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  • lunedì 9 Maggio 2011

Perché la Siria non è la Libia

Cinque ragioni per cui la comunità internazionale non potrà ripetere con Assad quanto ha fatto con Gheddafi

Osservate superficialmente, la Siria e la Libia precedente alla guerra sembrano essere simili. In entrambi i casi i cittadini hanno manifestato contro regimi efferati e di decennale stabilità per chiedere riforme democratiche, in entrambi i casi le proteste sono state represse molto duramente. La polizia non si è limitata a disperdere le manifestazioni ma ha dato la caccia agli attivisti casa per casa. Il governo ha mandato più volte i carri armati nelle città insorte con l’ordine di sparare indiscriminatamente. Entrambi i regimi hanno sostenuto o sostengono tutt’ora organizzazioni responsabili di atti terroristici, entrambi i regimi non hanno interrotto le loro violenze nonostante le dichiarazioni di condanna della comunità internazionale. Che però nel caso della Libia ha fatto seguire alle parole i fatti, le sanzioni economiche e l’intervento militare, mentre nel caso nella Siria no. Il País di oggi spiega perché quello che è stato possibile in Libia non si può fare in Siria.

Il regime è più radicato
A quasi tre mesi dall’inizio dell’operazione militare internazionale e dopo oltre quattro mesi di guerra civile, il regime di Gheddafi non è ancora stato sconfitto, e la situazione sembra in stallo. La comunità internazionale teme che abbattere il regime di Bashir al-Assad sia persino più complicato: il regime è più radicato e organizzato di quello di Gheddafi e non è mai stato indebolito dall’isolamento politico tentato in alcune fasi dall’Occidente né dalle – blande – sanzioni economiche imposte dalle Nazioni Unite.

La protesta è limitata ad alcune città
In Libia la protesta si è diffusa da subito nella maggior parte del paese, fatta eccezione la capitale Tripoli rimasta fedele a Gheddafi. In Siria invece la rivolta è confinata quasi esclusivamente alla città di Deraa. È presente con minore intensità in alcuni quartieri di Damasco, nella città di Homs e in alcuni centri minori. Le più importanti città del paese, come Damasco e Aleppo, non hanno preso posizione nelle proteste. Il governo ha subito mandato i carri armati nelle città insorte per reprimere le manifestazioni: dall’inizio della rivolta circa 800 civili sono rimasti uccisi secondo le organizzazioni umanitarie, una cifra che il governo ha ridotto a 150. La violenza della repressione e l’incapacità dei manifestanti di organizzarsi e sconfiggere le truppe del regime hanno accelerato lo spegnersi delle proteste e impedito il sorgere di nuove.

La Siria finge di star dalla parte dell’Occidente
Gheddafi aveva accusato subito gli insorti di essere traviati dagli occidentali che volevano impossessarsi del petrolio della Libia, per quanto in realtà nell’arco di uno stesso discorso fosse stato in grado di accusare i ribelli di essere sia filo-occidentali che pericolosi estremisti islamici affiliati ad Al Qaida. La linea di Assad è ferma e sostiene che i manifestanti siano dei jihadisti e che reprimerli significhi fare un favore all’Occidente.

Le sanzioni economiche servono a poco
L’Unione Europea ha più volte minacciato l’imposizione di sanzioni economiche. Ieri gli Stati Uniti hanno chiesto al regime di porre fine alla repressione e di metter subito in pratica un piano di riforme, minacciando “sanzioni straordinarie”. Si tratta però di una minaccia che non ha molta presa sulla Siria. Innanzitutto perché gli Stati Uniti hanno ritirato da anni i loro ambasciatori dalla Siria, quindi un’eventuale interruzione dei rapporti diplomatici non sarebbe un problema. Anche il congelamento dei beni del paese o della famiglia di Assad non darebbe grandi frutti: non è stato sufficiente per fermare Gheddafi e lo sarebbe ancora meno per il regime siriano, che potrebbe contare sul sostegno economico dell’Iran. Sabato l’UE ha congelato i beni di 13 membri del governo siriano, ma non del presidente Assad.

Un intervento militare è impossibile
Un altro intervento militare è da escludere: per molti stati, infatti, sarebbe insostenibile sia dal punto di vista economico che da quello politico, visto che l’opinione pubblica potrebbe non vederlo di buon grado. Gli Stati Uniti sono impegnati su tre fronti e difficilmente vorranno aprirne un quarto. Inoltre, se anche una risoluzione a favore di un intervento militare dovesse arrivare al Consiglio di sicurezza, bisognerebbe convincere la Russia e la Cina a non porre il veto. La Libia era piuttosto isolata dal punto di vista diplomatico, potendo godere quasi esclusivamente del sostegno di alcune dittature africane di scarsa influenza. La Siria invece è il principale alleato dell’Iran e ha forti legami con l’organizzazione terroristica Hezbollah: andare in guerra contro la Siria potrebbe compromettere il già molto delicato equilibrio della regione, esasperando i rapporti dell’Iran con l’Occidente ed esponendo il Libano al rischio di attacchi terroristici.

foto: LOUAI BESHARA/AFP/Getty Images