebbe infatti da questa città) e il centro è pattugliato costantemente. Così come nel resto della regione dove la popolazione convive da tempo con una presenza massiccia delle forze di polizia.