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  • domenica 27 Maggio 2012

Calcio e neoliberismo

Sulla Lettura di oggi, Tommaso Pellizzari paragona il calcio al mercato neoliberista, in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri

Sul numero di oggi del settimanale La Lettura del Corriere della Sera, Tommaso Pellizzari racconta gli ultimi trent’anni del calcio europeo e ne descrive i meccanismi, trovandoli molto simili a quelli del mercato neoliberista. Le dinamiche del mondo calcistico contemporaneo arriverebbero a rivelare i limiti strutturali del neoliberismo, confermando che la maggior parte delle critiche che gli sono state mosse sono assolutamente fondate.

Pellizzari cita le statistiche del campionato italiano, spagnolo e inglese, dimostrando che, da quando i diritti televisivi sono diventati il più importante introito delle grandi squadre, nel 1992, le grandi sono diventate più ricche e le piccole sempre più povere. Quest’anno non fanno eccezione le vittorie delle ricchissime Manchester City (una vittoria arrivata all’ultima giornata e attesa 44 anni) e Real Madrid, nei rispettivi campionati, e del Chelsea, in Champions League.

Invece di accusarlo di essere il nuovo oppio dei popoli, e di guardarlo per questa ragione con distacco o disprezzo, molti intellettuali neomarxisti o semplicemente antiliberisti farebbero bene a osservare il calcio da vicino, perché potrebbero scoprire cose interessanti. Tra cui soprattutto una: il calcio è quel microcosmo in cui l’applicazione pratica dei principi fondamentali del neoliberismo nella sua versione più radicale (in estrema sintesi, quella per cui solo ilmercato puro è in grado di regolare se stesso) ne ha reso evidenti molti limiti. In particolare, il calcio contemporaneo dimostra che alcune delle critiche fondamentali mosse all’ideologia neoliberista contemporanea si sono rivelate fondate. E cioè: a) non è per l’appunto vero che, senza intervento di un’autorità indipendente superiore agli attori in campo, un mercato finisce comunque per autoregolarsi; b) senza interventi redistributivi dall’alto i ricchi tenderanno a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri; c) sul mercato del lavoro, gli operatori devono affrontare la concorrenza di forza lavoro extracomunitaria; d) l’eccesso di finanziarizzazione crea un eccesso di dipendenza dalle fluttuazioni dei mercati e finisce per allontanare il cuore dell’impresa dal territorio di cui è espressione e fornitore d’identità al tempo stesso.

Il «piede» invisibile
Così come Adam Smith non è Milton Friedman, il calcio del terzo millennio non è quello che va dagli inizi di fine ’800 agli anni 90 del ’900. In altre parole, quello del calcio è sempre stato un mondo caratterizzato dai princìpi- base del liberalismo economico. In fondo, si tratta di un’arena in cui una serie d’imprenditori competono fra loro investendo denaro all’interno di un sistema di regole certe che permettono di determinare con chiarezza vincitori e sconfitti. Esattamente come in qualsiasi altra attività economica, ci sono imprenditori più e meno ricchi, e quindi diverse opportunità di successo per ogni singolo attore, con l’ovvia conseguenza che chi parte avvantaggiato ha più probabilità di ottenere successi, che a loro volta forniscono ulteriori mezzi per rafforzare il proprio predominio e così via.

(continua a leggere sul sito del Corriere)

foto: JAIME REINA/AFP/GettyImages