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  • venerdì 3 Maggio 2013

Una ragazza afghana è stata uccisa dal padre, in piazza

Per una "questione d'onore": non è un caso isolato, nemmeno dopo la fine del regime dei talebani

A fine aprile una ragazza afghana di nome Halima è stata uccisa dal padre nella piazza di un piccolo villaggio nella provincia nord occidentale di Badghis, al confine con il Turkmenistan. La ragazza, che aveva tra i 18 e i 20 anni ed era madre di due figli, è stata portata davanti ai 300 abitanti del paese e uccisa con tre colpi di kalashnikov: alla testa, allo stomaco e ai fianchi.

L’esecuzione sarebbe stata filmata. Un’attivista per i diritti delle donne, citata dall’agenzia di stampa internazionale AFP, ha rifiutato di essere nominata per paura di ritorsioni e ha detto di aver visto il video. Ha riferito che la donna è stata fatta girare su se stessa per tre volte al centro della piazza e poi è stata messa in ginocchio nella polvere. Un mullah ha recitato le preghiere funebri, poi il padre della donna le ha sparato da dietro, da una distanza di circa cinque metri. In piazza era presente il fratello, che ha pianto. La madre si sarebbe opposta all’esecuzione, senza però riuscirci.

Il capo della polizia locale, Sharafuddin Sharaf, ha spiegato che Halima sarebbe stata punita “per aver disonorato la famiglia” a causa di una presunta relazione con un cugino: sarebbe scappata con lui mentre il marito e il padre si trovavano in Iran. Circa dieci giorni dopo sarebbe stata ritrovata e riportata a casa. Sempre secondo la polizia, la gente del villaggio avrebbe cominciato a umiliare i componenti della famiglia di Halima e un parente del padre, un religioso, avrebbe suggerito che perché la famiglia “riacquistasse l’onore” la giovane avrebbe dovuto essere punita con la morte. Un mullah ha poi stabilito che l’esecuzione doveva essere pubblica. La polizia è arrivata al villaggio solo due giorni dopo, ma l’intera famiglia era scappata e finora non è stato arrestato nessuno. Del cugino non si hanno notizie.

Non è un caso isolato, in Afghanistan. Durante gli anni del regime talebano – al potere dal 1997, quando formalmente venne riconosciuto dal Pakistan e dall’Arabia Saudita, fino al 2001, anno dell’invasione militare guidata dagli Stati Uniti – alle donne erano stati imposti moltissimi obblighi e divieti tra cui quelli all’istruzione, alle cure in ospedale, alla frequentazione di qualsiasi luogo pubblico se non accompagnate da un mahram (un parente stretto). Per le donne che violavano queste regole, erano state fissate delle punizioni che prevedevano la frusta e la pubblica lapidazione.

Nonostante la caduta del regime talebano, le donne in Afghanistan continuano ad essere oggetto di violenze e proibizioni e si teme che con il ritiro definitivo delle truppe statunitensi la loro condizione possa notevolmente peggiorare. Nel 2009 è stata approvata una legge che criminalizza il matrimonio forzato, gli stupri, le percosse e altri tipi di violenza contro le donne, ma la norma raramente viene applicata, come denunciano le militanti di RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), un’associazione che si batte per i diritti femminili nel paese.

Non solo le donne continuano a subire violenze da parte dei membri delle loro famiglie e per ragioni legate al cosiddetto “onore”, ma spesso devono affrontare le continue violazioni dei diritti umani che derivano da vere e proprie sentenze emesse da sistemi di giustizia informali e riferiti alla religione islamica e alla vecchia tradizione. Secondo gli ultimi dati forniti dalla Commissione indipendente afghana per i diritti umani (AIHRC) tra marzo e ottobre 2012 si sono verificati più di 4mila casi di violenze contro le donne e almeno 60 “delitti d’onore”, con un aumento del 28 per cento rispetto lo stesso periodo dell’anno precedente.