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  • domenica 15 settembre 2013

La volta che gli Stati Uniti quasi abolirono la pena di morte

Era il 1972, la Corte Suprema la sospese per quattro anni ma poi fu vittima di «un capolavoro di manipolazione»

di Rossella Quaranta – @genevris

Nella prima metà degli anni Settanta la Corte Suprema statunitense fu molto vicina ad abolire definitivamente la pena di morte in quanto incostituzionale; alla fine si limitò a sospenderla per quattro anni, tra il 1972 e il 1976. La storia di quest’occasione mancata è raccontata nel libro Wild Justice di Evan Mandery, da poco pubblicato negli Stati Uniti e riassunto in un articolo su Slate.

Mandery racconta che il primo serio dibattito sulla legittimità costituzionale della pena di morte iniziò nel 1963, quando il giudice della Corte Suprema Arthur Goldberg chiese a un suo consigliere, Alan Dershowitz, di scrivere una relazione per spiegare perché la pena di morte violava l’Ottavo emendamento della Costituzione statunitense. Quando Goldberg incaricò il suo assistente di scrivere il rapporto, l’idea che la pena capitale potesse essere anticostituzionale sembrò piuttosto «fantasiosa»: fin dalla loro fondazione negli Stati Uniti la pena di morte era stata sempre applicata, senza grandi discussioni.

L’Ottavo emendamento stabilisce che non si possano «richiedere cauzioni eccessive, né imporre ammende eccessive, né infliggere pene crudeli e inusitate». È il principio su cui si fondano le tesi degli abolizionisti, nonché quello che ha determinato negli anni l’abbandono di metodi violenti nelle esecuzioni, come l’impiccagione e la fucilazione, e la decisione presa dalla Corte Suprema di proibire le condanne a morte di persone affette da disturbi mentali (2003) o minorenni (2005). La corrente favorevole alla pena di morte fa invece riferimento al Quinto e al Quattordicesimo emendamento (per cui nessun imputato può essere «privato della vita […] senza un regolare procedimento legale») che sottintendono entrambi la pena capitale.

Tra i risultati della ricerca di Dershowitz venne fuori soprattutto la notevole discriminazione razziale con cui era applicata la pena: i condannati erano soprattutto neri, le vittime dei reati commessi erano soprattutto bianche. Earl Warren, che allora era il presidente della Corte Suprema, chiese al giudice Goldberg di non rendere pubblico il documento, perché era convinto che – nonostante le disparità con cui era applicata – la pena di morte fosse costituzionalmente legittima. Goldberg si limitò a scrivere un breve testo in cui sosteneva che fosse una punizione eccessiva per il reato di stupro e, di fatto, la questione della crudeltà proibita dall’Ottavo emendamento non venne approfondita.

La sospensione delle condanne
Il dibattito si riaprì nel 1972 con il caso “Furman contro Georgia”, che portò la Corte Suprema a sospendere la pena capitale in tutti gli stati federali per i successivi quattro anni. L’imputato, William Henry Furman, era stato accusato di omicidio per la morte del proprietario di un appartamento durante una rapina. Furman si contraddisse sulla successione dei fatti e arrivò a sostenere che si fosse trattato di un incidente: disse che era inciampato mentre cercava di scappare e dall’arma era partito un colpo. Alla fine di un processo durato un solo giorno, la giuria lo reputò «emozionalmente disperato e mentalmente compromesso», ma lo condannò comunque alla pena di morte. L’avvocato di Furman, Tony Amsterdam, si appellò alla Corte Suprema chiedendo che la pena venisse rivista. Il processo fu scelto insieme ad altri tre casi (due stupri e un omicidio) per valutare la costituzionalità della pena di morte in una serie di circostanze diverse.

Nel 1972 l’allora presidente repubblicano Richard Nixon aveva già introdotto nella Corte quattro giudici di sua nomina, tra cui il presidente Warren Burger nel 1969, tutti favorevoli alla pena di morte. Dei nove giudici membri, soltanto uno – William Brennan – era noto per la sua posizione apertamente abolizionista: sulla carta, le probabilità che la posizione di Furman ottenesse almeno 5 voti a favore su 9 erano molto basse. Eppure altri giudici avevano manifestato dubbi, in particolare Thurgood Marshall e William O. Douglas (rispettivamente, il primo giudice afroamericano della Corte Suprema e quello rimasto in carica più a lungo, dal 1939). I restanti due possibili voti favorevoli erano quelli dei giudici Potter Stewart e Byron White: entrambi erano restii a imporre dall’alto un cambiamento sociale così profondo, ma Stewart aveva già espresso alcuni scrupoli morali sulla pena di morte e Amsterdam sperava di far leva su questo.

Amsterdam consegnò alla Corte quattro pagine di statistiche per mostrare che il sistema era discriminatorio e arbitrario, perché l’applicazione della pena capitale era sporadica e affidata alla discrezione di una giuria. La tesi convinse i giudici Stewart e White, tanto che quest’ultimo definì la pena di morte “inammissibile” e sostenne di non essere affatto convinto che potesse essere applicata in maniera equa. Quando ormai era chiaro che Amsterdam avrebbe ottenuto i cinque voti che gli servivano per abolire la pena di morte, il presidente della Corte Suprema Warren Burger intervenne con quello che Slate chiama «un capolavoro di manipolazione».

«Un capolavoro di manipolazione»
La legge prevede che la Corte Suprema, ogni volta che viene interpellata, esprima un’opinione scritta ufficiale. L’opinione ha il valore di una sentenza: la scrive uno dei nove giudici e farlo è considerato un privilegio. Il compito viene affidato caso per caso al giudice più anziano all’interno della maggioranza o al presidente della Corte Suprema, qualora abbia votato con la maggioranza. Il presidente, a sua volta, può scegliere se scrivere l’opinione o assegnare il compito a un altro membro della maggioranza.

Il presidente Warren Burger sfruttò questa possibilità annunciando che avrebbe cambiato il proprio voto passando alla maggioranza – cioè con i favorevoli all’abolizione della pena di morte, benché lui non lo fosse – così da poter decidere a chi assegnare la paternità dell’opinione. Dopodiché impose a tutti i nove giudici di scrivere un’opinione, sostenendo che non era emersa nessuna logica coerente tale da giustificare una posizione maggioritaria. I giudici scrissero in tutto oltre 230 pagine: l’opinione della maggioranza, contro la pena di morte, finì per non essere unitaria e omogenea. Anche se i pareri erano simili, nessuno dei cinque giudici si unì all’opinione dell’altro. Mentre i giudici Brennan e Marshall si schierarono a favore dell’abolizione definitiva della pena di morte, la posizione predominante risultò quella di Stewart, White e Douglas, che di fatto stabiliva soltanto che la pena di morte era «crudele e inusitata» per come veniva applicata in quel preciso momento storico.

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